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In fuga dalla bocciofila

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Intervallo di terza | Macchinetta del caffé

11 Luglio 2023 di Federica Fanelli

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È uscita dalla classe alitando sulle lenti degli occhiali e pregando che non le accada più, non oggi almeno, non per questi quindici minuti. Non per questi quindici minuti, per favore.
Percorreva il corridoio e, osservando quelle pareti strette e storte con l’intonaco scrostato, ripensava alle assemblee studentesche dove tante volte aveva ascoltato proteste e dissertazioni sull’edilizia scolastica in generale e su quel palazzo in particolare: un luogo insalubre e insicuro. Non si era mai interessata di politica e non aveva mai capito quella eccitazione che pervadeva tutti alla vigilia delle assemblee. Per lei erano strazianti: detestava quelle giornate di socialità forzata dove se ne stavano tutti ammassati in una stanza per interminabili ore. Ascoltava sempre le solite quattro o cinque persone che ripetevano sempre i soliti quattro o cinque concetti e pensava che non doveva essere molto diverso da un rapimento. Erano tutti in ostaggio dei prescelti, dei famosi, di quelli che parlavano col megafono, recitavano divinamente la loro parte e non fallivano mai, ne uscivano sempre vincenti. Per quanto si insultassero o litigassero tra loro era sempre un bagno di gloria, coi professori avanguardisti, quelli simpatici e simpatizzanti, che si aggiravano distribuendo pacche e sorrisi, fumando sigarette coi prescelti e ritenendoli per natura degni di accese discussioni sull’ultima riforma, da pari a pari. Sì, ma tutti gli altri? Per tutti gli altri, per quelli come lei, l’assemblea era la sacra celebrazione dell’anonimato. Niente pacche, niente sorrisi, niente megafoni. Erano soltanto pubblico pagato per applaudire e a lei andava benissimo così. Rifletteva su tutto questo la Manna, mentre camminava nel corridoio stretto e storto dove ogni scambio significava una spallata e pensava che solo su una cosa avevano davvero ragione quegli oratori splendenti, distanti, megafonati: se scoppiasse un incendio, qui, saremmo tutti morti.
Le sembrava che il ritmo di percorrenza del corridoio dovesse necessariamente essere la marcia e si chiedeva: dov’è che queste persone hanno tanta fretta di andare? La Manna seguiva il flusso e pensava seriamente che avrebbe potuto essere un tonno. Che sarebbe stata un bravo tonno, che non sarebbe stata niente male la vita da tonno e che, come un tonno in un banco di tonni, era stata trascinata davanti alle macchinette. Non aveva mai preso niente alle macchinette, ignorava che opzioni ci fossero e non conosceva i prezzi, ma lui poteva essere lì e la fila le avrebbe concesso una buona visuale.
La Manna avanzava lentamente verso l’acquisto di non sapeva bene cosa, analizzando un viso dopo l’altro e pensando che c’erano davvero tante persone intorno a lei ma, soprattutto, che erano vestite tutte uguali. L’uniformità nel vestiario rendeva davvero difficile l’individuazione di uno sconosciuto a colpo d’occhio: in quel corridoio c’erano almeno venti persone che indossavano una maglietta nera dei Nirvana. Mentre scrutava quella folla rumorosa alla ricerca di due occhi distanti, verdi e grigi, è arrivato il suo turno di prendere qualcosa. Uno sguardo veloce ai prezzi per ricordarsi che il suo portamonete era in classe, nello zaino appeso alla sedia, cosa perfettamente sensata per chi effettivamente non si era mai avvicinata alle macchinette prima. La Manna si stava scusando con il tizio in fila dietro di lei, borbottava qualcosa sull’intralcio, quando lo ha visto. Neanche il tempo di mettere a fuoco che la maglietta nera dei Nirvana è già sparita verso chissà dove.
Avrebbe voluto andarsene in fretta e cercare di ritrovarlo, era anche disposta a correre se necessario, non era proprio il caso di perderlo di vista. Stava per varcare la porta quando è stata intercettata dal Campa, uno dei pochi compagni di classe che le rivolgeva la parola, in un evidente stato di esaltazione. Il Campa la guardava con gli occhi illuminati e dissertava sui benefici della ricreazione fuori dalla classe, complimentandosi con lei per questa iniziativa ma facendola sentire una disadattata. L’agitazione della Manna diventava sempre più pressante, lei doveva fare in fretta e il Campa la non smetteva di parlare. Adesso si è messo a disquisire sull’ultima versione di latino e su una frase che gli avevano segnato come errore mentre lui era fermamente convinto che non lo fosse. A niente era servito mostrare al professore che anche l’esempio sul dizionario convalidava la sua traduzione e quindi… Cazzo, un barboncino. La Manna ha visto un barboncino. Ha visto un barboncino correre per la scuola e ha sentito salire la disperazione: avevamo detto non oggi, avevamo detto non in questi quindici minuti, non poteva succederle proprio oggi. Si è scusata velocemente col Campa e gli è corsa dietro, al barboncino, se lo avesse preso – ha pensato – forse sarebbe finita lì. Sì, doveva finire lì.
È entrata in palestra esasperata, correndo dietro a quella sagoma con le lacrime agli occhi, quando ha sentito il bidello urlare: «Ragazzi state attenti! dalla sala ricevimenti è appena scappato un cane! Qualcuno ha visto il cane?!». La Manna ha tirato un sospiro di sollievo: non oggi, non in questi quindici minuti.

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