Luciano non era convinto: gli occhi della tigre lo seguivano eppure lui non riusciva a ricordarsi se l’avesse dipinta o, al contrario, se fosse lui sdraiato su una tela, impastato a olio, pronto per essere venduto. Fabbricava quadretti scadenti 12 ore al giorno in un capannone diviso a settori: paesaggi invernali, paesaggi estivi, marine e animali. Nel suo settore la maggior parte dei colleghi avevano dei timbri di cani e gatti che inchiostravano alla buona e premevano con forza 7, 8 volte al minuto. Poi c’erano gli uccelli: una squadra simpatica ma un po’ svitata di spagnoli che erano specializzati in piume e becchi. Inchiostrare una piuma non era facile, Luciano lo sapeva. E poi c’era lui: tigri e altri animali rari. Erano i quadri meno venduti anche se, Luciano ne era convinto, erano quelli più curati. Ne faceva al massimo uno al minuto, passando bene il rullo sullo stampo, smuovendo di continuo l’inchiostro nelle vaschette, e per quanto lo riguardava lui si considerava un pittore. Non sapeva disegnare, a stento riusciva a tenere un carboncino in mano, ma questo non voleva dire niente. Assolutamente niente, si diceva Luciano.
