«No, no, il filzgolf è più facile. Te l’ho detto mille volte».
«Ma dai, il filzgolf al minigolf e al miniaturgolf se li mangia, lo sai e lo dici apposta per farmi incazzare…»
Anche il sottopassaggio della stazione sembrò esalare un sospiro: la discussione andava avanti da quando Mingo e il Merlo avevano cominciato a giocare insieme, prima della restaurazione. Attraversati i binari, arrivarono al minigolf, anche se, come era stato stabilito in numerose liti con Bruno, il proprietario, non era corretto chiamarlo minigolf: le piste non erano costruite secondo il Sistema Bongni, non erano di cemento e alcune arrivavano a 14 metri di lunghezza. Troppi. All’ingresso, un cartello in lamiera: «Vietato l’accesso ai non-europei» e in basso, più piccolo «Comunità restaurata di San Giovanni». Mingo sputò per terra.
Dal minigolf si sentiva la campanella che annunciava arrivi e partenze. Un suono stanco, rassegnato, che sembrava sarcastico quando il Merlo non lavorava e alle quattro erano già lì a giocare. Osservavano i pendolari rotolare sottoterra come palline in buca, oltre la stazione, verso il Corso o via Peruzzi.
«Brocchi, allora? Quando lo fate un torneo? Lo diamo in diretta, magari ci scappa qualcosa anche per voi»
«Bruno dai, non iniziare.»
In alto, sulle buche migliori, c’era il Nivva che guardava la cupola della Basilica. Era una sua fissazione: aveva ritrovato i progetti, li aveva studiati, sapeva di cosa erano fatti gli otto oculi, la loro disposizione.
«Vi dico che lo prendo, datemi un driver, non queste stecche da due lire, e vi spacco uno di quegli oculi da qui, proprio da questa buca.»
Mingo e il Merlo sapevano cos’era un oculo – una finestra rotonda – perché il Nivva si era assicurato che tutti usassero la nomenclatura esatta quando si parlava del suo progetto: una pallina, 250 metri dal minigolf alla Basilica, sorvolare la ferrovia, arcuare elegantemente sopra i tetti rossi e fracassare il vetro dell’oculo nord-ovest della cupola.
«Vi immaginate? Ne parlerebbero tutti.»
Mingo fece un tiro, ma ne venne fuori un gancio terribile, tutto sbagliato. Quando al Nivva prendevano certe derive, la cosa migliore era aspettare che passassero, come un temporale.
«Dai gioca, Nivva. Non ti ci mettere anche te oggi.»
«Merlo, vuoi che giochi? Guarda, gioco» e infilò in due colpi una buca per cui normalmente ce ne vogliono quattro.
«Noi siamo i più forti, lo vuoi capire o no? Comandiamo noi, non c’è nessuno al nostro livello. L’altro giorno c’erano due venuti apposta per vederci, c’hai fatto caso?»
Il Merlo guardò Mingo che tirò di nuovo e la pallina sparì oltre la rete, zona penalità. Il Nivva invece era in uno stato di grazia. Le buche lo chiamavano, ogni volta stava sotto il par di almeno un paio di colpi. Urlava «Grande» oppure «Sì, cazzo».
All’ingresso si sentiva urlare anche Bruno, discuteva con due ragazzi neri. Li vedevamo gesticolare: Bruno che picchiettava sul cartello all’ingresso, facendolo risuonare come un gong; i due ragazzi che indicavano i bei vestiti, le scarpe nuove che indossavano. Mingo riconobbe Agu, un suo compagno di scuola, di prima che le classi fossero restaurate. Si guardarono per un attimo, senza salutarsi. Il Nivva fece la buca 15 in un colpo solo.
«Grande.»
Mingo non disse niente. Guardava l’ingresso e sputò per terra. Si era formato un capannello con Bruno e quei due che continuavano a litigare, alzando la voce. I ragazzi tirarono fuori dal portafoglio dei pezzi da dieci e li lanciarono in faccia a Bruno che non ci vide più, li spinse via, Agu cadde per terra. Mingo scese verso l’ingresso, non voleva finisse male. Nel frattempo arrivò una volante dei Carabinieri. Mingo si mise in prima fila e sputò per terra, quasi sui loro stivali nero lucido, ma nessuno ci fece caso.
«Idioti, se vi lascio entrare mi fanno chiudere» urlava Bruno «diglielo Mingo, diglielo anche tu.»
Mingo guardava i due Carabinieri, guardava i due ragazzi arrabbiati e non diceva nulla. Aveva voglia di menare qualcuno, ma non sapeva chi. A forza di spinte i carabinieri li caricarono in macchina e sparirono con le sirene accese. Il Nivva, lassù in cima, continuava a tirare, piccolo, quasi invisibile, infilando buca dopo buca con un colpo solo. La sua migliore partita di sempre e solo il Merlo a fargli da spettatore. Mingo pensò che al Nivva dovevano girare parecchio i coglioni.
«Anche a me» disse, a voce alta.
Poi prese una mazza e si incamminò verso il sottopassaggio. Lo infilò e si buttò sul Corso, accelerando, quasi travolgendo le civette dei giornali davanti all’edicola in angolo. Saltò la catena, vide sfrecciare i loggiati, i portici, le vetrine, gli uffici d’Igiene Pubblica, i Consultori Familiari, l’Ufficio Decoro, il Comune Restaurato. Sputò disgustato e accelerò ancora, sempre di più, senza respirare.
Allora perse l’equilibrio, inciampò finendo disteso in mezzo alla strada. La mazza continuò a correre da sola per qualche metro e ricadde con un suono metallico. Riusciva a vedere l’insegna della Stazione dei Carabinieri, 100 metri più in là. Intorno tutti guardavano le vetrine o per terra, nessuno gli si avvicinò. Sentiva addosso gli occhi delle telecamere ai quattro angoli della piazza. Strinse i pugni.
La Basilica, intanto, sorrideva da dietro le colonne di Arnolfo, la sua simmetria, quella facciata neoclassica, le finestre con gli archi a tutto tondo, il campanile che spuntava come un pene dalla punta del frontone triangolare, il porticato scuro e silenzioso. Mingo poteva sentire i fregi a bassorilievo scuotere la testa, «Scatto inutile» avrebbero detto. «Senza scopo».
Allora si alzò e raccolse la mazza. Era pronto per tornare a casa. Fece appena in tempo ad accorgersi di una pallina da golf che volava sui tetti rossi, troppo lunga, mancando interamente la cupola, disegnando un inutile arco vuoto sulla piazza, futile e vanitosa. La vide precipitare davanti ad un ex ristorante cinese, ora trattoria, rimbalzando tre, quattro volte, in saltelli sempre più piccoli finché non si fermò proprio al centro di un posto auto vuoto. Allora prese la mira e con un colpo secco spaccò la finestra centrale della chiesa, quella sotto l’insegna papalina.
«Meglio di niente» pensò, prima di sparire in uno dei vicoli.

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