di Bianca Sestini (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Quella volta, la parte più dura del trekking era alle spalle. Non mi aspettavo colpi di scena dal sentiero largo e pulito che stavo percorrendo. La mente svuotata dai chilometri accumulati, mi godevo la botta di endorfine in corso e gli affacci vista Tirreno che si aprivano in mezzo alla vegetazione. Mi sentivo connessa con il tutto e anche piuttosto ganza, da ore in solitaria nel bosco. Un nirvana spavaldo che sembrava la prima volta, che sembrava per sempre. Ogni tanto fasci di luce intensa filtravano tra gli alberi, accecandomi.
Superata la curva, infatti, non li ho visti subito. Con il sole in faccia l’ingombro sulla carreggiata somigliava a una pietra sporgente qualsiasi. Quando la sagoma ha oscillato leggermente dentro al sentiero per poi aderire di nuovo alla scarpata, però, ho capito di non essere più sola. Quello era un passo, ma non il mio. E i volumi a una ventina di metri da me avevano vita, oltre a un garrese prominente.
Ho contato: quattro. Un ammasso di zoccoli, corna e cosce atletiche quasi in riga militare formavano un corpo unico dal mio punto di osservazione; solo i manti pelosi di colori diversi, a contrasto con il verde uniforme del bosco, rompevano l’illusione ottica. Ho contato di nuovo. Quattro. Contro una.
Sulla pagina web del CAI Isola d’Elba erano stati chiari. Fra i consigli di viaggio per escursionisti non si segnalavano pericoli particolari, ma si definiva “opportuno” non avvicinarsi agli animali selvatici. Con la smania di partire che avevo accumulato, quel paragrafo finiva sistematicamente ignorato nelle mie ricerche su internet.
Troppo asciutti per essere cinghiali, troppo alti e massicci per essere capre. Gambe e mente imbalsamate, l’interrogativo più assurdo ha cominciato a rimbalzare da me al quadruplo mistero che brucava poco distante.
Il fatto che ruminassero davanti ai miei occhi non bastava ad escludere il peggio. Magari era roba mordace. Chissà le zecche che portano in groppa animali così. E chissà che verso fanno, da dove vengono, se hanno predatori e una buona mira per caricare la gente. Dalla bomboletta di Contradog che ho sfoderato dalla tasca, un fiotto di miscela al peperoncino ha colpito il suolo con un sibilo potente. A quel suono, il più vicino della comitiva ha sollevato da terra il muso barbuto tinta carbone. Il tempo di voltarsi nella mia direzione per poi chinarsi di nuovo sull’erba. Un movimento fluido e a suo modo aggraziato, indecifrabile. Dagli altri, nessun segnale.
Tornare indietro o deviare dal tracciato, addentrandomi nella macchia, non era un’opzione per me. Né mi veniva in mente un linguaggio alternativo a quello scambio di sguardi per comunicare con i miei interlocutori. Il pollice pronto sull’erogatore dello spray scacciacani, sbattendo con forza l’una contro l’altra le bacchette da trekking a mo’ di haka maori, ho lasciato il timone del mio corpo all’adrenalina del momento. Di quell’ultimo miglio epico, prima di superarli, ho ricordi poco nitidi. Forse persuaso dalla mia avanzata risoluta, a un certo punto quello grigio scuro si era avviato lento su per la scarpata. I compagni l’avevano seguito a stretto giro, con la medesima flemma.
Nel punto in cui siamo stati più vicini – lui mal nascosto dietro una ginestra, io concentratissima in un ridicolo spostamento a rapidi passi laterali – ho cercato un nuovo contatto visivo. Avevo una fifa blu e nessuna alternativa. Nei suoi occhi neri e acquosi, ho colto un guizzo di curiosità su uno sfondo di altre cose in movimento. Uno sfondo animato come il mio, ma ermeticamente chiuso al dialogo.
Avevo appena smesso di trattenere il fiato, a distanza di sicurezza dall’incrocio più delicato della giornata, che un calpestio di zoccoli mi ha fatto voltare di scatto. Ho visto una scia scura solcare il sentiero, lanciata a velocità folle contro l’intrico verde di tronchi e piante dall’altro lato. Un crepitare dolente di frasche, sassi, arbusti e terra ha scosso il pendio della collina che guarda la costa. Il rumore della cavalcata si è estinto in una manciata di secondi, risucchiato nel brusio sommesso del bosco.
Due giorni più tardi, sulla civetta fuori da un’edicola, ho letto un titolo ai limiti del sensazionale. Ho recuperato la notizia online, scoprendo una storia incredibile. Era successo che nel tardo pomeriggio di mercoledì, dalle parti di Porto Azzurro, Fausto Olmi, titolare di ferramenta e pescatore per passione, stava smontando la sua postazione sul molo quando aveva sentito un gran tonfo in acqua. “Deh come una bomba in mare!”, aveva dichiarato ai microfoni della stampa locale. Così aveva mollato gli ormeggi sulla sua bagnarola a remi, per dare un’occhiata da vicino. Qualche vogata dopo il mare gli aveva regalato la pescata del secolo. Un muflone disperato, nero pece, si dimenava come un pazzo nel tentativo di rimanere a galla a un paio di braccia dallo scafo. Ripresosi dallo sbigottimento iniziale Olmi – uomo dal tempismo provvidenziale – aveva afferrato la bestia per le corna e tirato forte, trascinando il corpo a bordo con sé.
Durante la breve traversata fino alla terraferma il signor Fausto s’era convinto che per quella sorpresa piovuta dal cielo – inerte come un sacco di patate, occhi chiusi e bocca spalancata – non ci fosse più nulla da fare. Una volta a riva, scaricato l’animale sul bagnasciuga, le riflessioni del buon Olmi su come ancorare la barca alla bell’e meglio erano state interrotte dal miracolo. Una tosse mista a un belato gutturale, poi un fischio acuto e prolungato. Non c’era stato modo di riprendere con lo smartphone la bestia di nuovo in piedi, in fuga come se nulla fosse accaduto verso la boscaglia, ai margini della spiaggia.
Ho riso forte, contagiata da un’euforia selvatica. Sotto i miei occhi il bosco si era unito al mare e solo io in tutta l’isola, forse nel mondo intero, da quel giorno sapevo per certo che anche i mufloni sanno volare.

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