Sono seduta qui, in quello che sulle guide turistiche viene definito il più bel cinema della città, o forse, si potrebbe anche dire, il più bello tra i sopravvissuti all’avvento dei multisala, dei biglietti omaggio con i punti del supermercato, del pop corn biologico e dello strapotere del dcp sulla pellicola. Sono seduta qui, dicevo, in questo posto che un tempo era un teatro, e le poltrone sono tutte color oro, e le pareti hanno stucchi dorati, e ci sono lampadari in vetro soffiato con motivi floreali sormontati da una copertura scintillante. Sopra di noi, un’enorme cupola in vetro che, schiacciando qualche bottone, può liberarsi dalla calotta metallica che la protegge ed esporsi al cielo. Si racconta che, molto tempo fa, un proiezionista ci si sdraiò sopra per guardare le stelle. Quando qualche guardiano sconsiderato pensò bene di attivare la calotta, gli spettatori in sala si accorsero della sua presenza a causa del sangue che dal soffitto cominciò a colare sui loro paltò.
