(lei) Salgo le scale e immagino di trovare il suo corpo inerme, senza vita, in un drammatico abbandono, un braccio cadente a sfiorare il pavimento e gli arti sostenuti a fatica dai cuscini, come apostoli di fronte alla Deposizione di Cristo. Un divano tombale, tra coperte a quadretti e calzini di una settimana. Un silenzio ovattato, assordante, un silenzio di inerzia e decomposizione. La chiave gira nella serratura, ho un brivido, una leggera sudorazione fredda, gelida, dietro il collo. Il divano è un sepolcro vuoto. Percepisco un fruscio dalla cucina, lieve e lancinante. So già cosa sta per succedere ma mantengo la calma, respiro, sarò gentile, respiro, inclinerò la testa per annuire, con la faccia senza espressione. Faccio un passo, due, sorrido, torno indietro. (Una notte abbiamo chiuso gli occhi e al mattino avevamo quasi quarant’anni. Nemmeno fossimo Tom Hanks. Ieri stavamo seduti su una panchina, al sole, a leggere Alta Fedeltà, stilando le nostre personalissime liste, ma a pensarci bene ieri era vent’anni fa. E cosa è successo in quelle poche, pochissime ore? È stata una notte troppo lunga).
