di Stefano Errico (Bastardi senza gloria)
Dei miei genitori, morti pochi anni dopo la mia nascita, ricordo solo le parole che ripetevano più di frequente. E tra queste v’era un numero: quattrocento.
Quattrocento sono le persone al mondo con il mio stesso morbo.
Sono nata con una rara malformazione cerebrale. Invisibile e devastante. Logorante. Se davvero, come spesso si dice, gli esseri umani sono templi del Creato, le ossa sono i suoi colonnati in marmo. Li sorreggono e conferiscono loro una postura eretta. Le mie colonne sono friabili, costantemente sottoposte all’azione erosiva di una pioggia scrosciante. Il mio alluvione, la mia malattia, colpisce pochissimi. Appunto, all’incirca quattrocento casi a quando avevo quattro anni. Ora in leggero calo.
Tortura le ossa e progressivamente le sgretola. Provocando infiammazioni, lussazioni, fratture frequenti. Oltre ad una perpetua artrite spietata. Gli effetti sulla quotidianità possono essere molteplici e, nonostante coabiti con lei da molti anni, non ci si fa mai l’abitudine.
Rovinare al suolo in ogni modo e circostanza, è certamente il più visibile. Mai senza conseguenze.
Non godo del lusso di stamparmi per terra e solamente sbucciarmi un ginocchio od un gomito.
Ma questa non è mai stata la mia difficoltà maggiore. Non si può certo dire che sia una camminatrice.
I dolori artritici alle dita delle mani sono sempre stati il mio dolore più grave poiché, per una beffa del destino, io nacqui pittrice.
Nacqui tra le tinture a olio di mia madre, pittrice anch’essa.
Nacqui respirando quell’appagante odore sintetico dei colori coi quali dipingeva le sue opere, e zampettando e inventandomi nascondigli tra le sue tele sparse per casa.
Appresi dapprima il mondo fatato in cui capitavo. Poi le raffigurazioni più semplici per la mia età, fiorellini, arnesi d’uso domestico e paesaggi. Infine le tecniche più comuni.
Decisi che avrei seguito la corrente artistica gustata tra le mura. Avrei ampliato il mio repertorio dei soggetti mantenendo però la loro semplicità, rappresentando ciò che tutti potessero vedere nel quotidiano, mai deviando in strambe composizioni. Fantasiose, meravigliose, alcune mi erano state mostrate, ma astratte. Intangibili, immateriali. Mio malgrado, ero nata con uno spiccato sentire per la fisicità.
I colori li avrei posseduti tutti e sempre utilizzati i più possibili, come soleva fare mamma. Studiandone con parsimonia le più complesse tonalità, sfumature ed ombre, e approfondendo le loro implicazioni nei miei quadri.
Ancora seguendo i passi della mia Insegnante, nessuna pretesa per gli strumenti. Lei dipingeva ogni volta con il medesimo pennello, senza mai cambiarlo. Questo è l’insegnamento a cui era più affezionata, ripeteva: «Allena la mano. Tocco sublime, movimento agile e precisione sopraffina; se riuscirai ad avere ciò, potrai dipingere senza utensile alcuno, poiché ogni strumento che ti potrà servire lo troverai dentro di te».
Aveva dita come querce maestose, e mi ha creduto sempre una degna piantina. Non mi avrebbe mai vista sfiorire col trascorrere delle stagioni.
Compiuta la maggiore età, sotto consiglio di nonna, che mi aveva accudita fino ad allora, sposai un nullafacente di buona famiglia. Invocava continuamente al miracolo che un bel giovane di buona dote potesse maritarsi con me, figlia della disgrazia.
Era gradevole d’aspetto e perfino nelle maniere, ci sistemammo insieme dopo il matrimonio.
I genitori avevano provveduto alla nostra casetta. Qualche asse di legno incastrata alla buona era quanto avevano fatto per noi. Mi sarei occupata io di abbellirla un poco, non mi dovevo lamentare. Come si premurava di ripetere mia nonna ad ogni piega sul mio viso che non gradisse.
Io me ne affezionai.
Quest’uomo si rivelò presto essere un bruto. Ogni suo dettaglio si fece ruvido. Dai comportamenti, alle parole, ai lineamenti.
Gli si scavò il volto in prossimità delle guance, lasciandogli solo due solchi profondi, colmati di tanto in tanto con peli radi di barba trasandata. Minuti e rinsecchiti divennero i suoi occhi, trasformandolo in un pesciolino scaltro ma timorato; gli zigomi s’accasciavano piagnucolosi. Era un piccolo vagabondo spaventato, ma abitato da bestialità.
Era tutto un’ingiuria, un insulto, un’aggressione. Ed io gli sfiorivo davanti. Lasciavo cadere grida di dolore ovattate negli angoli delle stanze, come foglie d’autunno. Mi sgretolavo giorno per giorno e lui inveiva, per una ragione qualunque.
Solamente dipingere continuava ad allietarmi un poco il cuore, ad alleviare le fitte. Avevo sempre conservato le influenze e gli insegnamenti della mia Maestra. Sviluppando la mia di arte.
Come eri bello marito mio prima che ci sposassero! Ci siamo degradati in questo tempo, l’un l’altra. Ma ora guarda. Guarda. Non sono solo buona a nulla come sbraiti di sopra della mia testa china.
Guarda. Questo ritratto luminoso, brillante, della tua giovinezza l’ho partorito per te. Ti ho studiato e ti ho imparato.
Ah, come eri bello marito mio!

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