L’illetterato del futuro è chi non sa fotografare, sosteneva László Moholy-Nagy, artista ungherese.
Era il 1930 e per noi, che andiamo in giro con la macchina fotografica in tasca come pistole nelle fondine dei cowboy, quelle parole suonano come una profezia.
La nostra è una società che ha politicizzato e commercializzato l’immagine, in particolare quella del volto. C’è un filo conduttore che dalle iconografie pop di Andy Wharol porta ai santini dei politici. C’è un legame tra la street art di Jorit e le foto sui nostri CV.
Il volto, oltre l’evidenza anatomica, è il prodotto di un processo di mimesi con la realtà. Una maschera che porta in sé i connotati sociali e storici della cultura dentro cui siamo immersi, diceva Calvino.
Le parole di László, più che profetiche, suonano così acute, capaci già allora di cogliere quella potenzialità del mezzo fotografico che Roland Barthes definì come la capacità di certificare la realtà, e quindi la storia, senza allusioni o metafore.
Anche i totalitarismi avevano colto la potenzialità dell’immagine, e il volto divenne un mezzo espressivo e rappresentativo di una certa idea di società, con i “buoni” tutti belli, alti, sani e robusti; e i “cattivi” tutti brutti, sporchi e cattivi, dotati di corna tra i capelli e abituati a dormire a testa in giù come i pipistrelli.
Chi dimostrava il contrario, mentiva.
August Sander nasce in Germania nella seconda metà dell’Ottocento. Era figlio di un minatore, ma non seguì le orme del padre, diventò fotografo, e passò alla storia per aver ideato un progetto ambizioso: realizzare un catalogo illustrato della società, in grado di descrive l’uomo del XX secolo: dal contadino, all’operaio, passando per l’artista, l’uomo di città, il soldato, il reietto, le donne etc.
Un’enciclopedia fotografica, una raccolta di ritratti, di volti appunto, suddivisa in tanti volumi quante erano le classi sociali, le professioni e i mestieri da illustrare.
Un’opera monumentale, dall’alto valore antropologico e artistico.
Mai conclusa.
Il primo volume dell’enciclopedia fu pubblicato nel 1929. Nel 1933 però il regime nazista definì i ritratti di Sander come “Arte Degenerata”, e fece sparire quanto già prodotto e pubblicato.
I ritratti del fotografo mostravano un archetipo diverso da quello propagandato dal regime. I tedeschi non erano tutti alti, biondi e forti, e la società tedesca era composta anche da ebrei, comunisti, zingari e omosessuali che vivevano fianco a fianco, tutti i giorni, ai tedeschi. Di più, c’erano pure tedeschi che erano ebrei, comunisti, zingari e omosessuali, così come c’erano tedeschi che morivano di fame o che facevano lavori umili, tedeschi mutilati, storpi e affetti da malattie.
I volti di Sander ritraevano il prodotto reale della società europea e della sua storia nel periodo tra le due guerre mondiali – una società in profonda crisi sociale ed economica –, ma non coincidevano con la realtà che i nazisti propagandavano.
Sanders, deluso del sequestro del progetto, si ritirò a vita meno impegnata, per dedicarsi alla più tranquilla fotografia di paesaggio.
Proseguì, fino al giorno in cui un bombardamento distrusse il suo studio di Colonia.
Possiamo solo immaginare l’espressione del suo volto la seconda volta che vide tutto bruciare.

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