Intanto andava picchiata. Non c’è altro rimedio. Finché è piccola una la raddrizzi, ma se non le prendi subito quelle così finiscono in mezzo alla strada. La medicina non cura i mali del dopo, non occorre ricetta, è lei che non ha capito: ecco cosa pensa il dottore. Che ancora non ha imparato a fare la madre.Sorride pietoso, per rimproverarla. Perciò lo ringrazia. Chiude piano la porta, i passi rapidi e la borsetta che sfrega la coscia. È una bella giornata. L’inverno tarda ad arrivare e la nebbia assiepata all’orizzonte svanisce col primo sole. Si vedono gli aironi bianchi che beccano la terra, attraversano i solchi con grazia e volano al suono acuto, limpido della campana. Presto la nebbia lo ingoierà. Gli uccelli migreranno da qualche parte. Allora non potrà farla correre in giro, gridare con quella veemenza che non è dei bambini. Urla come una matta. Non può sperare che si sfoghi sempre così, nei campi. Sperare che la terra la consoli: è lei la madre. Coraggio innanzitutto. Guarda il cielo, la pianura lo tiene su un piedistallo. Dove non ci sono colline o montagne a limitare lo sguardo è facile illudersi. E ora prova una grande soddisfazione, un senso di possibilità. Supera il canale di scolo, costeggia i tre frassini ingialliti. Dietro c’è la casa, con la bambina che l’aspetta sulla soglia. La bambina salta, nervosamente. Produce uno strano ronzio, con la bocca, dalla gola, un gorgoglio feroce, sommesso. Nel petto le vibra una forza randagia, oscura. È partita dal corpo, è nata lì, quando era piccola, dal movimento del corpo la forza si è dibattuta ed è traboccata, fino a riprodursi nella voce. Le bambine sono felici, ma la sua contentezza è spropositata, suscita sospetto. Le altre madri la allontanano, nel gioco esagera. I ruoli, le regole che le bambine imbastiscono; non ha rispetto per niente. È un’energia ingiustificabile, corrotta. Nel riso, nel pianto. Le madri si giudicano, vicendevolmente, cercano tra loro le sconfitte: l’hanno trovata. E perché solo una falsa vittoria genera compassione, la compatiscono. Questa madre che va aiutata. Ma nessuna malattia affligge la bambina, che è stata studiata nei dettagli, esaminata dagli specialisti. Questa madre. Dovrà farlo velocemente, senza pensare. La bambina si aggrappa, la tira per la gonna, urla il suo nome di donna. La chiama solo per nome. Lucia-a-a. La madre le prende un braccio. Sente la rabbia montarle addosso. Potrebbe finire in mezzo alla strada. La bambina si dimena, sfugge alla presa, corre. Urla. Come una dannata. Che Dio le abbia destinato una figlia del genere. Sbraita. Vuole farla morire. La voce lacerata di un’ossessa. Questo pensa la madre, forse Dio ha deciso di ucciderla tramite la bambina. Lo confessa alla bambina. Tu vuoi farmi morire, ho capito cosa vuoi. Vuoi farmi morire. E la bambina si ferma, l’ascolta. La madre continua: te vuoi farmi morire. La bambina ci pensa, non è vero. Si mette seduta, dispiaciuta. Finché una è piccola la raddrizzi. La menzogna, basta prenderle subito. La madre mette in mostra la sua disperazione, non c’è altro rimedio. Se non la smetti mi ammalo, se non mi sveglio più è colpa tua, lo vedi? mi è venuto perché non stai zitta. La bambina intuisce gli effetti dell’assenza, il grande vuoto attorno, palpabile. Impara a contenersi. Diventa timida, schiva. Le altre madri notano il cambiamento, si congratulano, sorridono risentite. La madre ringrazia e la ricompensa. Le compra cianfrusaglie di poco conto, in continuazione, le dice che non bada a spese, in modo che la bambina attribuisca un valore superiore agli oggetti che la circondano. Se sbaglia, la madre distrugge quello che ha accumulato. Semmai sono io che devo piangere, non te: e la conta riparte da capo. La bambina impara a preoccuparsi di ciò che già possiede. La moltiplicazione delle cose la rallegra, non sa cosa significhi essere felice al di fuori dell’incertezza di perderle: quando apre la porta della camera trattiene il fiato. Non strilla più in mezzo ai campi, diventa bella. La nebbia si dirada, con la primavera le danze degli uccelli tornano ad occupare il cielo e nel giro di un’estate le crescono completamente i seni. Sembrano staccarsi come un frutto dal corpo esile, morbido di ragazza. Sono seni che vivono di vita propria, di una rotondità magnifica, sbalorditiva. La madre distingue il pericolo, gli sguardi che attira, in paese, donne, uomini, chiunque è sopraffatto dalla sua bellezza, sublime. La bellezza di un fiore carnoso che va strappato. A passeggio la madre stringe la figlia a sé. La costringe a selezionare la merce con criterio, perché sviluppi gusti propri, senza disonorarsi. Bisogna vederle insieme, vestite di tutto punto sulla via principale, ora che è caldo non si notano nemmeno le cortecce fradice, l’umidità che ha staccato i manifesti, ha sbiadito le insegne, ha corroso gli intonaci delle case, dello stesso colore, bianco o grigio, i colori più durevoli non sono nemmeno dei colori, ovunque c’è un desiderio irrealizzato, madre e figlia, due puntini che camminano in mezzo alla pianura intollerante, che uniforma ogni slancio. La figlia che si ferma davanti alla vetrina, anche questa interruzione è per sbaglio. Ha visto brillare qualcosa, una lama di luce le attraversa gli occhi. Accanto al manichino c’è un uovo di vetro, un banale complemento decorativo incollato su una base di finto marmo. All’interno del guscio trasparente si annida una cornice fatta di piccole foglie: contiene una minuscola figura con le braccia piegate, rivolte verso l’alto, in piedi tra due animali, forse cani, o lupi. La figlia lo vuole, e la madre non esita a trattare il prezzo, perché l’acquisto corrisponde ad uno sforzo: te lo prendo, ma te non devi guardare quelli che ti guardano, e lo sai… Non conclude la frase, fa una smorfia dolorosa, appoggia la mano sul cuore. La figlia annuisce. Tiene l’uovo di vetro sul comodino, inebetita, passa giornate intere a fissarlo, in ginocchio, contempla l’uovo ridicolo, come una santa in preghiera. Passano settimane, si trascina da una stanza all’altra, alternando la manutenzione disordinata del proprio aspetto ai servizi igienici strettamente necessari. Finisce di mangiare, e torna al cospetto dell’uovo. La madre non capisce, ma le altre madri dicono che a quell’età possono fare le strane, e se la sua è pacata può solo che ringraziare. La madre ringrazia, si abitua rapidamente alla quiete, la presenza inoffensiva della figlia, una possibilità finora inesplorata. Se non vuole uscire tanto meglio. Ora cammina impettita, il rumore stridulo dei tacchi sulla ghiaia. È sola, il braccio è libero, non è più sfiancata dall’esercizio del controllo. Nelle conversazioni si anima, sfacciatamente querula, dice che sua figlia è una stella, una santa, un gioiello; è sincera. I complimenti, ratificati dalla gente che incontra, poco importa se genuini, calcificano la speranza, l’accrescono. È fortunata e ha voglia di attardarsi, animata da una tranquillità mai sperimentata si lancia in conversazioni futili, apprezza di starsene seduta nei bar, a leggere superficialmente i giornali che le capitano a tiro, è contenta di essere invitata alle cene, alle feste, per un caffè gli uomini la lusingano. La felicità la ringiovanisce. Parlare di sua figlia le ricorda se stessa, occasionalmente confonde i rispettivi nomi. A casa torna tardi, dimentica di far compere, sempre più allegra, lo splendore di sua figlia le appartiene, è ormai fatto noto, riverbera in lei, l’artefice, non c’è dubbio. Sua figlia, gli occhi vacui, le palpebre pesanti, è raggiante. La pelle, ricoperta di vene azzurrognole, è di un rosa pieno, fresco. La schiena ricurva non rivela imperfezioni, da ballerina. E che eleganza le spalle ossute, ricurve sull’uovo di vetro! La bacia sulla fronte calda, gelata, la saluta amorevolmente prima di andarsene. Fuori l’estate sta finendo. Al tramonto la notte piomba dall’alto, c’è una striscia arancione che inutilmente resiste all’orizzonte. Gli alberi sono sagome violacee. Il freddo dell’aria che sale dai prati bruciati penetra nelle ossa. Nei posti dove c’è più cielo che terra vengono strane idee. Viene voglia di tentare invano, per un niente. Quando esce di casa la madre non c’è. Imbocca la via principale. È nuda, la pelle azzurra ruscellata dal crepuscolo. Il passo è leggero, di una lievità innaturale. Avanza indifferente agli stimoli, alle facce inerti. La gente è pietrificata, nessuno ride. Hanno paura. È un corpo a cui si vorrebbe dare la morte con le proprie mani. È un corpo assordante. I cani guaiscono, ululano. Bisogna che qualcuno faccia qualcosa. Bisogna coprirla, portatela dentro. Si sente un grido, la madre corre per i campi. Presto sarà buio.

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