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La chimera | L’occhio orientale

7 Maggio 2024 di Leonardo Biancanelli

 

 

 

Non parlammo per la maggior parte del viaggio.
Mi sedeva di fronte e indossava un orologio con una sola lancetta. Pensai che non potesse essere quella dei secondi – i secondi si vedono scorrere mentre scorrono, pensai –, le ore, invece, non si vedono scorrere, ma nemmeno i minuti si vedono scorrere, pensai anche, così mi domandai chi avrebbe avuto voglia di scandire l’avvicendarsi delle proprie albe in millequattrocentoquaranta parti, e mi convinsi che la lancetta dovesse essere davvero quella delle ore. 

Raramente mi capitava di lasciarmi distrarre dal paesaggio che scorreva al di fuori del finestrino; spesso erano campi coltivati, ogni tanto schiere di case malridotte; terrazze mai più aperte dopo l’arrivo della ferrovia; persiane scheggiate e screpolate, arse dal sole e sbiadite, che si susseguivano in una parata sgraziata che arrivava, in ritardo, ai miei occhi, attraverso gli aloni di polvere e i minuscoli grani di terra posati sui finestrini nei giorni di canicola, oppure attraverso le gocce che si rincorrevano nello spostamento d’aria della discreta velocità degli intercity nei giorni di pioggia. Così, raramente mi capitava di lasciarmi distrarre da tutto questo; eppure ricordo bene che durante quel tragitto da Firenze a Bologna, accadde numerose volte, perché il mio sguardo veniva catturato da una grossa cicatrice che quell’uomo teneva fieramente a lato dell’occhio sinistro: iniziava poco sopra la sua tempia e scendeva fino alla fine dello zigomo, all’attaccatura della guancia, e all’altezza della palpebra le si avvicinava, stirandola e rendendo l’occhio sinistro un residuo d’oriente che mi spaventava, forse perché, a ripensarci adesso, tra l’occidente del suo occhio destro e l’oriente del suo occhio sinistro vi era lo spazio di un naso troppo stretto per rappresentare tutto quello che in realtà li divideva. Sedevamo entrambi a lato del finestrino eppure mi pareva che lui non vi guardasse mai attraverso.
Mi sbagliavo.
Appena fummo fuori da una delle gallerie, parlò, e mi disse che nonostante fossimo seduti uno di fronte all’altro, accanto allo stesso finestrino, io non potevo vedere quello che vedeva lui, non certamente perché io sia speciale, disse, non voglio dire che lei non vede quello che vedo io, e che io, invece, vedo quello che vede lei, ma intendo dire che lei non vede quello che vedo io e viceversa, così disse.
Ricordo che aveva una voce dolce, che non mi sarei aspettato da qualcuno con un aspetto così austero; e ricordo che appena ebbe parlato mi imbarazzai. Mi imbarazzai subito perché pensai che parlasse del suo occhio sinistro e del fatto che io lo avessi fissato con insistenza; mi diedi dell’insensibile e fui quasi sul punto di esplicitare le mie scuse, di dirgli che non avrei mai voluto essere invadente, anzi, che io stesso avevo subito un intervento e che avevo una brutta cicatrice, molto più brutta della sua; stavo persino per dirgli che ritenevo la sua cicatrice una bella cicatrice; ed ero in questo assolutamente pronto a mentire, perché invece avevo passato quasi metà del tragitto a pensare che quella sua cicatrice fosse tremenda: aveva una forma troppo precisa, una linea netta, come se il suo corpo non avesse fatto niente per opporsi a una violenza, come se avesse accettato tutto il dolore; era una cicatrice a mio parere malvagia; pur di togliermi di dosso quella sensazione di imbarazzo ero pronto a diventare stupido, mi instupidirei per non imbarazzarmi della mia maleducazione, pensai, e allora non chiesi scusa, ma mi limitai a dire che poteva darsi che avesse ragione, non ci vedevo bene senza occhiali, dissi, e sorrisi.
Ricordo che lui anche fece un sorriso, che parve però una smorfia di disgusto; lei è piuttosto simpatico, disse. E poi disse che non era una questione di nitidezza, ma che parlava di prospettiva. Disse che lui vedeva le cose dal lato del passato perché dava le spalle al senso di marcia, mentre io le vedevo dal lato del futuro. E c’era un solo momento in cui entrambi potevamo vedere la stessa cosa, in quello scompartimento di un intercity di cui eravamo gli unici passeggeri, ma era un momento inconsistente – ricordo che usò esattamente questa parola, in con si sten te, la scandì molto bene –, e poi disse anche che lui si metteva sempre con le spalle al senso di marcia quando viaggiava in treno, perché amava osservare il momento in cui le cose abbandonavano lo sguardo e diventavano ricordo.
Ricordo di aver pensato che lui, però, in quel modo non poteva prepararsi a ciò che sarebbe arrivato, mentre io vedevo l’orizzonte: mi preparavo per tempo, pensai, e mi piaceva prepararmi per tempo nella vita, mi piaceva forse troppo, ma questo non glielo dissi.
Mentre ancora guardavamo entrambi fuori le rispettive forme, quelle che lui aveva definito del passato e del presente, parlò di nuovo e mi disse che, se avessi voluto, ci saremmo potuti scambiare di posto. Per gli ultimi minuti, disse, per gli ultimi minuti di viaggio mi piacerebbe vedere il lato delle cose dalla sua parte, se me lo permette.
Pensai che non fosse una richiesta del tutto assurda dopo quel discorso e dissi che sarei andato volentieri al suo posto. Così ci invertimmo e iniziai a osservare le cose sbiadire all’orizzonte, diventare minuscole, invece che avvicinarsi a me, e a quel punto a essere illuminato era il suo occhio occidentale, ed era un occhio pronto.
Mi domandò anche se avesse potuto aprire il finestrino, siccome l’aria sarebbe arrivata tutta a lui, sarò sincero, sto sudando per il troppo caldo, così mi disse e sorrise, sorrise ancora una volta con una smorfia quasi di disgusto. Ricordo che risposi di sì, anzi, aspetti che glielo apro io, dissi, e feci scorrere la parte alta del vetro fino a metà della metà apribile, e lui mi disse, tutto, lo apra tutto per piacere, e io allora lo aprii tutto, e poi mi rimisi a sedere. Adesso il mondo si vedeva senza filtri, senza polveri di nessun genere. Ricordo di essermi distratto dal paesaggio l’ennesima volta, nel momento in cui il vento gli scompigliò una ciocca di capelli bianchi e gli coprì l’occhio orientale: lui mi osservò, fece il solito sorriso per la terza volta, poi si alzò lentamente in piedi, e spiccò un balzo, o meglio un tuffo, fuori dal finestrino direttamente contro il pilone di un cavalcavia che vidi oscurare lo scompartimento solamente nell’attimo inconsistente in cui tutti e due avremmo potuto vedere la stessa cosa.
Poi fu il lato passato delle cose che si rimpiccioliva, la mia gola che si strozzava, e il mio petto che si svuotava, fino al momento in cui lui scomparve dalla mia vista e si trasformò in un ricordo.

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Postato in: La scena tagliata Tag: alice rohrwacher, intercity, La chimera, orologio, tempo Fai un commento

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