di Giuseppe Lucà Trombetta (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
“Qui a deux femmes
perd son âme.
Qui a deux maisons
perd sa raison”
Eric Rohmer,
Le notti della luna piena.
La presentazione iniziò alle undici.
Il venditore urlava nel microfono. Mostrava i pregi delle padelle antiaderenti.
Quando l’assistente ne mise una in mano al professore, lui si alzò.
Se non la smettevano con quelle urla spaccatimpani – disse – li avrebbe denunciati.
E chiesto il rimborso del biglietto.
Tornavamo in Italia e, per tutta la notte, si era agitato sulla poltrona non reclinabile.
Quel viaggio, l’avevo organizzato io.
A partire da un volantino della ditta Inoxia, distribuito davanti alla mia Facoltà.
Era una gita delle pentole, a Barcellona. In pullman.
Il professore non voleva venire. Non gli interessavano le pentole. E poi non sapeva cosa dire a Giulia, per tutti quei giorni fuori città.
Lo sedussi col prezzo: una cifra ridicola per un soggiorno nel residence di lusso, sulla spiaggia. Tutto incluso!
Con l’aria di chiedere poco, gli stavo chiedendo sei giorni solo noi due.
Lui continuava a insultare i venditori. Ma lo capivo: stava disprezzando il viaggio, il volantino, la mia voglia di felicità a buon mercato.
All’altezza di Marsiglia, la presentazione si interruppe.
I passeggeri ripresero a confrontare la gita che si concludeva, con altre che avevano fatto: costo del viaggio, abbondanza dei buffet, bevande escluse, pulizia dei residence, educazione dei camerieri.
Poi l’autista parcheggiò in un’area di servizio.
Disse al microfono che il pranzo era escluso dal prezzo del viaggio. Avevamo mezz’ora.
I passeggeri scesero in fretta, brontolando.
Al banco del bar, il professore ordinò due mezze baguette con burro di Normandia.
Quando tornai dalla toilette, era al tavolo. Scriveva sul telefonino.
Glielo presi, come per scherzo.
Il messaggio era per Giulia, naturalmente.
Diceva che la missione di studio in Spagna era finita, e stava rientrando.
Passato il confine, il venditore ricominciò.
Ricordò che quel viaggio, così conveniente, era un regalo della ditta Inoxia, che aveva a cuore la diffusione del turismo di qualità.
Mise le pentole sul tavolino accanto alla postazione di guida e aumentò il volume.
Il professore si alzò di nuovo.
Inveiva contro il frastuono.
Io non volevo che finisse come prima. Lo tirai per la giacca, e riuscii a farlo sedere.
Gli misi in grembo l’impermeabile marrone, che era di suo padre,
e iniziai ad allentargli la cintura dei pantaloni.
Le lamentele finirono presto.
Scivolò nella poltrona.
Io non avevo fretta. Acceleravo solo, quando le urla del venditore facevano gracchiare l’amplificazione.
Lui mi posò una mano sulla spalla.
Stringeva seguendo gli alti e bassi del rumore.
Adesso però, guardava le pentole con occhi nuovi: i fondi rinforzati che distribuiscono il calore, l’acciaio speciale facile da pulire, i manici di gomma anti-scottatura, i coperchi trasparenti, con lo sfiato per il vapore.
A un certo punto la presentazione si fermò.
E anche io.
Lui mi strinse a sé.
«Ti amo» disse.
L’imbonitore si chinò. Fece partire la musica e mostrò ai passeggeri una piccola pentola a pressione:
«Il gioiello dell’intera batteria» disse.
L’acciaio inossidabile splendeva nella luce del tramonto. Un lampo di sole basso rimbalzò sul volto del professore.
Poi alzò il volume.
Parlava con l’Inno alla gioia in sottofondo.
Sollevò la pentola sopra la testa e la portò, come in processione, lungo il corridoio.
Alla sua voce, alla musica di Beethoven, si aggiunsero le domande dei viaggiatori: prezzo, rate, garanzia.
Il rumore era insopportabile.
Ma il professore sorrideva.
Quando l’imbonitore giunse all’altezza delle nostre poltrone, mi strinse il braccio, trattenne il respiro e macchiò l’impermeabile.
Era quasi mezzanotte, quando il pullman ci scaricò alla pensilina della stazione.
Rimanemmo fermi a guardare le luci rosse che si scioglievano nella nebbia.
Un brivido mi attraversò.
Lo presi sottobraccio.
«Andiamo da lei o da me?» chiesi.
«Scusami, Anna. Adesso, ho voglia solo di dormire».
Mi abbracciò, mi baciò sulla bocca. Disse: «grazie».
Poi attraversò il piazzale.
Il rumore delle poche auto affondava nel silenzio brumoso.
Allora chiamai mia madre.
Le dissi che era stato un bel viaggio. Che ero stata bene a Barcellona, con la mia amica. E avevo comprato qualcosa per lei. Una sciocchezza:
una pentola a pressione.

Rispondi