di Francesca Mazzotta
Mentre mi masturbavo sul letto dei miei genitori, con gli occhi inchiodati nel sole ho pregato che Dimitri amasse solo me e poi ho pianto. Oltre la finestra la pioggia soffocava il vento, e c’era una luce come d’oltretomba. Cadeva sulla tenda e tracciava una catena luminosa fino ai piedi del letto.
Sono morta e rinata in un attimo spudorato. La meccanica delle dita tese ad allargare e tenere fermo l’elastico delle mutande, mi ha ripartorito con violenza. Il polso ha perso la sua foga mentre raggiungevo l’orgasmo. Mi sono sentita una bestia docile, uguale a tutte le forme terrestri di debolezza. Dal lago di liquido grumoso sotto le mie cosce, ho lanciato un’occhiata alla stanza profumata di cedro. Lo scaffale coi libri di detti e proverbi di Clara, ha rallentato di un pugno di pensieri il piede sgusciato fuori dal lenzuolo. Ho riso fortissimo.
Oltre la persiana il sole si è fatto meno punitivo. Uno sparo sotto la piazza con la statua a Impastato ha decretato la caduta a picco di una poiana. La campana di piazza del Mare ha gridato.
Ho cercato di abituarmi alla sequenza di cose che avevo deciso di fare dopo l’orgasmo. Chiamo Dimitri, glielo dico. Lo chiamo, glielo dico, poi esco, recupero la macchina al parcheggio, alle tre prendo i fiori e vado al cimitero, inizio a parlarle alle tre e mezzo. Prima di andare al cimitero, se è aperto, faccio il pieno al self-service giù alla porta. Ma ho dimenticato il tempo impositivo mentre, davanti allo specchio, mi allargavo le palpebre con le stesse dita con cui poco prima avevo desiderato. Gli occhi inchiodati ai miei occhi hanno rigato lo specchio. Dentro la crepa sulla lastra, si sono incuneate e aperte due vie respiratorie: hanno bucato quel cristallo di vita, hanno fatto crollare il muro incartato di parati del bagno, hanno scosso le fondamenta della casa e i contorni del paese bruciato tra le falangi del guanto di Sicilia che ha il nome di Corìa. Né un paese né un comune, è registrato come “mano d’insediati. Distretto vulcanico orientale”.
Non ho chiamato Dimitri, non gli ho detto che lo amavo né che incontrarlo sul traghetto per l’Albania mi ha cambiato la vita. Non ho fatto benzina e non ho comprato i fiori né sono andata al cimitero per parlare con Clara, la vecchia proprietaria, e aggiornarla e dirle che la settimana del mio ultimo viaggio espiatorio appena finita, mi è mancato ferocemente parlare con lei. Non sono andata come tutti i lunedì a dirle cosa mi succede e a chiederle come sta, a piangere a dirotto di fronte a quel che dentro la cornice ovale sulla lapide, persiste della sua persona. Sono rimasta ferma eppure mobile, esattamente qui dove voglio restare ancora.
È indescrivibile quel che è successo dopo.
Forse non significa niente scriverlo, ma un tuono ha scurito il cielo dal nulla e sulla via sotto casa è sceso un gelo improvviso. Ha lacerato le catene che strangolavano tutto ciò che fino ad allora avevamo barricato nella gola. Il mio cuore ha ripreso a pompare sangue e non significa niente scriverlo ma ho ricominciato ad amare in quel punto esatto di tempesta e di casa, quando la finestra della camera da letto si è spalancata.
Le forme radicate fuori e dentro la terra di Coria, hanno tremato all’unisono e sempre più violento il cielo si è rovesciato sulla vita e ha sfondato la luce di tutte le cose in un boato bianco.
La forza risultante dall’ira dell’acqua e dal dolore della terra mi ha restituito così gli occhi che poco prima, con uno sforzo immane in piedi di fronte allo specchio del bagno, avevo cercato di infossare. Può non essere intuibile ma il mondo si è eclissato alle pendici del vulcano, lungo la striscia di sabbia dove ancora riesce ad attecchire l’agave. Un lunghissimo fermo immagine di pace ha estrapolato Corìa da tutto ciò che l’avrebbe altrimenti tenuta stretta in una morsa di predestinazione. Ad acqua finita l’aria si è solo rischiarata, e quando si è aperta una bocca di luce d’oro sull’azzurro, abbiamo potuto riconoscere il fischio del nostro vulcano. Incontrandoci poche ore dopo, nessuno di noi sarebbe stato in grado di dire da quanto tempo era che il vulcano non rimandava il suo segnale.
Ci siamo sparpagliati nella piazza inebetiti, poi ognuno è ritornato alla sua sera. Ci siamo solo sorrisi arricciando le spalle in un dubbio, tutto sommato, esilarante. Ma ad essere sincera, mentre sfilavo le chiavi dalla toppa e premevo la mano sull’uscio per rientrare, soffermandomi sul tappeto di Clara all’ingresso ancora spettinato dal temporale, mi sono ipnotizzata sul nuovo silenzio sceso nella camera dei miei genitori. La finestra si era adesso semichiusa e il vuoto lasciato dalla tromba d’aria sembrava un mosaico di tracce di cui nessuno si era accorto. Per tutto il resto di quella sera, ho cercato di indovinare quale dei due elementi tra il fuoco e l’acqua avesse rinunciato a sprigionarsi, quale dei due avesse rispettato l’incombere dell’altro e se ero l’unica ad aver percepito quel minuscolo cataclisma come un dialogo di forze in causa che ci riguardava tutti.
Quella notte Clara mi ha parlato nel sonno. Rannicchiata sul fondale senza suono del letto matrimoniale, come una scimmia ancestrale e fedele, il suo ovale mi ha confessato che quando succede una cosa del genere, qui, significa che deve riempirsi di vita nuova ciò che si bagna e trema.

buen relato
All the best
Enjoy every single day