di Cristi Marcì (Bastardi senza gloria)
Andare in bagno è ormai diventata un’impresa.
Quell’oggetto ovoidale è sempre lì in agguato, così trasparente da ricordarmi che il tempo trascorre senza il mio permesso e che ogni mio futile espediente è il germe di un’ossessione.
A tratti talmente delirante da restituirmi con un sonoro schiaffo l’amaro gusto della realtà.
Eppure c’è stato un tempo in cui specchiarmi è stato il mio miglior rifugio, quello in cui poter ritrovare me stesso.
Ora invece sento solo gli artigli di un’alopecia androgenetica raschiare il cuoio capelluto, mostrando una pelle che recide i confini con un mondo di fronte al quale mi sento sempre più estraneo.
Stasera, dopo essere tornato dal lavoro, sono andato nella stanza da letto dove, una volta tolto le scarpe, ho indossato le mie pantofole rosse preferite.
Me le aveva regalate papà quattro anni prima, dopo averle acquistate al mercato domenicale di Piazza Marina, vicino alla Kalsa di Palermo, e mentre ci dirigevamo verso via Libertà, con i suoi alberi centenari dalle chiome rigogliose, mi aveva detto: «il rosso è il colore di ciò che fluisce dentro di noi».
Mi diceva sempre che tutto scorre e che non bisogna mai temere lo sconosciuto, perché se passa a trovarci riflette il nostro cammino nel mondo.
Una volta spenta la luce sono andato in bagno e ho aperto la manopola rossa del rubinetto, in attesa che le mani assorbissero tutto il calore possibile dell’acqua.
Volevo bruciare ogni pensiero, arginare quel dolore ormai familiare senza incrociare quello sguardo beffardo appeso immobile alla parete.
Ricordo di aver gridato a squarciagola il nome di quell’oggetto mangia riflessi, di averlo ricoperto di insulti perché il suo nome potesse pian piano prosciugarsi senza più scheggiare quella bellezza che solo tu papà facevi risplendere come il sole delle domeniche.
D’un tratto però, senza che me ne fossi accorto, la mano è diventata un tutt’uno col vetro, mandando in frantumi un’identità in numerosissimi pezzi: dove il volto di un passato lontano si era tramutato in un velenoso ricordo.

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