di Beatrice Tomasi
Di fronte a qualsiasi piccola azione che avrebbe compiuto durante quella giornata, Elena si trova davanti a grandissime, fastidiose seccature. Niente di speciale in programma, un martedì pallido come un altro, già troppo umido per le sue ossa, in cui spostarsi dalla collina dove abita alla piscina di qualche Comune più avanti.
E si comincia. Tira giù il borsone dal guardaroba e impila dentro accappatoio costume cuffia asciugamani, un’armonica scala cromatica di blu e ottani. La prima incrinatura: un manico della borsa si impiglia e tira giù con sé il contenuto dell’intera anta. Elena fa un saltello laterale per scansare molteplici tipologie di sacche e sportine, poi impreca a bocca chiusa – com’è possibile accumulare così tante borse di tela? – e si mette a riporre tutto nell’armadio.
Torna al necessario per la piscina e si accorge che la cuffia non c’è. Si morde le labbra, inizia a roteare lo sguardo da un punto all’altro della camera. Un fruscio in bagno attira la sua attenzione. Fa i due passi necessari per arrivarci e vede il gatto trascinare la cuffia blu a fiorellini rosa da una parte all’altra del piccolo bagno. Con un lamento allunga la mano e afferra la cuffia, polverosa e bagnaticcia di saliva felina. Elena butta uno sguardo all’orologio, non si è fatto ancora troppo tardi. Decide che può lavare di nuovo la cuffia e darle un’asciugata col phon. La sua spalla destra fa un piccolo scatto, e in rapida successione si alza anche la narice sinistra. Avrei dovuto riporre tutto con più cura, si rimprovera.
Un piccolo colpo di tosse le fa sentire dolore alle ossa, come una scossa interna, una frattura. Si sta allacciando le scarpe, non senza fatica, quando sente suonare il campanello. Il gatto corre a nascondersi dietro la tenda, Elena sente un moto di invidia ma con cautela si tira su dal letto e va alla porta. Si trova davanti la vicina del primo piano, l’aria invecchiata – era molto che non si faceva vedere. Con aria drammatica la vicina chiede a Elena se ha l’energia elettrica. «Ho appena usato il phon, sì», risponde. La disperazione si estende sul volto della vicina. «Ci sono i miei nipoti, stavo cuocendo una torta, stavano giocando ai videogiochi, è saltato tutto, e ora è tutto un pianto!». Elena percepisce il fastidio sulla nuca, lo sente irradiarsi alle spalle e scendere nelle braccia, fino a farle fremere le mani. Pazienza. Respiro. Vieni Costanza, ti faccio vedere dov’è il contatore. Esce di casa con la scarpa slacciata e le mani che formicolano. Arrivano ai contatori esterni. Elena, con un bel sorriso, indica lo sportello, lo apre e tira su la levetta della vicina, che inizia a trillare ringraziamenti e complimenti. Adesso anche la mascella di Elena si sta irrigidendo, il sorriso tirato da troppo. Ci mancherebbe ci mancherebbe ci mancherebbe, dice provando ad arretrare verso casa sua, ma Costanza inizia a fare domande le cui risposte generano altre domande. Il fastidio arriva alla gola, ma perché non torna dai nipoti, Elena sente la saliva aumentare e deglutire diventa complesso. Un improvviso, salvifico accesso di tosse mette fine a quello strazio, e con ampi gesti delle braccia e i lucciconi agli occhi Elena ripara verso casa.
È davvero ora di andare. Elena si ritrova finalmente in strada, discende la collina con un po’ di premura – sospira e spera che i sette minuti di ritardo non le siano fatali. Sta seduta in punta al sedile, dietro la schiena un piccolo cuscino, il mento alto e teso al parabrezza, come se volesse eiettarsi dall’auto. Procede abbastanza bene per un bel tratto di strada, fino a quando deve fermarsi. Non è possibile, sente dirsi ad alta voce. Le macchine davanti sono ferme, ma non ci sono semafori, non c’è niente, cosa fate, adesso basta, io devo andare, devo andare in piscina devo parcheggiare devo pagare la lezione mi devo togliere le scarpe devo cambiarmi devo riporre tutto obbligatoriamente negli armadietti basta ho detto! La sua mano preme violentemente il clacson. Anche l’auto davanti suona, e poi un’altra e un’altra ancora, la testa di Elena comincia a pulsare e scatta di lato: si accorge così degli alberi che la circondano, aceri da una parte e ginko biloba dall’altra. Osserva le foglie degli aceri: in basso sono ancora verdi, mentre sui rami più in alto sono sì rosse, ma accartocciate, secche, ancor prima di cadere. Sente che c’è qualcosa di sbagliato. Il dottore le ha detto che non sarà niente di che, due mattine a due giorni di distanza, due compresse e poi più niente. Come per magia, come se tutti stessero aspettando una sua risoluzione, le macchine, lentamente, ripartono.
È nell’acqua, nella piscina comunale dove, bambina, Elena ha imparato a nuotare. Immersa senza provare freddo, il corpo stanco scarica la troppa energia prodotta per arrivare fin lì. Adesso è nella corsia a lei riservata, il galleggiante intorno alla vita, segue i movimenti benefici per alleviare la tensione che le sono stati insegnati. Si tiene sull’orlo della superficie e ogni gesto diventa rallentato, ogni parte di sé inizia a distendersi. Non c’è più niente che faccia male. È come se l’acqua avesse il potere di assorbire il dolore del mondo, di esserne cura. Sta vicina al bordo, chiude gli occhi. Li apre per poi richiuderli immediatamente, il neon è troppo forte, sposta lo sguardo verso le piastrelle bianche e blu, verso le pubblicità delle attività locali: è certa che quella dell’Avis sia lì da almeno vent’anni. Sorride. L’acqua cancella i rumori, li rende brusii indistinti, dolci. Elena pensa di poter restare in acqua per sempre: lì si trova tutto ciò che brama.
Si chiede perché sia così necessario riemergere, se lì sotto sta così bene. Scomparire per un po’, per sopravvivere. Il suo corpo vulnerabile chiede una tregua, mette la testa sott’acqua, si abbandona al moto ondoso prodotto dai nuotatori, si lascia cullare, le ossa ancora dolenti, la testa stanca. Eppure è riuscita a resistere a tutto, anche quel giorno.

La vorrei tanto abbracciare, questa Elena!