di Paola Repetto (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Per mia madre è stato il 18 agosto del 1980. Per essere proprio precisi, alle 14 e 32.
Aveva già finito di lavare i piatti, a quell’ora. Quel giorno erano pochi. Li lavava a mano perché non avevamo la lavastoviglie nella casa di campagna. La cucina era un assemblaggio di pezzi spaiati e tra uno e l’altro cadevano cibo, posate, tovaglioli, da recuperare con lunghi cucchiai di legno dal manico sottile.
Io non aiutavo molto. Guardavo la vita dei miei genitori con distacco e pazienza. Mangiavo appena, incalzata dalle loro insistenze.
Forse c’erano ancora gli avanzi del Ferragosto quel giorno. A Ferragosto i nonni facevano i ravioli. Mangiavamo nella sala grande, sul tavolo verde. Erano lunghi pranzi astiosi. Ricordo osservazioni inutili, rumore di forchette, rimostranze.
Il 18 agosto i nonni non c’erano. Mia madre si era versata il caffè nella tazzina gialla ed era andata in giardino a goderselo insieme al sole tenero della campagna. Lei voleva andare al mare, ma mio padre no: lui non sapeva nuotare. Il sole della campagna – diceva lei – non abbronza nello stesso modo.
Si teneva una sottile collana d’oro alla vita ma odiava i segni del costume. Per questo prendeva il sole nuda. Il suo corpo bianco e rosa era un’arma e una saracinesca. Perché in realtà stava dicendo: io sono a casa mia e a casa mia sto come mi pare, e andate tutti affanculo. Dalla strada il giardino si vedeva un po’ e, infatti, non si avvicinava mai nessuno. I nonni men che meno, ed era proprio quello che voleva.
Era bionda, con tanti capelli e la pelle del viso segnata da un’acne cattiva. Era una donna bella, testarda e borghese. Le importava di quello che diceva la sua portinaia di Milano ma provava anche un perfido piacere nel sapere che parlasse male di lei. Mi piacerebbe essere certa che facesse l’amore la notte, mentre dormivo.
Di giorno, io leggevo, appollaiata sul mio melo.
Di solito teneva nuda anche me, per abituarti, diceva. Avevo 8 anni e mi facevo passare l’estate addosso.
Mia madre, invece, aveva 34 anni, 5 mesi e 11 giorni, nel suo giorno di mezzo.
Forse, nel momento esatto della svolta, alle 14 e 32, quando ha imboccato la discesa, ha pensato a come sarebbe stato morire e l’ha presa una vaga tristezza. Lei aveva paura di morire. Almeno fino a quando non è stata vicina a farlo. Dal giorno che l’abbiamo sepolta, il giorno di mezzo è diventato un pensiero fisso per me. Perché c’è il momento esatto della metà della nostra vita e si può calcolare. Ma mentre lo vivi, mi chiedo, te ne accorgi? Stai scavallando la cresta delle montagne russe più alte dove andrai mai e dovresti almeno sentire qualcosa prima di buttarti a capofitto verso la fine del giro. Almeno uno spillo nel cuore, no?
Quel giorno c’era un falco che volava sopra la casa. Grandi cerchi concentrici. Lei dalla sdraio lo guarda con un occhio solo, strizzando l’altro forte e portando la mano a visiera sopra la fronte.
«Ha visto qualcosa!»
«Avrà visto una lepre, risponde mio padre da dietro il giornale».
«Non voglio che la prenda».
«Non puoi farci niente. Anche i falchi devono mangiare».
Mia madre si alza e si riveste un po’ camminando nel giardino, a zig zag.
Non c’è nessuna lepre. Solo cicale e tafani e vespe. Il falco continua a girare sempre più stretto, sempre più basso. Lei guarda in alto e poi, disperata, batte le mani per fare rumore. Ed ecco che una lepre ben nascosta la sente, si spaventa e decide uscire allo scoperto. È un attimo. Il falco scende in picchiata, la afferra e se la porta via. Sono le 14 e 32 minuti. Uno spillo nel cuore.
Poi il pomeriggio va avanti. La radiolina a pile trasmette My Sharona, Blondie chiede insistentemente di essere chiamata e i Police lanciano un SOS in bottiglia. Hanno avuto una bella musica l’estate del 1980.
«Metti la cassetta?» chiede lei.
Mio padre va a prendere il mangianastri: un parallelepipedo grande come una scatola da scarpe. La canzone che sentivano sempre era I’ll never fall in love again. Torna con la musica che gli galleggia intorno e con una macchina fotografica.
34 anni, 5 mesi e 11 giorni e una manciata di minuti dopo chiudo le ultime cose di mia madre dentro una borsa. Dobbiamo liberare la stanza, ci dicono. Ha deciso tutto lei: il vestito da metterle nella bara, il legno, il marmo, la foto. Ha detto che l’avrei trovata nella cartelletta. La apro e dentro c’è lei: guarda in macchina distratta, un po’ triste, i capelli le scivolano in davanti. Il cielo è di un bel blu. Giro la foto: 18 agosto 1980.

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