di Daniele Montorsi (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
«Ho messo una croce sopra la memoria,
ma è ritornata.
Ho messo il tempo alla catena,
ma è ritornato» – Anne Sexton
«La memoria è la condanna della vecchiaia» aveva cominciato a dire mia madre dalle sue nuvole di Fentanyl. Il letto su cui poggiava la maggior parte del tempo sembrava ormai la solidificazione degli effetti dei farmaci: un pezzo di torpore, non lenzuola, non cuscino. Una fetta bianca di dolori tenuti a bada. Poi cambiava discorso.
Non aveva smesso di essere lucida: semplicemente seguiva le tracce del suo cervello con maggior disinvoltura. Tu dovevi solo arrenderti e accettare che riprendesse le tue flebili risposte solo quando ormai ti eri convinto che il danno fosse anche neurologico.
Del suo male parlava così: «Sono sempre stata una pecora nera: era giusto che fosse così anche nella malattia». Un male poco studiato, che aveva già sparato tutte le sue cartucce, tutti i suoi farmaci sperimentali, tutte le sue terapie palliative. Io me ne stavo lì, forse figlio per la prima volta; ma anche puro sfondo. Un oggetto, forse un attaccapanni – essendo magro e alto, potrei suggerire anche una lampada. Al contempo ero dannatamente «fisico»: lo stomaco tirava verso il basso, quasi volesse uscire con il resto; srotolarsi dal culo per scendere come un’ancora in mare. Ho replicato con una frase che voleva suonare intelligente: «La memoria a volte è tutto ciò che ci resta. Magari da giovani non ci arriviamo. Ci sentiamo eterni e il presente deve per forza essere nostro alleato».
Mamma manco mi guardava, ma sicuramente aveva ascoltato: «La memoria storica, sì. Tu pensi a queste belle cose, quelle da dire ai fascisti, agli ignoranti, agli irresponsabili. Io sto parlando… Quando ripassi la tua vita, vuol dire che stai perdendo il tuo corpo, la possibilità di altri ricordi… la possibilità di non dipendere, soprattutto». Penso che sia la prima volta che la sento dire una cosa del genere: prima la «memoria storica» era l’unica cosa che contava, perché la storia è collettività, è sapere per tutelarci, oggi e domani. È autodifesa. È sempre stata molto intelligente mia madre e io a volte… Ecco, ho sempre avuto questa immagine: la luna. Ci sono state volte in cui con lei è stato come camminare lì: un’altra gravità, un altro paesaggio. Spaesato, fluttuante.
La luna era il punto in cui mia madre mi scopriva.
La televisione è sempre lì, un ubriaco che salta da un argomento all’altro, un po’ come mia madre. Ha un orecchio per lui, sempre. Non ha mai interrotto l’abitudine del commento a voce alta, ma da un po’ quella donna si è ammorbidita. Mostrava di solito la serenità di chi deve fare spazio ai limiti altrui; indulgente con le immagini e i montaggi televisivi, come in un matrimonio pluridecennale in cui rimproverare i difetti del partner fonda ormai uno stabile equilibrio. Ma non stavolta.
Il suo orecchio sinistro, di solito offerto a me, era poco più che un calco, una figura di cartapesta: era tutto risucchiato dallo schermo.
«… detta ‘Compagna Luna’, è deceduta alle ore…».
Poi arriva una foto, più di una; poi altre di repertorio, alcune con giovanissimi scolpiti dal proprio pugno teso, altre con l’anonimato combattivo del passamontagna. Una voce fuori campo: «… le pagine buie del nostro paese».
Mia madre non ha perso una parola e i suoi occhi, proporzionalmente, diventavano caverne; poi, in una rottura impercettibile, li ho visti inumidirsi; ma sono rimasti lì, sull’orlo del precipizio.
Poi scatta la sua mano verso lo schermo: «Montalto di Castro, 1976» recita in sovrimpressione il servizio di repertorio. «Già, è vero» ho confermato, da bravo ospite della conversazione.
«Quella lì».
«Chi è?»
«Lei, Barbara. L’ho conosciuta lì».
Mia madre avrà menzionato sì e no almeno cinque «Barbara» nella sua vita, ma nessuna corrispondente a quella sullo schermo. Ho sentito lo stomaco scalciare in un modo diverso: l’indice della donna era già tornato sulle lenzuola, ma il suo gesto mi trivellava ancora gli occhi.
Adesso l’Ubriaco parlava di agricoltura, di fondi europei, di quote latte, di identità alimentare.
«Ti ha tenuto anche in braccio» riprende improvvisamente mia madre, guardandomi come se vedesse qualcuno alle mie spalle, come se volesse tirarlo fuori dalle pareti mute. Io non riesco a frugare in nessun ricordo, ovviamente, a parte quelli già pronti degli album di fotografie.
«Tuo padre si era pure invaghito di lei, ma non avevamo tempo. Lei manco doveva farsi vedere lì».
Questa era una novità assoluta: «Avete divorziato a causa sua?».
«Direi a causa nostra». Passano dieci secondi. «Non mia e del babbo».
Di solito capisco quando è affaticata, ma qui non c’entra la malattia. Taceva come se avesse appena sradicato un albero a mani nude. Poi connetto: «Barbara…».
Il cognome che soffio si posa come piuma sulle mani aperte della donna, abbandonata alla sua nuvola. Sono di nuovo sulla luna. Sulla luna con la Compagna Luna.
«Sì, bravo» risponde con tono materno. «Finisci questi» e mi porge dei pasticcini. Mangio i miei dolcetti lunari, assaggio il pezzo plumbeo annidato nella mia infanzia. Penso di tutto: a quell’indice fermo, alle armi. Ricostruisco cantine, fruscii di caricatori nella pancia di quartieri rispettabili. Nomi sussurrati mai per intero. Gocce di sole entro comunicati implacabili. Una distorta «Isola del tesoro». Tutto rovesciato su quel corpo perso nell’Ubriaco.
«Resti a pranzo?».
Dalla luna, stranamente, sorrido.

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