di Francesca Mazzotta
È la seconda volta che rischio un incidente mortale a Roma. La prima volta stavo andando a ritirare un registratore. Era stato messo in una borsa di tela targata Olschky Editore, con post it sopra: “PER JUNE, RAGAZZA MORA”.
Il punto del ritiro era un’ortofrutta sotto la sede del collettivo di produzione audiovisiva per cui mi stavo prostituendo.
A pochi metri dall’ortofrutta, una panda mi era passata sul piede. Non dimenticherò mai le scarpe da trekking che indossavo, di mia madre, di due numeri più grandi del mio piede e che mi hanno salvato la pelle. La rubrica radio non ha comunque trovato uno sponsor.
Tutto sommato credo ancora, abbastanza coscientemente, nella prostituzione. Dipende anche dal meteo. Quel giorno pioveva a dirotto. Dovevamo montare una rubrica di interviste con titolo calviniano, “Lezioni italiane”. Solo stamani, di nuovo a Roma, ho sospettato che il titolo che avevo inventato era pietoso. Deve avermi inimicato il mercato dei podcast e tutti quelli di nome Italo, dentro e fuori l’industria ferroviaria.
Sono le cinque di mattina. Ho appena evitato la mia seconda morte romana.
La tecno sparata fino a mezz’ora fa è stata un bagno atavico. Ho passato venti minuti, fuori dall’Arci, a tremare di freddo e al pensiero del primo “to do” di domattina. Devo ancora flaggare il mio sì sul link d’invito alla video-intervista di dopodomani, a tema Natale. La reporter di Radio Firenze mi ha praticamente minacciato.
Dopo la quarta replica della sigla ‘Somewhere over the Rainbow’ di Kamayala Himalaya Kurosawa, fuori dall’Arci, ho rinunciato a digitare 06 3570 con l’indice destro schizzato. Mi sono catapultata in un Uber aprendo lo sportello senza invito. Nell’auto c’erano un autista indiano e tre passeggere, mie compagne illegittime di corsa. Mentre mi accomodavo, ho realizzato che l’illegittima ero io. L’indiano ha compreso la situazione e mi ha detto
“Deve aggiungere corsa, sua corsa sua corsa, sua destinazione. Dall’app!”
Una delle passeggere si stava agitando. Ha urlato “Ma non vuole!”, riferendosi all’amica che aveva mandato l’ordine dell’Uber. Stavo pensando che la letteratura in Italia è morta e che il faut assolutamente partir. Dopo pochi minuti, abbiamo crashato contro una panda, di nuovo una panda, in via Tuscolana 520. Quattro ventenni, scivolando nella notte a 20 km/h, hanno rattrappito il faro anteriore dell’Uber, portando del tutto all’esaurimento la passeggera che non mi voleva davanti.
Ho tolto il disturbo trovando finalmente un taxi diligente. L’ho preso al volo senza salutare.
Sono le cinque e un quarto, intanto. Mi mummifico sotto il piumone dei miei amici in via Barzellotti, e realizzo che di quella canzone della Rappresentante di Lista, sono l’ospite vestita da cani: la T-shirt di Decathlon che indosso sa di gin tonic e fragola. Slitto in un sogno senza luce: Jack sta cavalcando una body builder russa con le manette fucsia. Lei gli strappa la camicia coi denti. Alle 6.45 mi risveglio sudatissima. Invoco la faccia del mio massoterapista quando mi ricorda che devo ASSAPORARE L’ATMOSFERA, SENTIRLA CON L’OLFATTO. Mi ci sono impegnata con sincerità, ma la paranoia che Jack stesse spargendo il suo seme su tutti i pieds-à-terre della Brexit ha avuto la meglio. Sara Loni, l’unica amica che avevamo in comune e che è rimasta lucida, mi ha detto che ha scaricato “qualche app” di incontro. Ho dosato la mia skill di stalker, proporzionale alla gioia che nutro per il santo Natale, evitando di chiederle se si è profilato su HINGE o su Bumble PLUS PREMIUM.
Un uomo affacciato dirimpetto alla mia stanza in via Barzellotti mi distrae. Si studia il naso allo specchio del bagno. Sembra una tela vivente di Géricault, tipo: “il Neoclassico”. Mi piace molto la luce del suo specchio.
La cosa peggiore del mio essere senza Jack, comunque, è spiegare ai giornalisti che non credo nel patriarcato. Essendo la nipote di Gioacchino Alemagna, l’inventore vero del panettone, non avrebbe alcun senso implicarsi in una diatriba così stupida.
Due giorni dopo, Firenze Sud, ore 12.
“È parlare per parlare” dico alla reporter di Radio Firenze, prima di cominciare l’intervista. Siamo a un lato della Nuvoletta che il comune ha commissionato a una giovane promessa della scultura del Mugello. È stata piazzata accanto alla statua di Folòn ed è orribile. In città si chiacchiera che si tratta di una bella iniziativa di concorrenza intelligente alla Nuvola dell’EUR.
SI RICORDI DI GUARDARE QUI, dice preoccupata toccando l’obiettivo. INIZIAMO TRA 3,2,1
ECCOCI CON LA SECONDA OSPITE DI “I LIKE YOUR WOODY WOODY. I SEGRETI DELLA TRADIZIONE CULINARIA!” I denti che le scintillano mi rabbrividiscono. IN 25 SECONDI, TEMPO RECORD CHE ABBIAMO SCELTO COME RICHIAMO AL 25 DICEMBRE IN ARRIVO, CI FORNIRÀ IL SUO SEGRETO.
– È PRONTA, MRS. ALEMAGNA?
– SI CERTO
– BENISSIMO! PERCHÉ, COME HA DICHIARATO NEL SUO INTERVENTO POETICO ANTICARIE, SECONDO LEI IL PATRIARCATO NON ESISTE?
Fomento la serotonina
– PERCHÉ SONO LA NIPOTE DI GIOACCHINO ALEMAGNA. E mentre lo dico ho il sentore che qualcosa ci scaraventi con violenza fuori dal nostro cuore comunicativo, e dalla rotonda di Firenze Sud. La reporter non lo nota e va oltre
– BENISSIMO! SLITTIAMO ALLA SECONDA DOMANDA. CHE CI DICE DI INEDITO SULLA RICETTA DI SUO NONNO, IL NOTO INIZIATORE DEL PANETTONE NOSTRANO?
Uno sbuffo di vento scoperchia l’imbarazzo che finora ha eclissato la rotonda sotto una specie di brina.
– BEH,
PER METTERLA A BREVETTO, SA,
C’È STATO UN MORTO.

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