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Neruda | Nozioni di base su paesaggio innevato, ovvero, alcune cose che non ci sono nel film

25 Ottobre 2016 di Francesca Corpaci

Che cosa sai, dimmi, del poeta Pablo Neruda?

In una gelida sera di dicembre, anno 1971, un cileno calvo, grasso e probabilmente già malato di cancro alla prostata, compare di fronte all’Accademia di Svezia (motto: “talento e gusto”) per pronunciare il discorso con cui accetta ufficialmente il premio Nobel. Di fronte a una platea silenziosa, fasciato in un completo elegante cucito su misura, Neruda racconta di quando ha dovuto valicare le Ande a cavallo, per eludere un ordine di arresto emesso ai suoi danni dal presidente Gabriel González Videla. Ricorda il silenzio verde e bianco della vegetazione montana, la solitudine senza margini della natura, e di come le quattro guide che lo accompagnavano segnavano le cortecce degli alberi col machete per evitare di perdersi. Ricorda le tracce sottili che ogni tanto trovavano nella neve, forse lasciate da altri fuggitivi finiti sepolti dal ghiaccio. Ricorda in particolare dei cumuli di rami eretti ai lati del sentiero, in onore dei viaggiatori divorati dall’inverno. Ricorda di come lui e i suoi compagni si siano fermati per raccogliere frammenti di legno e lasciare il loro ricordo su queste tombe selvagge, un po’ per rispetto, un po’ per timore.

Quando dico a mia madre che ho visto il film su Neruda lei fa sì, quello con Troisi che sono a Procida, che poi in realtà Neruda a Procida non so se ci sia mai andato, stava a Capri in esilio, poverino, mentre buttavano la gente a crepare nel deserto lui stava in villeggiatura vista mare. Ma che significa, rispondo io, questo vedere tutto sempre così bianco o nero, c’è la faccenda del poeta del popolo, dei minatori che scioperano, l’intellettuale comunista, e poi non è neanche il film con Troisi, ne hanno fatto un altro. Sarà comunque un brutto film, dice, e la conversazione finisce così.

Anche nel 1963, per un po’ girò voce che il Nobel per la letteratura sarebbe andato al vate cileno. Tuttavia non successe, e alla fine lo vinse il poeta greco Giorgos Seferis. Neruda non fece una piega, e inviò allo studioso di letterature ispanoamericane Giuseppe Bellini un testo intitolato “El premio Nobel en la Isla Negra”. In poche pagine, spiegava di come una schiera di giornalisti attratti dai rumors avesse assaltato l’isola dove viveva con la moglie, costringendoli a sbarrare la porta della loro villa con un grosso lucchetto. Un frangente davvero seccante, per questo si erano sentiti enormemente sollevati quando, una volta chiarito chi effettivamente si sarebbe aggiudicato il premio, i galoppini della stampa locale avevano sloggiato. Finalmente abbiamo potuto togliere il lucchetto, dice Neruda, così tutti sono di nuovo potuti arrivare in casa nostra senza bussare, come la primavera. In altre parole: rosicare sì, e pure in grandissimo stile.

Qualche anno fa, girava su internet questa poesia che dice lentamente muore chi non fa questo o quello, chi non rovescia la scrivania al lavoro e non se ne va lanciando il computer dalla finestra, chi non lascia la via vecchia per la nuova senza sapere quello che trova, chi non vende la casa per fare il giro del mondo in canoa e altre cose così. Migliaia di utenti di network sociali condividevano furiosamente questi versi consolanti e coraggiosi firmati da uno dei più grandi intellettuali della storia: Pablo Neruda. A un certo punto la faccenda diventò così virale da raggiungere anche l’allora senatore Clemente Mastella, individuo camaleontico e formidabile trasformista, che il 24 gennaio 2008 lesse il componimento durante il voto di fiducia che fece cadere il secondo governo Prodi, invocando a gran voce l’autorevole nome del suo autore. Il tutto sotto gli occhi sconsolati di Martha Medeiros, poetessa brasiliana (tuttora in buona salute) che nel 2000 ha composto i versi in questione, e degli alfieri della Fundación Pablo Neruda, che dopo settimane di inutili battaglie informative decisero di pensare alla salute, si fecero redigere un testo standard da inviare automaticamente alle centinaia di idioti che ogni giorno scrivevano per sapere di chi fosse, alla fine, quell’ode così accorata, e tanti saluti.

Le poesie d’amore. Neruda è il poeta delle poesie d’amore. Così belle. Una in particolare, che pubblicò a vent’anni e lo perseguitò per tutta la vita. Tutti gli chiedevano dai, recita una poesia, recita quella, quella lì dai, dai lo sai quale, quella bella. E lui la recitava ed erano tutti contenti. Forse lui non tanto.

Durante la fase finale della loro fuga andina, sporchi, semicongelati, e prostrati dalla durezza delle altitudini, Neruda e i suoi compagni raggiunsero un rifugio di montanari. Per una notte gli venne fornito formaggio, un letto, canzoni popolari e un bagno nelle acque termali che sgorgavano fumando dal sottosuolo. Quando tentarono di pagarli, i vaccari rifiutarono. Avevano solo reso un servizio. Al contrario di quello del poeta, i loro nomi non sono passati alla storia.

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Postato in: La scena tagliata Tag: Clemente Mastella, lotta di classe, pablo larrain, Pablo Neruda, premio Nobel 1 commento

Commenti

  1. Alissa dice

    1 Dicembre 2016 alle 20:08

    Sim, eu realmente quero ver este filme. Pablo Larraín é um grande diretor (eu amei o filme “El Club” http://www.filmstreaming.zone/4081-el-club-il-club-2015.html )

    Rispondi

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