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M il figlio del secolo

M. Il figlio del secolo | A braccio teso 

4 Febbraio 2025 di Giulia Sabella

Il dottor Mariani entrò nella stanza 13 e vide una donna in lacrime accanto al letto del paziente. «È sua madre, che facevo, chiamavo la sicurezza?», bisbigliò l’infermiere. Il dottore avrebbe voluto ribattere che le regole valevano per tutti ma la signora si era già avvicinata a lui. «La prego, faccia qualcosa». Il Mariani abbozzò un sorriso e alzò una mano, come a benedirla, e quella tornò alla sua sedia, accanto al figlio. Il ragazzo aveva meno di vent’anni. Stava sdraiato, gli occhi gonfi che guardavano fuori dalla finestra. Un giovane all’apparenza perfettamente sano se non fosse stato per quel braccio destro teso che indicava il soffitto. Il padre, che fino a quel momento era rimasto in un angolo, si rivolse al dottore. «È successo stanotte. Era chiuso in bagno, non voleva uscire, ho minacciato di buttare giù la porta. Quando siamo entrati era così». Il Mariani ascoltava e intanto esaminava il braccio. L’angolazione era di circa 120 gradi rispetto al corpo. Fece una piccola pressione ma quello rimase immobile: abbassarlo era impossibile. I muscoli erano tesi, come se fossero attraversati da una trave di ferro, e le dita distese e serrate. «È una SBT. Sindrome da Braccio Teso», disse ai genitori. La donna raddoppiò i singhiozzi, l’uomo l’abbracciò, il ragazzo continuò a guardare fuori, con lo sguardo assente. Il Mariani dette le solite disposizioni all’infermiere: fare una radiografia, una risonanza magnetica (con e senza contrasto), un elettroencefalogramma e poi steccare il braccio, per cercare di rilassare i muscoli. Uscì dalla stanza e la donna lo raggiunse in corridoio. «Qualche settimana fa gli ho trovato degli spinelli nel cassetto del comodino. Può essere stato questo?». Il dottore la guardò. «Signora, al momento non sappiamo cosa scateni la SBT. Le posso però dire che colpisce indistintamente persone di ogni genere, età, classe sociale, quindi non solo mi sento di escluderlo ma anzi, non mi stupirei se tra qualche tempo scoprissimo che la cannabis ha degli effetti positivi nella cura della malattia». La donna lo ringraziò e rientrò nella stanza.Arrivato alla sua scrivania, il Mariani consultò il bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità. Nelle ultime ventiquattr’ore i casi di SBT in Italia erano stati 157. Al momento, in tutto il Paese, se ne contavano oltre tremila. Solo nel suo reparto ce ne erano 14. Quelli in condizioni stabili venivano rimandati a casa e tornavano in ospedale ogni due giorni, per dei controlli. Non c’erano posti letto per tutti e poi, che senso aveva tenerli lì? Enrico Lapi, suo compagno di dottorato e adesso professore a Parigi, gli aveva girato per mail un articolo scientifico uscito quella mattina: Outstretched Arm Disease (OAD): bridging scientific discoveries and clinical application. Il Mariani lo lesse ma era una storia che conosceva già: a Francoforte una donna di 56 anni, da quattro giorni affetta da SBT, aveva abbassato il braccio. Gli infermieri le avevano tolto la stecca per il controllo periodico e quello era scivolato in basso, abbandonandosi alla forza di gravità. La sua situazione clinica era però rimasta identica: nessuna variazione significativa nelle analisi del sangue, nella tac, nell’elettroencefalogramma, nelle urine. Il braccio destro funzionava perfettamente e la paziente reagiva agli stimoli. Si confermava quindi quanto già sapevano (praticamente niente), quanto sospettavano (problema di natura neurologica), quanto prescrivevano (steccare il braccio) e quanto escludevano (nessuna evidenza infettiva).
Il Caso Zero c’era stato nove giorni prima e da allora le braccia non avevano smesso di sollevarsi. Il video del ministro della Cultura che porgeva la mano al suo omologo francese per poi alzarla in aria di scatto, un attimo prima di stringerla, era già passato su Blob un numero di volte sufficiente a farlo diventare un classico. I sindacati avevano organizzato una giornata di mobilitazione per chiedere che venissero garantiti i posti di lavoro delle persone affette da SBT e il Papa aveva lanciato un appello affinché non ci fossero discriminazioni. La patologia era però innocua e questo, secondo il Mariani, complicava la situazione. Certo, era una malattia fastidiosa, a tratti ridicola, ma sicuramente non mortale e quindi difficile da prendere sul serio. Quando l’aveva detto al Lapi, quello gli aveva dato del cinico, ma aveva dovuto concordare con lui. Nessuno parlava di blindare i reparti, convertirli in aree di degenza SBT, come era stato con il Covid. Per chi si trovava all’improvviso con il braccio alzato, incapace di guidare e vestirsi autonomamente, quella era una tragedia, ma a un livello più ampio, macroscopico, non era certo una patologia che metteva a repentaglio la sopravvivenza della specie umana. Forse un giorno le braccia si sarebbero abbassate, chissà. Oppure aveva ragione chi diceva che quella era la nuova normalità, un balzo in avanti nella scala evolutiva: l’essere umano si doveva abituare a vivere con un braccio alzato e da lì nessuno sarebbe tornato indietro. 

Il dottor Mariani prese una sigaretta dal pacchetto che teneva in tasca e uscì in balcone. Pensò a Sofia e ai bambini che aveva lasciato ancora addormentati nel lettone. Pensò alle montagne dove vivevano i suoi genitori, a quanto gli mancassero, loro e le montagne, ma le montagne di più, perché vivere in una città costiera è bello, ma vuoi mettere le montagne?
Il cellulare nella sua tasca suonò. Era arrivata una nuova paziente: donna, 31 anni, al quinto mese di gravidanza. Era ora di tornare a lavoro. Il Mariani si portò la sigaretta alla bocca per l’ultimo tiro ma quella, invece di poggiarsi tra le labbra, si allontanò. Il dottore la vide che saliva verso il cielo, a indicare la striscia di mare in lontananza, e osservò le dita che si stendevano e si inarcavano verso l’alto, lasciando scivolare il mozzicone, che cadde a terra accanto a lui. Non sentiva niente. Il braccio non esisteva più, tranciato all’altezza della spalla. Con la mano sinistra prese un’altra sigaretta e l’accese. Avrebbe dovuto chiamare Sofia, i suoi genitori, il Lapi, avvertire il reparto, il primario, ma ormai che fretta c’era? Rimase così, a guardare i gabbiani e le vele delle barche, chiedendosi se sulla cima delle montagne, a casa dei suoi, si fosse già sciolta la neve. 

 

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Postato in: Lo sfogone Tag: #giuliasabella, #milfigliodelsecolo Fai un commento

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