di Beatrice Tomasi
Era probabile che non ci sarebbe entrato. Ne leggeva le misure, larghezza per lunghezza, lo visualizzava nella stanza, senza riuscirci davvero. Le tornò in mente quando andò dall’oculista convinta di non vederci più bene – dopo aver centrato un marciapiede mentre guidava l’auto del suo ex, e si ritrovò a spendere duecento euro per farsi consegnare un collirio da mettersi quando trascorreva troppo tempo al computer. Le diottrie c’erano tutte; mancava, evidentemente, il senso dello spazio. E così se ne stava lì, di fronte a quel tappeto che sembrava allo stesso tempo gigantesco e minuscolo, a riflettere se acquistare o meno un oggetto che non riusciva a collocare, ma che desiderava fortemente.
Ovale. Se solo ci fosse un tappeto ovale.
L’intuizione la fece girare di scatto, e nella corsia che portava alle cornici le sembrò di vedere un fantasma. Arrossì, inciampò. Si asciugò le mani ai jeans. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, oltre a non percepire bene lo spazio forse aveva smesso proprio di vederci. Ma il fantasma era ancora lì, un’apparizione reale, davanti a lei, dopo dieci anni dall’ultimo loro incontro; sentì in bocca il sapore delle polpette che aveva mangiato a pranzo.
L’allegra voce all’altoparlante annunciò la presenza di sconti su cassettiere dai nomi complessi. Si era piantata in mezzo al corridoio senza accorgersene, non si era nemmeno resa conto di essersi spostata e poi fermata lì, a poca distanza da uno spettro vivo, che condivideva il suo spazio, spingeva un carrello con dentro solo due ciotole e un set di taglieri. Valutò velocemente le sue opzioni, che comprendevano il tornare indietro e aspettare un tempo indefinito prima guadagnare l’uscita, l’accelerare e raggiungere le casse senza alzare la testa, nascondersi dietro il tappeto che non si decideva a comprare. Avrebbe potuto anche piazzarla su un tavolo espositivo e provare le lame di quei coltelli da arrosto. Aveva di nuovo chiuso gli occhi, questa volta senza accorgersene. Una leggera pressione sulla spalla destra la riportò nella luce bianca: non c’era più tempo per valutare niente.
Doveva soffiarsi il naso, le lacrime cadevano bagnandole il viso e il maglione, non riusciva a respirare. Si ritrovò seduta a un tavolino davanti alle grandi vetrate che davano sulla zona industriale, prese dei fazzoletti dal dispenser in mezzo al tavolo, guardò fuori e vide un aereo alzarsi in volo. Immaginò come sempre una destinazione, contò gli aerei che avevano preso insieme, quelli quasi persi, quelli mai prenotati. Poi respirò con cura, una volta due volte tre volte. Guardò dritto negli occhi la persona che era stata sua amica e che poi era scomparsa, all’epoca ghostare non si diceva ancora forse, ma era quello che era successo. La sua amica si era fatta fantasma. La guardò dritta negli occhi, fermò le ginocchia tremanti con le mani, aspettò un attimo, si alzò e se ne andò.
«Aspetta, lascia che»
L’amica non si mosse, lei si mise a camminare veloce. Raggiunse l’uscita senza acquisti, si infilò nel piccolo passaggio e imprecò ad alta voce, se solo non avesse passato tutto quel tempo a fare calcoli quantistici su quel cazzo di tappeto. Doveva soltanto uscire, prendere aria, rifugiarsi in macchina, scappare dal dolore di tutti quegli anni.
Si era immaginata un dialogo denso, fitto, esatto. Un elenco preciso di rimostranze, recriminazioni, una lista dei vuoti che aveva lasciato. Fissando quell’aereo, invece, capì che non sarebbe riuscita a dire nulla. Rimase in macchina con le mani sul volante, il motore spento. Dal parabrezza si vedeva l’ingresso del negozio, le grandi vetrate; in alto, il tavolino dove aveva smesso di piangere. Lo aveva capito dal suo sguardo: ci aveva visto rabbia, ancora accesa, viva, dopo tutto quel tempo. Ci aveva letto l’intenzione di rivolgerle accuse. Si era alzata per non dover subire l’umiliazione di sentire gli elenchi dell’altra, il resoconto delle motivazioni del suo essersi fatta trasparente. In quel tocco, in quegli occhi, aveva compreso che l’innesco della sparizione era stata la paura di starle accanto. Pensò che avrebbe voluto dirle che la capiva, ma la verità era che la disgustava. I motivi per cui l’amica era andata via erano gli stessi che avrebbero dovuto farla restare. Avrebbe potuto tenerla. Avrebbe potuto farla ridere. Avrebbe potuto cullarla. La paura dura un giorno, una settimana, forse un mese. Dieci anni non sono paura: sono una scelta. Questa consapevolezza divenne disincanto. Quanto tempo sprecato. Eppure, non c’era modo di riafferrarlo. Era per questo che, questa volta, era stata lei ad andarsene.
Aprì il telefono, cercò il suo nome fra le chat archiviate, lo guardò a lungo. Poi aprì la conversazione, lesse l’ultimo messaggio che le aveva inviato. Una supplica, una preghiera a cui mai aveva avuto risposta. Lo schermo diventò nero e restituì la sua immagine. Le rughe intorno agli occhi si stavano accentuando. Ma non stava piangendo. Sistemò il piccolo cuscino sullo schienale, mise in moto e partì. Il soggiorno era ancora senza tappeto. Ci avrebbe pensato un’altra volta.

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