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In fuga dalla bocciofila

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Sorry, Baby | Povera Mimoza

3 Luglio 2026 di Redazione

di Francesca Cassanelli (essi vivono)

 

 

Notte insonne. Dormito verso l’alba per venti minuti. Tanto basta perché lui mi dica che mento a proposito delle mie veglie infernali.

Ancora stropicciata, con il corpo molle nascosto dalla camicia da notte, sbuco in cucina. Metto a scaldare il latte; nell’attesa pesco una Merit dal pacchetto abbandonato sul tavolo. Guardo dalla finestra il bosco brumoso oltre il prato. Lui è là dentro a caccia di caprioli. Faccia bagnata, sbilenca, nascosta tra le felci scure.

«Povera Mimoza, non sai cosa ti perdi» mi dice spesso.

Da quando ci siamo trasferiti qui non ci ho messo piede nemmeno una volta. Preferisco passeggiare nell’erba alta illuminata dal sole e spiare l’oscurità dall’esterno. So per certo che il bosco è ostile, infestato da chissà che.

«Povera Mimoza, così cretina» dice a volte, quando torna con in spalla un coniglio morto e stramorto.

Anche a Divjakë c’è una foresta. Da bambina, nei pomeriggi afosi la attraversavo correndo per andare a vedere i cormorani planare sulle acque melmose e dorate della laguna. Ma lì era tutta un’altra storia: non c’erano le ombre e i crepacci e i mille pericoli dei boschi alpini. E intorno alla foresta di Divjakë, al posto delle taglienti cime violette, c’erano la quiete della pianura e la salsedine dolce, le lingue di sabbia scura e il mare. Va bene, può darsi che anche lì abitassero strane presenze, ma non le anime dannate di gente stramorta! No, a Divjakë c’erano le fate, o gli spiritelli benevoli dei pellicani.

Quando il latte fa la pellicina spengo il gas. Nella tazza aggiungo uno, due, facciamo tre cucchiai di Ovomaltina.

«Un tempo eri coraggiosa» mi dice quando è romantico e ripensa ai primi anni di matrimonio.

Sarà vero? Sì. Da ragazza ero diversa. All’epoca cercavo un uomo come una disperata, e per questo ne provavo tanti. Pensavo che da sola non ce l’avrei fatta con le due lire che prendevo a cambiare pannoloni ai vecchi. E come parlavo male! Conoscevo quaranta, cinquanta parole, e con quelle dovevo dire tutto. Forse è per questo che usavo i baci, i sorrisi e le risate; tutte cose che si spiegano da sole.

«Povera Mimoza, eri una poco di buono» mi dice, ricordandomi di avermi salvato da chissà quale destino.

Dal bosco esce un vapore azzurrino. La brina fa luccicare i fili d’erba e il prato è un letto di diamanti. Uno sparo mi fa tremare e un po’ di latte mi si rovescia addosso. Povera fifona. E pensare che nella palude di Divjakë catturavo granchi. Senza fucile, mimetica o trisacca. Una cacciatrice libera e in mutande. I sistemi sono due: o li si pinza dal sedere con il pollice e l’indice di una mano sola, e questi stan lì a dimenarsi alla cieca, senza capire quale Dio li abbia sollevati dalla sabbia e gettati nel secchio di latta insieme ai molti altri che si calpestano e tagliuzzano in un’orgia disperata; oppure, ma qui ci vuole esperienza (e fegato!), li si affronta dal davanti, con le quattro dita ad agguantare le chele. Una vera lotta corpo a corpo, come tra una donna che provi a liberarsi da un uomo che la trattiene per i polsi. A volte una chela sfugge e allora il granchio si vendica e affonda le sue lame nella carne del polpastrello e il sangue rosso, vivo, cola dappertutto. Oh, che forza quegli esserini! E una volta camminavo con altri bambini ai margini di una pozza. I piedi nudi sprofondati fino alle caviglie. Un granchietto verde e giallo si agitava nelle sabbie mobili mosse dai giganti e teneva le chele in alto, come a farcele vedere. Poi ne piegò una verso sé stesso e tagliò l’altra, di netto. Perso l’arto, indietreggiò veloce e noi, a bocca aperta, lasciammo scappare quell’eroe mutilato.

Secondo lui dovrei battermi il petto giorno e notte, io invece non mi pento di niente. Ero una disgraziata, ma ero allegra e coraggiosa come i granchi. Mi chiamavano con parole che non capivo e allora chiedevo spiegazioni a un’amica o al prete. Loro a volte rispondevano, altre arrossivano e basta. Questo accadeva mille anni fa, quando ancora vivevo giù in paese e non in questo posto da tribolati. Qui non ci sono granchi, solo scoiattoli spioni che ci rubano le noci, le more mature e le castagne più carnose. Si portano il bottino nel bosco, sapendo che non oso seguirli perché le parole cattive che ora comprendo hanno risalito il sentiero e stanno lì, incollate al sudore mieloso dei pini…

A fatica sego una fetta di pane raffermo e ci spalmo sopra il burro. Vorrei che qualcuno venisse fin quassù ogni mattina a portarmi brioche calde con gli zuccherini, spremuta d’arancia e sigarette. Proposta per un misero e dolce surrogato della pensione. Firmato: Me, Mimoza. Mentre mangio, spanno il vetro con la mano che ritraendosi si blocca a mezz’aria. Indietreggio, ma il tavolo mi blocca.

C’è una persona nel bosco. Una persona verde. Ondulata dalla pioggia che cola sulle finestre. Fissa la casa, o me che ci sto dentro. Ma mi vede? Può vedermi?

«Povera Mimoza, scambi i sassi per fantasmi» mi direbbe se fosse qui. Invece è là dentro a caccia di cerve.

Lascio perdere la colazione e chiudo a chiave la porta. Quando torno in cucina qualcosa è cambiato, nell’aria, nel riverbero della finestra e nel tempo, che ora è lento e curvo e giallo come nei sogni. Sento chiamare. Le grida sono attutite dalla pioggia che ammolla il terreno. Oltre il prato c’è uno schieramento di uomini verdi con le braccia alzate, le ossa storte e le dita nodose da giocatori di carte e slot machine che indicano dappertutto. Aprono le bocche oscene ed ecco spuntare lingue bitorzolute che non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco non capisco.

 

Le campane suonano anche la sera: è la festa di un Santo nel bel mezzo dell’estate. C’è chiasso per le strade e strombettate e scoppi di petardi che provocano gridolini. Tolti i bambini più piccoli, tutti sono ubriachi e non si curano della pioggia. L’odore di frittelle e vino rosso è così forte che l’umidità sembra fatta di sciroppo. A notte fonda la baraonda continua, gli amanti si imboscano e i giovani si sfidano al buio. Credo che dovrei tornarmene a casa. Vorrei proprio tornarmene a casa ma non posso. Loro sono molto furbi con quella faccia lupesca. Bendata, mi fanno roteare su me stessa dando piccoli colpi con mani appiccicaticce, poi una spinta e sono la mosca cieca della foresta. Annaspo, cercando appigli nell’aria pregna di terra e licheni. La mia bocca comunque regala sorrisi perché è quello che sa fare.

«Ride soltanto o sa anche parlare?»

Che domanda scema. Come può parlare un fantoccio impalato? Con l’abito di cartapesta e la bocca di pennarello? Ma sbattetelo a più non posso fino a sventrarlo. Usate i bastoni e vedrete che goduria. Cascherà giù una pioggia dolcissima di frutta candita, confetti e caramelle gommose.

Macchie di micelio biancastro impregnano il tessuto dei jeans. Vorrei amputarmi la gamba e lasciargliela in pasto. Il mio nome si mescola alla terra. Un humus fetido vomitato dai tombini infetta i passanti nella piazza; loro se lo sputano di bocca in bocca finché l’intero paese è appestato. Quando all’alba il temporale cesserà e si aprirà il cielo, il fango si indurirà e il mio nome impantanato storpiato si sgretolerà al sole.

Alla fine della fiera chiedo a un tipo grosso e verde se mi riporta a casa. Gesticolo per farmi capire. Mi capisce.

«Dov’è la tua casa?»

Ci penso un po’.

«Nella palude» dico.

Lui ride e mi porta in un’altra casa, vicino al bosco, a un trilione di chilometri da Divjakë. Santa Pazienza, non mi ha capito proprio per niente.

Dico «Ciao» e mi guarda in silenzio.

Lo sento pensare: «Povera Mimoza.»

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Postato in: Categorie Tag: Eva Victor, Francesca Cassanelli, ovomaltina, Sorry baby Fai un commento

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