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Poeti dall’inferno | 3 persone che vivono con la scrittura

17 Giugno 2021 di ferruccio mazzanti

Ho conosciuto molte e diversificate persone che grazie alla scrittura riuscivano a ricavarne uno stipendio che gli permettesse di fare la spesa una volta alla settimana e all’occorrenza godersi una serata fuori con gli amici. Alcuni di questi scrittori erano esseri solitari e vagamente scorbutici. Altri erano narcisisti esasperati. Altri ancora gentili, altruisti, umili. Da tutto questo ne ho dedotto che non esiste una regola per decodificare il carattere di un individuo tramite le tracce che la scrittura imprime dentro la loro anima. Voglio dire: la carta su cui scriviamo è un po’ come la sabbia, che appena soffia un po’ di vento o l’onda allunga le sue braccia vellutate sulla scritta, allora il messaggio viene annichilito e scompare dalla nostra bla bla bla.

La prima volta che ho conosciuto un individuo che campava grazie alla scrittura avevo ventun’anni e mi trovavo a Berlino e in me vi era quell’entusiasmo giovanile che oscillava tra una felicità senza motivo alcuno e un rintontimento alcolico prolungato. Ero insieme a cinque o sei miei amici. Una mattina mi svegliai che ruttavo ancora rum o vodka. Eravamo solo in tre, gli altri due erano scomparsi nella notte in qualche discoteca o in qualche centro sociale, sommersi da felicità in pillole, mentre dolci biondine si rinchiudevano con noi nelle cabine autoscatto infilando monete dentro alla fessura per una serie di fotografie in bianco e nero formato fototessera. Non so come quella mattina ci alzammo, forse la fame ci spinse a cercare una colazione tra i tanti bar tedeschi. Finimmo di fronte a un tatuatore. Uno dei miei amici superstiti disse: voglio tatuarmi sulla schiena un chiodo. Perché un chiodo? Perché un angelo mi ha salvato da un chiodo. Ci sembrava una storia che reggeva. Io, dissi, mi voglio tatuare sulla spalla il nome di una ragazza. Chi è questa ragazza? Una ragazza tra le tante. Anche per loro la mia storia, non so come, reggeva. Entrammo nel negozio. Il mio amico vene tatuato subito, mentre io dovetti aspettare che arrivasse lo specialista. Lo specialista di cosa? Chiesi incuriosito. Ma delle scritte. Quando arrivò, scoprii che era un trentenne alto, magro, biondo, gay, underground, sorridente, che campava scrivendo nomi o frasi sui corpi delle persone. Provai una grande stima per lui.

Un’altra persona che ho conosciuto che si guadagnava da vivere con la scrittura era una vecchietta di Prato. Avevo più o meno sedici anni e mio padre lavorava da quelle parti. Un giorno dovevamo andare a un matrimonio e io non avevo i vestiti adeguati secondo i canoni estetici e le categorie comportamentali dei miei genitori, così andammo da un sarto a Prato. L’edificio sembrava più una casa privata, che un piccolo laboratorio artigianale. Quando mi misi in piedi nel loro salotto per farmi misurare l’estensione del torace e la lunghezza delle braccia, mi sentii un po’ a disagio. Gli occhi dei sarti mi studiavano in un modo in cui nessuno mi aveva mai studiato, come se volessero carpire qualche segreto della mia anima attraverso la mia forma esteriore. Mio padre sembrava molto sicuro di sé e dava indicazioni con una precisione terminologica che mi faceva sentire ancora di più in imbarazzo. Me ne rimasi in silenzio schiacciato dal flaccido metro giallo sartoriale, mentre gli spilli dalla capocchia bianca e rossa stabilivano i volumi in grado di rendere all’occhio altrui le mie spalle più piacevoli ed eleganti. C’è qualcosa di deforme in ogni corpo, anche se tale deformità noi l’amiamo e la desideriamo. Il vestito non è altro che un nascondiglio dove celarsi. Il pudore è una convenzione sociale. Quando fui misurato a puntino per il corretto confezionamento della mia camicia, mi chiesero dove desideravo che venissero messe le cifre. Ma cosa sono le cifre? Le iniziali. E ce le devo mettere? È una cosa elegante che rende l’indumento unico. E come fate a mettere le cifre? La nonna, e indicarono una signora seduta su una poltrona che ricamava a mano su un vestito destinato ad altri lidi. E fa solo questo, cioè lei ricama solo le cifre? Sì, è il suo modo per arrotondare la pensione. Provai un grande amore per quella signora. Lei sì che campava con la scrittura.

Un altro losco individuo che ho conosciuto e che si guadagnava da vivere con la scrittura era un pezzo di merda vestito sempre di blu e azzurro e che come un tossicomane in cerca del proprio pusher si aggirava per il mio quartiere sperando di rompere i coglioni al primo mal capitato che finiva a tiro. Poi, stronzo bastardo figlio di *****, lasciava odiosi messaggi attaccati un po’ ovunque, dove chiedeva di base dei soldi. Una volta, mentre stavo salendo in macchina, vidi uno dei suoi schifosi biglietti incastrati sul mio tergicristallo e persi letteralmente la testa. Vidi che quello stronzo infame era a cinquanta metri da me che si godeva il venticello di piazza Tasso e io gli andai incontro gridando e quando mi trovai davanti a lui non smisi di urlargli quanto lo odiassi, quanto stupido, stronzo, bastardo, infame, sudicio, lurido fosse. E lui, dall’alto della sua divisa blu, mi disse semplicemente: guarda, rifattela con quelli del comune, che a me mi pagano per farvi le multe.

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Postato in: La sindrome del personaggio secondario Tag: Leonardo DiCaprio, Poeti dall'inferno Fai un commento

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