di Beatrice Bosso (Bastardi Senza Gloria)
La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa
Cose che so fare molto bene:
dare i soprannomi
ordinare al ristorante (c’è gente che al ristorante ordina quello che ordino io a prescindere)
scegliere le urne per le ceneri.
Quando entro nella sala dedicata alle urne del signor B. (il nostro becchino di famiglia) e guardo la mensola delle urne, so esattamente che urna ci vuole per il morto del giorno.
Negli ultimi 7 mesi mi è capitato due volte; ad agosto per papà, dopo un mese e mezzo straziante, ad aprile per nonna, con una sensazione quasi di sollievo.
Per papà ho scelto una scatola a righe grigie e nere (la sua mania), per nonna una scatola azzurra, in tinta con la maglia con cui l’ho fatta vestire, perché lei odiava il nero (è da vecchia, anni 98).
Il signor B. era anche un po’ divertito, forse perché ero entrata nel suo ufficio dicendo: «sono di nuovo qui, vede che sono una buona cliente».
Quel pomeriggio ero nella mia solita bolla di efficienza, in cui vedevo tutto dall’alto; è stata una fortuna perché mezz’ora dopo avermi detto che nonna era morta, le infermiere della struttura mi hanno messo in mano cinque fiale di morfina (le avevamo prese per sua nonna, ora se ne deve occupare lei) e la segretaria mi ha dato il rimborso della retta di aprile in contanti.
Sono andata in giro un pomeriggio con in borsa il perfetto kit da piccola spacciatrice, ma siccome sono una persona noiosa ho deciso di non intraprendere una carriera nel mondo del crimine, che sarebbe stata per altro sponsorizzata dai preti.
Quel pomeriggio sapevo già tutte le risposte alle domande del signor B:
«Vuole la foto?»
«Certo eccola qui, le sue sorelle hanno la foto e se non la metto a lei, mi viene a tirare i piedi».
«Vuole i manifesti?»
«No,mi basta annuncio sui due giornali locali».
«Vuole fare il funerale?»
«No. Lei avrebbe voluto, ma anche io avrei voluto tante cose che non sono successe. Papà quando lei storceva il naso perché non stavamo facendo il funerale a mamma le aveva promesso che a lei l’avrebbe fatto. Ma lui l’ha promesso. Non io. Facciamo una benedizione del prete e va bene così».
«Vuole i cavalletti?»
«Sì (Papà voleva solo la bara sul tappeto, ma lei voleva una cosa più tradizionale)
«Vuole i candelabri?»
«No, quello è troppo: i candelabri da morto sono una roba di un brutto che se devo stare due giorni in una stanza non li voglio vedere».
Sapevo tutte le risposte perché 7 mesi prima avevo già risposto; stesse domande, risposte diverse, diverso stato d’animo.
Nei mesi mi sono preparata. Avevo tutto pronto.
Vivevo con l’ansia della telefonata, ma sapevo cosa dovevo fare.
Mi sono trovata a essere uguale a mio padre, che doveva sempre sapere i primi passi da fare dopo una catastrofe.
Ora sono qui, con l’abilità della scelta delle urne che non serve più; lo psicologo ha detto: ora hai finito, io ho pensato: ho finito i parenti (stretti, cioè quelli di cui ero responsabile), ma credo lui intendesse di più è finita la fatica.
Non so se ha ragione, ma intanto ho prenotato delle vacanze. Del resto a un certo punto è il 4 febbraio.

bela descrizione dei passaggi emotivi in una catena di eventi prevedibile che determina comunque un’aperture finale