di Luca Giommoni
Molto prima che iniziasse a circolare lo slogan: “L’importante è fare arrabbiare qualcuno perché da qui nascono l’odio e il rancore”, si potevano già ammirare le avvisaglie di quello che sarebbe successo, anche nella sala d’aspetto dell’ambulatorio medico di Alberoro. L’aria era carica d’odio. Due signore si prendevano a manate per una rivista di quattro mesi prima, due distinti signori si contendevano a suon di calunnie l’angolo migliore per appoggiare il proprio bastone e pure la paziente dentro lo studio del dott. Mencini ce la stava mettendo tutta per far arrabbiare il mio medico di base.
Il dott. Mencini era diventato alquanto suscettibile dopo che dei jihadisti avevano filmato suo figlio mentre si esercitavano a separargli la testa dal resto del corpo. Il figlio del dott. Mencini era volontario della Croce Rossa in Siria. Era andato là per aiutare gente che, a suo avviso, stava molto peggio di lui. Diciamo che il figlio del dott. Mencini rappresentava tutto quello che non sarebbe successo.
Dopo mesi di assenza dalla professione e un disturbo post traumatico da stress, il dott. Mencini era tornato a esercitare più motivato che mai e pronto a diagnosticare l’ansia a tutti. Erano ansia i sintomi di un’ulcera, le frequenti minzioni notturne, le emicrania giornaliere, le vertigini, le febbri improvvise, l’alluce valgo, le mosche negli occhi e anche il cancro al fegato di mia madre.
Al funerale di mia madre, le stesse due signore della sala d’aspetto non si prendevano ancora a manate ma gareggiavano visibilmente a chi delle due vocalizzasse meglio Osanna nell’alto dei cieli, i due distinti signori diffamavano l’uno il bastone dell’altro con i vicini di panca e mio zio, senza farsi troppi problemi per l’omelia, mi diceva che ce l’avrei dovuta avere a morte con quel cialtrone di dottore, solo un po’ meno di quanto ce l’avrei dovuta avere con il maledetto cancro che si era preso mia madre, ma che non mi sarei dovuto vergognare se avessi iniziato a odiare il dott. Mencini anche di più.
Io non ce l’avevo né con il dott. Mencini né con quel maledetto cancro. Forse aveva ragione mio zio, non lo sapevo. Mi sentivo ancora troppo giovane per sapere le cose.
Mio zio, al contrario, sapeva benissimo cosa fare. Intentò causa al dott. Mencini e provò a togliergli tutto quello che aveva. Rimase però a mani vuote.
Il dott. Mencini era scomparso. Nessuno ne sapeva più niente, né i pochi mutuati rimastigli, né la sua ex moglie. I pochissimi che l’avevano visto negli ultimi tempi giuravano che faceva spavento. «Ti guardava come se ti volesse abbracciare e non potesse» dicevano.
Forse il dott. Mencini, vedendo la malaparata, decise di darsela a gambe, e non a torto, perché poi quello che sarebbe successo, di colpo, successe. E la gente iniziò a arrabbiarsi veramente per tutto.
Per capirsi: a Alberoro scoppiò un vero e proprio putiferio per via di un pullman di persone che arrivò in paese e quando parlo di putiferio parlo di molotov che, lì per lì, però, sembrarono mettere d’accordo tutti, anche i due distinti signori che, abbandonati i bastoni, si cimentavano insieme alle signore in una gara a chi per primo avesse centrato il conducente. A Milano, addirittura due carabinieri, da quanto erano infuriati, erano andati a sbattere con la loro gazzella contro due ragazzi in motorino. Anche i leader delle nazioni si arrabbiavano tantissimo e facevano arrabbiare tantissimo altri leader di altre nazioni ma, ora, per fortuna, avevano tutti a disposizione un adeguato numero di ordigni intelligenti come consiglieri.
Sopraffatti da tutto questo odio e rancore, i governi corsero ai ripari.
Reintrodussero l’obbligo della leva militare e militari decorati dell’esercito furono i nuovi maestri e professori.
Alle scuole elementari di Alberoro adesso insegnava un sergente del quarto battaglione d’assalto Cadorna.
Poi le Nazioni Unite parlarono in mondovisione.
Riassumendo, il discorso fu più o meno questo: «Signore e signori, spero che le camere di Treblinka, i neutroni di Hiroshima e Nagasaki, i defolianti del Vietnam, i machete del Ruanda, i bambini soldato del Congo, il gas sarin in Iran, i campi minati in Ucraina, la fame in Palestina, le bombe intelligenti nello Yemen e tutte le altre grandi idee della storia umana vi siano bastate. Da adesso in poi che l’essere umano abbia cura dell’essere umano e che gli Stati abbiano cura di loro stessi perché Dio baderà agli affari suoi e anche le Nazioni Unite. Rassegniamo le nostre dimissioni. Buona fortuna!»
Il giorno dopo gli Stati Uniti d’America invasero l’Europa.
Avevo da poco finito diciott’anni e mi era già arrivata la cartolina di precetto.
Rimasi incollato alla televisione fino a tarda notte per seguire le prime sconcertanti immagini dal Portogallo. Quando non riuscii più a togliermi dalla testa il pensiero che, probabilmente, da lì a qualche giorno, mi sarei ritrovato nel bel mezzo di uno scenario simile, cambiai canale e mi imbattei su un’emittente locale.
La trasmissione si chiamava In compagnia di Alessio. Lo studio era scarno, triste. In sovrimpressione compariva un numero. Una grande scritta diceva che era gratuito. Al centro dello studio c’era una scrivania e dietro era seduto Alessio, che aveva tutto l’aspetto di quello che era stato il mio medico di base.
“Il dott. Mencini si è messo a fare il cartomante” pensai, anche se dalla scenografia dello studio niente lo faceva pensare. Non c’erano mappe astrali o mazzi di carte o amuleti, solo la scrivania con un taccuino sopra e, dietro, il dott. Mencini con il suo pacioso faccione.
Nessuno lo aveva più rivisto da anni. Neanche gli avvocati di mio zio erano riusciti a rintracciarlo e ora eccolo qui, sul canale 174 del digitale.
Squillò il telefono e il dott. Mencini prese la prima telefonata in diretta.
Non chiedeva né la data di nascita né la provenienza, solo il nome e come andavano le cose a quel nome.
Angela rispose che potevano andare meglio.
«Per cosa mi chiami, Angela?» chiese allora.
«Per mio marito» disse la donna. «Ha il cancro. I medici dicono che potrei essere parte attiva nel processo di guarigione se iniziassi a combattere il tumore odiandolo con tutte le mie forze. Ora, io non me ne intendo di medicina ma, alla fine, anche se quelle cellule sono impazzite fanno sempre parte di mio marito, giusto? Dovrei quindi odiare mio marito? Alessio, devo arrabbiarmi con lui?»
Il dott. Mencini si prese un po’ di tempo per studiare degli appunti che si era segnato mentre la donna parlava. Fece come dei rapidi calcoli a matita su un foglio e tornò a guardare dritto in macchina.
«No» rispose.
Riflettei sulla grandezza di quell’uomo. Soprattutto in certi tempi.
La telefonata successiva fu di Matteo da Roma. Matteo aveva quindici anni ed era appena sopravvissuto a due pugnalate da parte di una gang rivale. Da resuscitato, per continuare a essere al passo coi tempi, chiese se Dio lo aveva voluto ancora in vita per odiare e uccidere i suoi nemici ancora di più.
Il dott. Mencini si ritagliò un’altra pausa per studiare gli appunti. Due rapidi calcoli e, sguardo fisso in camera, rispose.
«No» disse.
La telefonata successiva fu la mia.
Non sembrò riconoscere la mia voce né io gli dissi chi ero. Non volevo compromettere qualsiasi cosa stessimo facendo.
«Alessio» dissi. «È molto probabile che da qui a qualche giorno mi ritrovi in mezzo a una marea di proiettili e cose che esplodono. Avrai visto che la costa portoghese non se la sta passando bene e fra poco potrebbe toccare a noi. Cosa devo fare nell’eventualità di ritrovarmi di fronte un tizio d’oltreoceano che non conosco ma che ce l’ha con me così a morte che non si fa troppe domande sullo scaricarmi addosso la marea di proiettili di cui ti dicevo prima? Premetto che non voglio odiarlo. Voglio solo rimanere vivo. Cosa devo fare, Alessio?»
Il dott. Mencini sembrò riflettere sulla domanda. Prese il taccuino, sfogliò più pagine studiandole con attenzione. A questo giro i suoi calcoli richiesero un po’ più di tempo. Poi rialzò la testa e, fissando l’obbiettivo, rispose: «Non farti prendere dall’ansia».
Il dott. Mencini era davvero una persona fuori dall’ordinario e io iniziai a odiarlo con tutto me stesso.

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