di Tommaso Lisa (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Ho il ricordo d’una sensazione tattile. Il ricordo d’un ricordo che è tornato a visitarmi altre volte nel corso della vita. Un lampo che abbaglia, un’ossessione tagliente. Nella collezione di scarabei l’esemplare nero, dalle chitine ben conservate, lo riconferma. Il cartellino, sotto al maschio spillato di Copris hispanus, ha l’inconfondibile grafia di mio padre: “Grosseto, Albinia, giugno 1984”. Avevo sette anni. Percepisco la felicità con cui tenevo il corno di quello scarabeo rinoceronte tra l’indice e il pollice.
L’ebbrezza dona l’illusione dell’onniscienza, mostra i tratti magici del mondo, è una forma d’ipersensibilità. Avverto la pelle chiara e soffice a confronto con le rotondità catafratte del pronoto, l’ampia e liscia fossa occipitale che s’adatta alla forma del polpastrello di ragazzino, tra palpitazioni e un subbuglio interiore che preannuncia un’inusitata chiarezza. Venne addormentato con un batuffolo di cotone, in un flacone opalescente. Sentivo quella forma impressa sulle dita e un senso svilente di svenimento. Mentre lui, con le rigide zampe fossorie, scavava l’aria, sbracciandosi. Ricordo solo quello, nella nebbia anestetica dell’oblio.
Etere diabolico, che ti fa osservare mentre ti comporti in modo spaventoso, ma non puoi farci niente.
Lo tenevo sospeso per il corno, portandolo a spasso per il campeggio sotto ai pini marittimi. Ci saranno state palette di plastica gialla, secchielli con le stelle marine, un canotto blu scuro, odore di pneumatici al sole. Le sue zampe si muovevano in avanti come bielle zigzaganti nel vuoto. L’avevo scovato nello stepposo parco giochi recintato dalla rete metallica, con vista – dall’alto dello scivolo metallico rosso e giallo – sugli agri assolati, la ferrovia litoranea dove transitavano lunghi intercity, modellini in miniatura della Lima. Il terreno sabbioso tutt’intorno, tra fleoli e piumini di Lagurus ovatus, era crivellato dalle tane dei formicaleoni. Barcollavo. La vista offuscata, con poco equilibrio e la lingua intorpidita, fino al camper dov’eravamo accampati. La scuola era finita da poco.
Ero abituato a manipolare l’etere fin da quando mio padre m’aveva regalato il manuale di Pietro Zangheri. Questa sostanza, volatile e pericolosamente infiammabile, fa parte dell’attrezzatura dell’entomologo. Il suo effetto è mortale, ma a quanto sembra si tratta d’una morte piacevole. Si può giungere a tale conclusione osservando che i cadaveri degli insetti sono flessibili e le loro membra mobili, non rigide come dopo il decesso per alcool o per vapori di cianuro. Un eccesso di vertigine.
Luce e ombra, veglia e sogno si mescolano nell’ebbrezza. Cosa c’è dall’altra parte della soglia? Durante le cacce agli scarabei che condussi in quegli anni i più venivano liberati svuotando il secchio ripieno di sterco a bordo strada. Dalle colature che ruscellavano per il declivo con due colpi di zampe si riassestavano ribaltandosi dal dorso. Dopo essersi asciugati protendevano le piccole antenne spazzolate, captavano qualcosa nell’aria, segnali misteriosi e sconosciuti. Aprendo con uno scatto le elitre, un ventaglio o un coltello a serramanico, scomparivano ronzando nel sole.
Quelli più particolari, interessanti da studiare o mancanti in collezione, finivano invece in un flacone di plastica opaca pieno di segatura, quelli col tappo a stella dei laboratori scientifici, e lì morivano, rapiti da un sonno istantaneo. Li osservavo rallentare i movimenti, sempre più rattrappiti, agonizzanti. Cosa sentivano nel momento del trapasso? La vita evaporava tra effluvi chimici. Mio nonno era ricoverato in ospedale e mio padre gli somigliava ogni giorno di più. Restavo affascinato a guardare gli insetti agonizzare nel flacone per breve tempo. Hypnos e Thanatos.
Li riponevo in una scatoletta di latta, in bustine di carta leggera. Se l’etere era conosciuto dagli alchimisti come Azoth, la forza vitale e l’anima del mondo – essenza, quiddità, realtà interiore, quintessenza che sconfigge tutte le malattie – lì invece, la vita, la stava togliendo. Dovevano morire, sottratti ai cicli stagionali, per resuscitare nelle collezioni dove tutt’oggi stanno, nei box del museo, intonsi come se quel giorno fosse sempre presente. Le chitine di quei campioni, uccisi per studio o interesse collezionistico, resistono ancora, simili ad amuleti fenici, scarabei del cuore incisi nel diaspro.

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