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In fuga dalla bocciofila

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The Disaster Artist | Perché inseguire i propri sogni (non) è una buona idea

6 Marzo 2018 di simone lisi

1.

A una delle ultime presentazioni del mio libro, in un piccolo paese della Toscana dove non ero stato mai, la bibliotecaria che mi presentava, la quale oltre a essere una bellissima donna si era anche studiata tutta la mia carriera letteraria perfino gli articoli che avevo scritto sul calcio, mi ha chiesto, in un punto qualunque dell’intervista, se il fatto che io avessi pubblicato un romanzo mi avesse allontanato dai miei compagni di In fuga dalla Bocciofila.

Io ho lasciato passare alcuni secondi in silenzio e poi le ho risposto di no. Tuttavia nel dirle di no ho fatto la faccia che io chiamo da simpatica canaglia, ma che forse qualcun altro potrebbe chiamare semplicemente: da carogna.

Al che le tre signore del circolo delle lettrici, signore tra l’altro molto distinte e eleganti, hanno riso di questa mia espressione che lasciava intendere l’esatto opposto.

La cosa sarebbe anche potuta finire là, passando alla domanda successiva della bibliotecaria che era qual è il rapporto tra ciò che c’è di vero nel tuo libro e ciò che c’è di non vero, domanda questa che aspettavo con ansia, comunque se così non è stato, intendo che non sia scivolava nel dimenticatoio è stato per colpa di un ragazzino con il ciuffo sugli occhi che stava facendo una diretta facebook e così il siparietto della distanza tra me e la Bocciofila perché io avevo pubblicato e loro no, è arrivato fino ai mie compagni di Bocciofila. I quali, alla successiva riunione da Carmelo, mi hanno chiesto che cavolo di distanza aveva creato.

Io ho detto: Ma no, ragazzi, vi siete persi il contesto in cui è stato detto.

Che c’entra il contesto?

Per me davvero il collettivo è una cosa importante. L’ho capito tardi, ma l’ho capito. E il fatto che voi non abbiate mai pubblicato un romanzo in vita vostra mentre io sì non cambia niente tra di noi, anzi, rafforza il legame.

Loro pensando che li prendessi in giro mi hanno preso sotto alle braccia come per portarmi nel bagno e picchiarmi, al che mi sono affrettato a dire:

Ragazzi, è così davvero, io sono sicuro che i vostri romanzi usciranno presto, è solo questione di giorni, forse di mesi. Siete bravi. Probabilmente siete molto meglio di me. Il fatto è solo uno: che qualcuno doveva cominciare, e quel qualcuno sono stato io. Tutto qui.

Loro mi hanno lasciato libero. Dopo siamo andati a bere le birre moretti da 2,50 e l’argomento è passato in secondo piano.

2.

Dopo un lungo periodo di galleggiamento, di presentazioni semi deserte o in posti sperduti, di piccole recensioni su quotidiani locali, o di commenti di amici e conoscenti, è iniziato il periodo del silenzio.

Fine delle recensioni.

Il libro che avevo pubblicato sembrava essere semplicemente sparito.

Il lunedì sono tornato stancamente alle riunioni di In fuga dalla bocciofila dove non sto più seduto a capotavola, ma in un angolo. Quando arrivo, non fanno nemmeno il gesto di aprire il cerchio di sedie, devo stare di tre quarti e ascoltare in silenzio.

Ma fino a poco tempo fa, penso dentro di me, com’ero stato al centro di tutti i loro discorsi.

Qualcuno a volte mi si rivolge e mi fa:

Ma quel pezzo su MinimaeMoralia di cui parlavi? Non è ancora uscito?

E io sorrido, ma è un sorriso fasullo. Poi parliamo d’altro, ma di nuovo Francesca Corpaci dall’angolo mi guarda e fa (e io spero per un attimo che mi dirà: va tutto bene Simone caro) invece:

Ma quel pezzo scritto da Santuario? Quello per il Corriere. Non è uscito più?

Niente. Silenzio.

Sorrisetto.

Torno a casa e così passano le settimane.

3.

A due mesi dall’uscita del mio romanzo, qualcosa è successo. Le recensioni sui giornali sono arrivate, ma non erano come mi aspettavo. Sono stroncature. Peggio. Sono bombe all’idrogeno. Sono guerre scatenate sulle mie parole, nessuno è stata salvata. Hanno fatto a pezzi tutto il mio libro. Nessun prigioniero.

Bonari ha scritto che il compito di un critico è impedire che gli aborti vengano alla luce, ma siccome il critico (il suo scandalo interno, lo ha chiamato) riposa sull’oggetto generato, che i futuri aborti lo siano.

Cosa avrà voluto dire?

Che la mia carriera è già finita.

Santuario non ne parliamo.

Lasciamo stare, è doloroso anche solo parafrasarlo.

Dicono cose esatte, quelle loro critiche, non c’è niente da fare, e loro hanno talmente tanta forza e lucidità nell’affermare il loro pensiero. Non sono bravo. Il mio libro è merda. Fa schifo. Diarrea. Il mio è il peggior esordio di sempre. Il mio libro fallisce su tutta la linea.

Adesso quando vado alle riunioni della Bocciofila i miei colleghi mi sorridono, ma con compassione. Hanno anche ricominciato ad aprire il cerchio delle sedie, solo ogni tanto qualcuno mi gaurda e fa:

Minchia.

Solo questo, rivolto verso di me.

4.

Poi però è successo una cosa.

Cosa? Che il libro che avevo presentato in posti sperduti e non si era cacato quasi nessuno, lo stesso libro che poi era stato fatto a brandelli dai critici amici miei, è arrivato a molte persone. A uno in particolare. Che è proprietario di una casa editrice e che ha anche tutti gli autogrill di Italia. Ha letto la stroncatura, la fascetta posta dall’editore l’ha conquistato:

Il peggior esordio letterario di sempre.

E per curiosità l’ha comprato.

Gli è piaciuto, molto, ha comprato subito i diritti ad Effequ, per una cifra che la piccola casa editrice aveva forse solo una volta sognato, quando finì nella cinquina di Modus Legendi. Il Signor Autogrill mi ha anche telefonato personalmente e mi ha detto:

Sei grandissimo.

Le-e-e-i dice?

Sì. Sei il nuovo Fabio Volo.

Io non sapevo che rispondere. Forse piangere. Forse urlare.

E adesso il mio libro è in tutti gli Autogrill d’Italia. E tutti lo leggono e mi amano e io sono passato a essere un impiegato postino scrittore a essere un miliardario postino impiegato scrittore.

Sono rimasto quello di un tempo. Non ho lasciato il mio impiego. Arrivo al mattino in Lamborghini, in pausa pranzo mangio ai giardinetti ostriche e caviale.

Ma per il resto non è cambiato nulla.

Alle interviste in Sky e Mediaset racconto del mio libro per la millesima volta, racconto del mio lavoro impiegatizio, di come le poste private siano un mondo affascinante. Le persone mi ascoltano inebetite, come se una divinità parlasse loro in sogno.

E a chi mi chiede chi sono i miei autori di riferimento non rispondo più come un tempo: Borges, Bolaño, Thomas Mann, ma nomino quei vecchi compagni di Bocciofila.

I miei soli amici, che ogni tanto invito a usare cocaina insieme a me e loro sempre l’accettano, ma che pubblicamente fanno finta di non conoscermi.

Ancora qualche volta torniamo sul vecchio argomento, sulla distanza che pose quel libro, e provo per la millesima volta a spiegare loro cosa intendessi davvero con quel sorriso infelice, a quella lontana presentazione.

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Postato in: Oceani di autoreferenzialità Tag: autogrill, effequ, in fuga dalla bocciofila, simone lisi, the disaster artist Fai un commento

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