di Chiara Bonsanti
Ero a fumare una sigaretta nel parcheggio, davanti al Mandèla Forum. Perché? Perché?! In pratica avevo fissato con un tipo, il quale mi aveva dato buca all’appuntamento perché si era ricordato all’ultimo momento di aver promesso a sua madre che avrebbe cenato con lei (is the new, sei pesa). Guardavo il sole lasciare la sua impronta dietro la scia di un aereo. Spariva in un attimo, riflesso sul mio specchietto retrovisore, l’ennesimo giorno fatto di attesa e disattesa, il momento migliore, quando l’ora è irrilevante, quello che conta è avere un posto dove andare a fumare.
Parcheggiata, ero davvero ‘parcheggiata’.
E quello sfrigolìo di sottofondo. Mi ricordava il rumore del mare sulla battigia ‘ccccccccc’ ‘cccccccc’. Avanti e indietro. Se non fosse stato per quell’odore di cipolla grigliata forse avrei creduto davvero di trovarmi stesa in riva al mare. E invece. E invece davanti a me c’era un gruppo di ragazzetti seduti sullo zip che si chiamavano reciprocamente ‘fra’ e minacciavano ogni minuto e mezzo di menarsi per motivi insulsi ‘O fra, sei una merda, cazzo vuoi’ ‘O fra ti spacchimmotorino’ ‘Ma se non sai neanche accendere un motorino senza chiavi’.
Avevo fondamentalmente fame, e se non ci fosse stato quello sfrigolìo di sottofondo non ci avrei neanche pensato.
Mi avvicino alla Piera aka La Lurida, la paninara di Campo di Marte. Mi faccio spazio tra i carabinieri in servizio. Lei mi fissa con gli occhi stretti. Poi a voce alta ‘Dimmi!’. Le chiedo ovviamente un hamburger, mentre le parlo, fisso le vaschette delle salse, ogni anno che passa aumentano. ‘salsa ai funghi’ ‘salsa tartufata’ ‘salsa farfungata’ ‘salsa rosé’. Ci metto dentro quasi tutto. Poi il rito ‘Da bere?’ ‘Un estatè’ ‘Lo vuoi ni’ bricche?’. Guardavo i ragazzetti andare sullo skate nella pista di pattinaggio che stava dietro alla Piera. Avevano accumulato lì, panchine, scalini, pezzi di marciapiede, cartelli stradali. Era bello guardarli mentre il giorno finiva nella desolazione residenziale di quel quartiere così vasto da dare l’impressione di essere inutilizzato. Pensavo che alla fine quel panino era così buono. Pane chimico schiacciato nella piastra, alto un millimetro, hamburger surgelato concentrato, salse, strane salse colorate. Mi ero messa a mangiare su una panchina. Mi chiedevo come sarebbe stato se la Piera non si fosse accontentata di passare tutti i suoi anni lì, sul ciglio di quel viale. Con le macchine che passano, ragazzi che fanno incidenti contro i platani e muoiono, i concerti di Tiziano Ferro, le partite della Fiorentina, le chiusure e riaperture del ‘Rugby pub’. La Piera, un motore immobile. E sì che dei cambiamenti c’erano stati, ma erano sempre stati intorno. L’universo disegna un’ellisse, intorno alla Piera. Ma come sarebbe andata se un giorno un tizio fosse andato da lei, a dirle che la sua formula lo faceva impazzire, che ci vedeva lungo e aveva visto che con quel baracchino fuxia, ma che dico, non con quel baracchino, aprendo un sacco di Piere, di Piere affiliate, lei e lui, soprattutto lui, avrebbero potuto fare un sacco di soldi. Così tanti soldi, da condizionare le borse di tutto il mondo, così tanti soldi da…da… La formula era semplice, chi voleva aprire una Piera avrebbe dovuto firmare un contratto in cui garantiva che avrebbe mantenuto lo standard. Avrebbe mantenuto quelle salse, il tipo che sbuccia le patate tutto il pomeriggio, e avrebbe detto’Panino o piadina?’ ma soprattutto ‘Ma l’estatè lo vuoi ni’ bricche?!’. E così migliaia di Piere sparse in tutto il mondo, con dietro migliaia di piste da pattinaggio in disuso, dove i bambini cadono e si distruggono le ginocchia, dove a tredici anni, finito il tuo pomeriggio sullo skate ti fai le canne col terriccio. Migliaia di campi di marte sparsi in tutto il mondo, fotocopia della fotocopia, con la Piera in prima linea, intorno alla quale ruota tutto questo, ruotano anni di rappresentanza di un quartiere, ma che dico di un quartiere, di un ideale. E cosa sarebbe successo se lei avesse accettato, e se la Piera fosse diventata una multinazionale. E cosa sarebbe successo se la situazione le fosse sfuggita di mano, se il tipo che le aveva fatto la proposta l’avesse fregata iniziando a fare di testa sua. Smettendo di parlare di ‘bricche’ o di birra ‘Tenne’. Se il tipo avesse capito che la cosa che funziona, poi, alla fine, non fossero i panini, non fossero le salse, l’estatè, non fosse neanche il baracchino fuxia. Se il tipo avesse capito che quello che funziona davvero della Piera, è che si chiama Piera. Se il tipo avesse capito che per fare i veri soldi non importava rubarle la formula vera e propria, sarebbe bastato rubarle il nome.
Ormai era buio. I ragazzetti avevano smesso di andare sullo skate, si erano messi a fumare le canne. I carabinieri avevano finito il loro servizio. Il mio telefono non suonava da un po’. Avevo finito il panino. Me ne andavo verso casa.

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