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The Endless | Il villaggio delle mucche viola

26 Aprile 2022 di Salvatore Cherchi

 

 

Si racconta di un allevatore che viveva in un remoto villaggio di montagna, dove conduceva una vita frugale ma dignitosa. Mangiava tre volte al giorno. Mandava i figli a scuola. Non aveva debiti.

Un giorno, nei pressi del suo pascolo, si avvicinò un’auto da cui scese una famiglia di città per mostrare ai bambini le mucche. L’allevatore li fece avvicinare, e regalò loro latte e formaggio. La famiglia, estasiata, ringraziò, e l’anno dopo tornò insieme a un’altra famiglia.

L’anno dopo ancora le auto familiari erano quattro. Poi otto, sedici, trentadue… e nel giro di poco tempo, gli allevatori locali si trovarono tra le mani un crescente flusso turistico. La gente saliva fin lì per vedere i pascoli, e acquistava prodotti locali. Gli abitanti scoprivano così un nuovo business, si arricchivano, ed erano felici. Poi la gente si stufò, delle mucche, del solito paesaggio, della difficoltà di trovare parcheggio o posti in ristorante la domenica, e si orientò verso mete meno affollate. Il paese andò in crisi.

I figli degli allevatori, non più allevatori come i padri ma commercianti e imprenditori, per non farsi pignorare ogni bene dalle banche, ebbero un’intuizione: con l’aiuto di un artista, colorarono il manto dei bovidi di variegati colori pastello. I pascoli, a vederli da lontano, sembravano ora delle tele di Keith Haring. L’intuizione riportò grandi masse di turisti, ma solo per qualche stagione.

I figli dei commercianti e imprenditori, non più commercianti e imprenditori come i padri ma pubblicitari, decisero di rischiare il tutto per tutto. Investirono i loro risparmi nel tentativo di mutare geneticamente il colore delle mucche. Andarono in America, Giappone, India, Germania, e dopo anni di mostri e aborti in provetta, ottennero una mucca dal manto viola. Fu un successo clamoroso, amplificato dall’acceso dibattito etico che si sviluppò attorno all’operazione. Da tutto il mondo accorrevano al villaggio per vedere le mucche viola. Così alberghi, ristoranti, negozi di gadget e souvenir, decuplicarono il fatturato. Poi la gente si stufò. Delle mucche viola – che in fin dei conti erano sempre mucche –, del solito paesaggio, della difficoltà di trovare parcheggio o posti in ristorante e in albergo il weekend, del caro prezzi, e scelsero altre mete.

I pubblicitari non riuscirono così a ripagare i debiti accumulati con i laboratori di ricerca, intere famiglie finirono sul lastrico e qualcuno tentò l’estremo gesto. Le strutture turistiche furono acquisite da fondi di investimento esteri, mentre le mucche svendute a una grande industria dolciaria.

Delusi, frustrati, impoveriti e indebitati fino al midollo, i bisnipoti degli allevatori si ritirarono a più sobria vita monastica, tagliando ogni contatto col mondo. Negli anni, del villaggio e della comunità si persero le tracce, tant’è che si pensò non esistesse più, o addirittura che non fosse mai esistita. Sino al giorno in cui un noto youtuber ricevette un WeTransfer, contenente un filmato di pessima fattura. Una ripresa tremolante mostrava un prato erboso con alcuni ragazzi intenti a bivaccare. E nella boscaglia che circondava il prato si intravedeva una figura stramba, quasi grottesca. L’essere si muoveva al limitare del bosco, su quattro zampe, ma di slancio. Era più simile a un primate che a un quadrupede. E nonostante la qualità scadente del video, si riusciva a distinguere il colore del manto: viola.

Oggi quel prato mostrato nel video non esiste più. Al suo posto c’è una spianata d’asfalto, su cui sorge un parcheggio multipiano e un complesso commerciale fatto di negozi, strutture ricettive, ristoranti e altre attività che accolgono turisti e cacciatori di quello che è stato chiamato il Purple Big Foot.

Gli imprenditori e pubblicitari dietro il business sorto attorno a questa misteriosa figura – di cui, ça va sans dire, non si è mai trovato traccia –, negano di avere legami di parentela o economici col dimenticato villaggio delle mucche viola, anche se alcuni indizi spingono i malpensanti a sostenere il contrario. Ma i debunker e le malelingue non fermano un flusso turistico e un fatturato che, di anno in anno, continua a crescere e crescere e crescere. Almeno fino a che la gente non si stuferà del solito mistero, del solito paesaggio, della solita difficoltà di trovare parcheggio, posti in ristorante e in albergo, del caro prezzi, eccetera eccetera eccetera.

 

 

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Postato in: La scena tagliata Tag: Aaron Moorhead, Big Foot, Justin Benson, mucche, The Endless, viola Fai un commento

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