di Pietro Lenarda
Giorno: Lei dice: “Apriti con me, vorrei esserti di aiuto. Puoi parlare con me dei tuoi problemi” Io rispondo: “Ok perfetto, ho un problema con questo funzionale non è convesso, mi si impalla il codice con uno schema monolitico, d’altra parte non so se con un metodo staggered perdo o no accuratezza nella soluzione”. Manco finisce lo spritz, prende e se ne va. Il giorno è in fin dei conti sempre deludente.
Notte: La notte è bella invece perché disfa le trame del giorno e riaffiora il mondo sotterraneo.
Di notte mi ritrovo a scorrere su internet delle vecchie vignette satiriche della prima metà del secolo scorso. In particolare le vignette sia propagandistiche che anti-propagandistiche di era sovietica sono incredibilmente crude.
Ce n’è una anti-bolscevica che raffigura un gigantesco mostro simile a un orango di colore rosso con gli occhialini pince-nez e il pizzetto a punta, indossa una collana con una stella di David, è ovviamente Trotzki, ha i denti affilati e si dondola pigro e brutale sul bordo di un ponte di pietra aggrappandosi con le mani pelose dagli artigli insanguinati, dietro di lui si vedono le guglie e le cupole del Cremlino, sotto il ponte ci sono centinaia di teschi umani e si intravedono scene di omicidi efferati compiuti da piccoli omini misteriosi col codino e vestiti all’orientale. È una immagine macabra, grottesca di una violenza spaventosa.
Scopro i cartoni animati di propaganda anti-nazista sia americani che sovietici. C’è una differenza abissale in come viene rappresentato Hitler: gli americani ne fanno un omuncolo ridicolo, pazzo ed esaltato che urla rosso paonazzo con una vocetta stridula parole incomprensibili, spesso si scontra con Donald Duck o Bugs Bunny che lo prendono a calcioni nel culo. I sovietici invece lo rappresentano come un mostro con l’elmo a punta stile guglielmino e la faccia da porco, gli occhi stralunati della follia omicida che perde bave rabbiose, l’immancabile ciuffo e i baffetti, calpesta le nazioni ad ogni passo, si vedono la Cecoslovacchia, poi la Polonia, l’Olanda, la Francia calpestate che esplodono proprio sotto i suoi pesanti stivali. Quel cartone animato è spaventoso: dopo si vedono le spie tedesche lanciate nelle campagne russe con i paracadute che si travestono da vecchia babuska o da innocuo contadino e appiccano il fuoco ai covoni di fieno nelle campagne russe.
L’imperatore Hiroito e i giapponesi sono rappresentati dagli americani come degli omini grotteschi, de-umanizzati, con delle fattezze da ratto, sono spesso stupidissimi compiono azioni senza senso ma pericolosissime, spesso si fanno saltare per aria da soli.
Mussolini è meno caratterizzato, sembra più stilizzato quasi amorfo, sembra già un uomo spacciato nelle rappresentazioni di inizio anni 40, la barba incolta sul faccione, il mascellone, un uomo finito seduto sui ruderi romani, non sembra neppure particolarmente pericoloso, semplicemente sembra stupidissimo derelitto e rassegnato.
Le animazioni sono clamorose, sono pensate per essere proiettate durante i cinegiornali, escono dai migliori studi di animazione del tempo, Disney e Warner Bros almeno le americane, sono animazioni contemporanee ai classici tipo Biancaneve o Pinocchio.
Vado ancor prima nel tempo e scopro delle vignette satiriche russe di inizio novecento anti-zariste, tutte irridono allo zar Nicola ridicolizzandolo, alludendo alla sua debolezza politica e al fatto che il vero potere di corte è in mano alla figura ambigua e oscura di Rasputin. Rasputin che si fa servire la cena dallo zar Nicola II mentre è insieme alla zarina, Rasputin che bacia la zarina mentre lo zar gli pulisce le scarpe. I volti allungati, le barbe a punta, gli occhi fissi, sono tutti e tre attorno a un tavolo con al centro un piatto di salsicce. Sono il pallido ricordo di antiche icone bizantine rese grottesche dalla contemporaneità. Di ieratico non è rimasto nulla.
In una vignetta sovietica anti-americana del 52 c’è un personaggio spaventoso grasso che campeggia nel disegno, è flaccido con le labbra sottili deformate in un ghigno furbo e crudele le sopracciglia arcuate, gli occhi cattivi. Le sue braccia, sotto la giubba militare da generale con mille mostrine e medaglie si intravedono ma sono scheletriche, sono solo ossa e spariscono nei guanti, reggono una progetto per la ricostruzione della Germania e il personaggio, che non è altro che il macabro cadavere di Göring, sta mostrando il progetto a un omuncolo in giacchetta dall’aria gongolante e ingenua con una valigetta con su scritto piano Marshall, che palesemente viene raggirato.
Queste immagini sono degli esorcismi, esorcizzano la paura della morte, della guerra, della violenza. Il grottesco e la satira ne amplificano il potere espressivo ed evocativo, mi lasciano senza parole: ho davanti i protagonisti della storia de-umanizzati, abbassati a un livello vagamente comprensibile, a un livello digeribile dalla cronaca del tempo in cui sono vissuti. È come vedere la storia stessa dispiegarsi e svolgersi prima che divenisse storia, puro magma. un flusso che ci trascina, quando era ancora cronaca quotidiana quindi completamente inintelligibile e in divenire. Un senso di precarietà e di terrore emerge da queste immagini non ancora diventate storia, si tenta di rappresentare l’inspiegabile e di renderlo in qualche modo più accettabile almeno, di strappare in chi assiste un oscuro ghigno, un argine o almeno un sospiro di sollievo nel vedere il cattivo dipinto dalla propaganda reso inoffensivo.
Penso all’epilogo di Barry Lyndon lo schermo diventa nero e si legge: “It was in the reign of George III that the aforesaid personages lived and quarreled; good or bad, handsome or ugly, rich or poor, they are all equal now”. Mi pare che questo enorme cimitero, questa necropoli, sia diventata ormai reale e presente anzi che sia sconfinata nel reale. Continuiamo a diffondere immagini e parole vuote che sono l’antitesi della vita. Le nostre pagine Instagram sono già delle necropoli viventi, dei loculi che abbelliamo di feticci e foto ricordo da portare nell’aldilà come i Longobardi che si facevano seppellire insieme al proprio cavallo e ai loro gioielli, o gli Etruschi che dipingevano le loro tombe con banchetti imbanditi e scene erotiche. E tutto questo mi sembra l’antitesi della vita, che invece non parla, che non crea, non rappresenta, non cristallizza, ma semplicemente scorre e si sviluppa spontaneamente secondo il suo corso, e allora ogni altro senso mi pare più importante della onnipresente e dittatoriale vista, ogni silenzio mi pare più degno di un commento.

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