di Carlo Marconi (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
L’estate in cui morì mia madre fu la più calda degli ultimi vent’anni.
Di solito scrivevo di notte ma nei mesi prima della sua scomparsa, mia madre si svegliava spesso in preda agli incubi per cui avevo iniziato a scrivere la mattina, non appena lei riusciva a prendere sonno.
La casa dei miei si trovava nel villaggio in cui sono cresciuto. Continuo a chiamarla così anche se in realtà mia madre ci ha vissuto da sola per quasi tutta la vita. Era ancora incinta di me quando lei e mio padre hanno avuto un incidente. Un’auto ha bucato uno stop e li ha travolti entrambi: mia madre ne è uscita illesa, mio padre è morto sul colpo. Era il 17 agosto. Un mese prima che io nascessi. In paese qualcuno diceva di aver visto una decappottabile rossa fuggire via a gran velocità. C’erano state delle indagini ma alla fine il colpevole non era mai stato trovato e l’auto neppure.
Anche dopo l’incidente, mia madre aveva voluto continuare a vivere in quella casa e così è lì che sono cresciuto. Poi, a 18 anni, mi sono trasferito in città. Da allora avevo preso l’abitudine di tornare al paese solo per fare visita a mia madre. Quando seppi che le sarebbe rimasto poco da vivere, decisi che mi sarei preso cura di lei fino all’ultimo. Mi faceva tenerezza immaginarla in quella casa troppo grande per una sola persona. Dopo la sua morte pensai che prima di ripartire per la città mi avrebbe fatto bene fermarmi per un po’ in quella casa. Volevo prendermi del tempo per congedarmi da lei e da quel posto.
Quell’estate l’aria era irrespirabile e per cercare un po’ di sollievo avevo preso l’abitudine di scrivere nel seminterrato. Avevo spostato la scrivania sotto l’unica finestra, una grande cornice rettangolare affacciata sul marciapiede. Ogni tanto, quando alzavo lo sguardo dal foglio, un cane riempiva lo spazio di quel riquadro. Per il resto vedevo solo le scarpe dei passanti.
Di quel giorno ricordo un paio di scarpe nere, da uomo. Erano scarpe stringate, di pelle lucida, di quelle che si indossano per un incontro di lavoro o per un evento importante. Mi colpirono perché pensai a chi poteva indossarle in quel paesino sperduto.
Ricordo di averle viste indugiare vicino alla finestra, in corrispondenza dell’ingresso.
Non so perché ma d’istinto trattenni il respiro. Per qualche motivo non volevo farmi vedere. Ero come ipnotizzato. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quelle scarpe nere a pochi metri da me. Poi, come erano arrivate, se ne andarono, camminando senza fretta.
Non so perché abbia aspettato così tanto a uscire sulla strada. Avrei voluto dare un volto a quelle scarpe ma per qualche motivo non riuscii a muovermi. Sentivo le mani sudate e il sangue che affluiva allo stomaco da ogni estremità del mio corpo.
Salii le scale, aprii il portone d’ingresso. Sul marciapiede era rimasta solo una scatola da scarpe. Per un attimo pensai di trovarci dentro le stesse scarpe nere di poco prima. Ma ovviamente era un pensiero assurdo. Intorno a me non c’era nessuno. Raccolsi la scatola e tornai dentro. Scesi gli scalini del seminterrato senza mai distogliere lo sguardo dal coperchio. A guardarla da fuori era solo una comune scatola di cartone. L’appoggiai sulla scrivania, poi l’aprii.
Dentro c’erano delle foto. Impossibile dire quante: erano gettate alla rinfusa, una sopra l’altra, come se qualcuno avesse avuto fretta di scattarle e poi dimenticarle.
Mi ci volle un po’ per capire chi fosse il soggetto. Sembrava che ogni foto fosse stata scattata di nascosto, da dietro una tenda o dal riquadro di una finestra. Ma non c’era dubbio, ritraevano tutte mia madre. Lei che camminava con le buste della spesa in mano, lei che fumava una sigaretta affacciata al balcone, lei che innaffiava le piante. Mi accorsi che dietro ogni foto era annotata una data. Ogni volta il 17 di un mese diverso. Riguardai quelle immagini tutto il giorno. Le disposi in ordine, come a voler comporre un album sulla vita di mia madre. In quelle foto c’erano tutti i suoi anni: quelli della mia infanzia, dopo l’incidente, e quelli che mi ero perso da quando mi ero trasferito in città.
Quell’estate provai in ogni modo a raccogliere informazioni sull’uomo dalle scarpe nere. Chiesi in paese, domandai ai vicini se avessero visto qualcuno lasciare una scatola di fronte alla mia porta. Ma nessuno aveva visto, nessuno sapeva niente.
Per settimane continuai a scrivere nel seminterrato, ogni volta che passava qualcuno alzavo lo sguardo verso la finestra.
Poi un giorno lessi sul giornale che vicino casa dei miei era stato rinvenuto il cadavere di un uomo. L’articolo non riportava il nome. Diceva solo che si era suicidato con i gas di scarico della sua auto. Nella foto si vedevano due poliziotti mentre estraevano il corpo dell’uomo da una decappottabile rossa, ammaccata all’altezza del cofano. Ai suoi piedi le stesse scarpe nere che avevo visto quel giorno.

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