di Greta Mascella (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Quando scende impercettibilmente la sera qui accade che il cielo pervinca si dissolva in sangue, lillà e chicchi di melograno, tutto disseminato di caligine rosa che evade imperterrita lo spazio cosmico. D’estate il calare del sole è accompagnato da grilli e cicale che cantano a squarciagola nel verde. Il vento muove lieve le foglie che frusciano fiaccamente, le lucciole trapuntano i campi. Nino, gatto color cenere e carbone, col suo passo serafico viene cauto a sedersi accanto a me, desideroso di contemplare il tramonto: è la sfinge del prato. Se nel pomeriggio il cielo piagnucola a quest’ora si spande per la piana il profumo silvestre di pini umidi. Sfrego i piedi sulla superficie liscia e fresca delle rocce nel porticato. Il servizio è finito da un pezzo e l’odore di frittura di paranza e sorbetto al limone ancora aleggia nei pressi della cucina, animata in maniera orchestrale dalle scodelle che battono sul metallo del lavello, inondate dall’acqua corrente. Dal mio posto intravedo le sedie in piedi sui tavoli, la sala è percorsa dalle risa stanche dei camerieri.
Lilith, non appena termina il suo turno, inforca gli occhiali e si siede di sopra, sulla sedia girevole, alla scrivania accanto all’ampia finestra. Sul pavimento di cotto incerato si decifra nitidamente il raggio d’azione delle rotelle, laddove le mattonelle sono graffiate e logore. Qualche tempo fa le ho chiesto cosa si ostinasse a scrivere. “Scrivo di vulnerabilità come mine vaganti.” Ha risposto laconica. In cucina spesso la guardo; muove sinuosa i fianchi tra la mobilia, curvando il ventre o ruotando svelta il bacino a seconda di come gli spigoli modulano lo spazio.
La sera mi abbandono inevitabilmente alle suggestioni. Salgo sul tetto del ristorante. Giù la spiaggia è costellata di lanterne. C’è un gruppo di giovani che pare resuscitato dagli anni ’90. Siedono sotto un ombrellone in prima fila, sulla sabbia, hanno appena intavolato una partita a carte sulle sdraio blu. Più in là, verso nord, dove le luci si diradano e l’erba s’infittisce, vanno a sedersi G. e S. Lui, capelli bianchi immacolati, siede composto sulla panchina di legno. Lei, taglio corto e sbarazzino, appoggia la schiena sulla spalla di lui, stende le gambe di lato. Restano in silenzio per ore.
Io mi ritrovo a crogiolarmi nella convinzione di condividere il mio silenzio con Lilith, come guardiani delle cose non dette. Alle parole, in fondo, lei sembra tenere così tanto da volerle custodire gelosamente, senza contaminarle col fiato. A volte la sorprendo a scrutare il filo dell’orizzonte. Lilith scandaglia il mondo con una curiosità vorace e io in questi brevi attimi lo filtro attraverso di lei.
Questa mattina ho visto una ragazza immergersi in mare a passi lenti. Il luccichio argenteo dell’acqua al sole percorreva la circonferenza delle cosce abbronzate, bagnava appena i capelli lunghi, arricciati dalla salsedine e dal caldo amaro. All’altezza del lido successivo c’era un ragazzo a braccia conserte. Variava progressivamente la traiettoria dei suoi passi in acqua per avvicinarsi piano a lei, calibrando l’accorciamento della distanza in un’assurda danza di seduzione.
Danzo anch’io. Danzo ininterrottamente intorno a Lilith senza stancarmi mai. Mi interessa l’inquietudine racchiusa in questa donna soltanto, quel Dio minore che muove piano i suoi passi. Non sarei bravo a corteggiarla, forse non è questo che voglio. Non vado oltre con domande inutili, altrimenti il mio entusiasmo si spegne e smetto di respirare.
Questa sera il servizio si è concluso prima del solito. Accantoniamo la sonnolenza e partiamo tutti assieme per la montagna, sulle rive di un immenso lago artificiale. L. guida il furgone, S. sceglie la musica, altrimenti minaccia di non venire. Conoscendolo, cambierà canzone premendo insistentemente il tasto seek della radio. Mozzerà brutalmente ogni brano sul più bello. Come mi fa incazzare.
La strada è stretta, buia e ripida. Siamo vivi per miracolo. La musica si sparge per l’intera valle sotto di noi. La baita in cui siamo finiti ha un salone immenso. Ci gettiamo in pista, sul parquet mogano dai disegni compositi. Inebriato dalla gioia spensierata e tremendamente superficiale che la notte porta con sé esco sull’ampia terrazza che dà sulla campagna, inghiottita dalla vegetazione. Conosco A., un ragazzo giovane piuttosto attraente, con la barba castana incolta. Cerca qualcuno che sia disposto a offrirgli una sigaretta. La ragazza accanto a me ride e con una smorfia gliela passa compiaciuta, con una mano copre la fiamma dell’accendino per non farla estinguere al vento. I tuoni squarciano il cielo e il frastuono nel buio crea una scena tetra. I lampi fendono il nero con fili dorati e il vento freddo di burrasca tesse l’atmosfera.
Fitta inizia a scendere giù la pioggia. Io e A. ci rifugiamo sotto il grande porticato circondato da ghiaia bianca. Lui si accarezza la barba, dà un sorso di gin e lo alterna a un tiro di erba. Filosofeggia da autentico vanesio, ha un sorriso strafottente e sornione. Caro A., penso, potremmo confonderci in quell’iridescenza verde damascata che attraversa i tuoi occhi scuri.
Rientriamo correndo. L’aria si flette fra le luci psichedeliche e il tasso alcolico, disinvolta la gente sembra non curarsi del presente. Lilith è lì in fondo alla sala, balla allegra, sorride alchemica. Mi siedo sul divano.
A. mi sta invitando a ballare. Avanza fissandomi negli occhi, poi mi tende la mano con uno sguardo annacquato e peccaminoso. Si muove lento. Mi sembra di percepire il suo sangue che scorre, come se fosse materia affine alla mia. Energia pura, senza freni, senza pudore. Lui vibra dentro. Si stringe a me, afferra le mie mani e le posa su di sé, all’improvviso si allontana un po’ e io non capisco più nulla. Mi tira forte a sé, afferra interamente la mia schiena. Sono in imbarazzo, ma non voglio che percepisca la mia timidezza. Mi sento stanco, l’adrenalina mi è esplosa in corpo e ora sta svanendo, lasciando dietro di sé solo una profonda voglia di abbandono. È dannatamente accattivante. Non gli resisto, ho smesso da qualche minuto di comunicare con le periferie del mio corpo. Mai mi ero sentito così, deve aver evocato qualcosa di ancestrale in me. Non riesco a pensare, questa condizione di ambiguità mi attrae e mi confonde. A. si muove vorticosamente, sarà pure un narcisista ma è di una sensualità inaudita.
Sto impazzendo. Niente di meglio che non capire più nulla adesso. Ma domani che sarà di tutto questo? Ho la forza di riportarmi per un attimo alla realtà, corro in bagno. Ho un’erezione esplosiva. Mi sciacquo il viso. Svegliati, mi dico. Ti hanno visto tutti. Cosa crederanno? Non mi importa. Esco fuori nel bel mezzo del temporale, ho l’impressione che il volume della musica sia cresciuto a dismisura. Lilith mi passa davanti, mi trafigge guardandomi. Mi bacia sulla bocca. E sa un po’ d’addio.

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