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In fuga dalla bocciofila

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Hammamet | Viaggio a Tunisi

24 Febbraio 2026 di Redazione

di Corso Zucconi

Una delle poche cose che mi ha lasciato la mia ex è la seguente: un consiglio: se nei cessi pubblici non c’è (come spesso accade) il lavandino, puoi pulirti il culo sputando sulla carta igienica. Ed è così che faccio all’aeroporto Marconi di Bolo, dove non vado per ricordare la mia ex e i suoi consigli ma per farci la spesa: i prezzi qui sono ormai competitivi con quelli di Firenze e ci sono anche i piatti pronti della cucina bolognese.

Fatto il mio dovere mi tiro su le brache un attimo dopo aver tirato lo sciacquone, ho la faccia a dieci centimetri dal wc e una goccia d’acqua si stacca dal vortice e mi picchietta sul labbro. Sapevo che sarebbe potuto accadere, è la mia ex che vuole comunicare con me? Sotto sotto volevo provare un po’ di disgusto? Farsi picchiettare appena sopra il labbro da una gocciolina schizzata fuori da un cesso dell’aeroporto Guglielmo Marconi è quella che al giorno d’oggi si può definire catarsi? Onestamente ho solo mezze risposte a tutte queste domande, anche perché di risposte non ne cerco. Mi lavo le mani, prima soap con la fotocellula, poi acqua e infine getto d’aria; stasera tortelli.
In realtà parto. Parto alla volta di Tunisi: le Mille e una notte! Cous cous e cannoni! Profumi d’oriente e monoteismo gridato dai grammofoni dei minareti.
E atterro, aspetto il bus, direzione Medina, due tizi accanto a me fanno una conversazione strana: mi sembra di capire che uno dei due abbia un superpotere, quello di far apparire uova di gallina in qualsiasi momento, di farle spuntare dal niente.
«Ma da dove ti escono dal culo?»
«Senti testa di cazzo sì mi escono anche dal culo ma non le faccio uscire dal culo perché sarebbero sporche di merda capito? Imbecille»
«Scusa scusa chiedevo solo, tranquillo»
«Ma vaffanculo».
«…»
«Già»
«Già»
«…»
«E quindi»
«E quindi cosa?»
«Da dove ti escono?»
«Da dove voglio. Le faccio comparire dal palmo della mano o me le trovo in tasca».
«Ah»
«Già»
«Ganzo»
«Già».
Preso il bus passo per luoghi mitici, La goletta, lì c’è nata Claudia Cardinale, Cartagine, vedo il cartello Hammamet, il buen retiro di Bettino, Cartagine! Mha, scendo a Cartagine? Sì scendo a Cartagine, sento il richiamo dell’antico: Cartagine. Qui si è decisa la direzione del mondo, le mani che profumano di pesce e di piscio, di Medina, l’odore di Tunisia mi si era già appiccicato addosso nella cabina dell’aereo, il cielo e il mare sono bianchi e grigi, non c’è nessuno, solo qualche giapponese a rendere meno metafisica l’atmosfera.
Passo per l’entrata, vuota, sembra di essere a Montecatini Terme d’inverno o dentro Jurassic Park, edifici bianchi con persiane celesti scrostati dal mare e dal tempo, passo il metal detector incustodito, suona, entro, sento un fruscio provenire da un cespuglio, mi immagino uno pterodattilo, è un giapponese.
All’alisso piace crescere nei parchi archeologici, l’ho già visto a Pompei e al Keramikos ad Atene.

Cerco di andare verso la Medina, non ho internet e pochi Dinar perché all’aeroporto di Bolo li avevano quasi finiti, entro dentro una grande moschea piuttosto isolata, il ragazzo all’entrata parla inglese ed è gentilissimo, do un’occhiata, entro nella sala della preghiera e sfoglio uno dei vari corani messi lì a disposizione. Vedo un tizio che mi fissa un po’ troppo, vabbè, esco, chiedo un’indicazione al ragazzo ma il tizio esce e mi raggiunge e ci dice qualcosa in arabo:
«Hai preso un libro?»
«Cosa?»
«Hai preso un libro dalla sala della preghiera?»
Il ragazzo mi guarda un po’ sbalordito.
«Hai preso un libro dalla sala della preghiera?»
«Non ho preso niente»
«Tranquillo è un poliziotto, sta facendo il suo lavoro».
Tranquillo una sega.
Mi tira su la giacca, avevo la macchina fotografica.
«Non ho preso niente, non ho mancato di rispetto, che cazzo vuoi?»
Mi cago sotto, combo: sbirro in borghese + furto di un libro sacro + paese islamico fa già Giulio Regeni 2, però dall’altra parte il mio spirito Occidentale urla
«Che cazzo vuoi sbirro di merda, non ho preso niente, ma fai il tuo lavoro invece di rompere i coglioni a me, se potessi ti ammazzerei».
Mi lascia andare, sono tutto scosso, ho avuto un assaggio dell’atteggiamento della polizia fuori dall’Europa occidentale e qualche altra eccezione, con gli sbirri non si scherza, in questi giorni impazza la polemica sull’Askatusuna, boh raga non avete idea di cosa sia il mondo fuori dai diritti su cui tanto sputate, però boh è tutto più complesso ma anche no.

È mattina. Sono con un ragazzino dell’albergo in cui alloggio che mi sta aiutando a svoltare del cash, dato che non ne ho, ho la carta di credito solo sul cell e qui pagare contactless è impossibile, lui mi racconta che suo fratello vive a Firenze, studia informatica e per arrotondare guida le golf car per i turisti; qualche ora prima ero stato scarrozzato a cercare un bancomat che funzionasse da un vecchio sdentato che aveva lo zio a Poggibonsi; questi richiami toscani sono divertenti, ad ogni modo con entrambi un buco nell’acqua e siamo finiti a bere in un bar che si chiama caffè Florence, ci sono solo uomini con visi segnati a bere birra tunisina, la giacca e il cappello perché per loro fa freddo, qui si può fumare dentro.

Il bello di viaggiare da soli è che decidi i tuoi tempi e sei l’unico responsabile delle tue scelte, dall’altra parte è una palla, troppi tempi morti e se non ti parte qualche svarione rimani lì a guardarti intorno.

Santa tristezza che dai un senso alle mie giornate sei tornata.
Ti amo, mi sei mancata. Dov’eri? Ero contento di non cercarti ma ora che sei qui ti guardo con tenerezza e abitudine.
Santa amica dei miei giorni, che bello esserci insieme. Riconciliati, rido.

La guida dell’albergo mi porta a fare un giro a Sud, alle città di Kairouan e di El Jem, bellissime, a Kairouan mi porta in un posto dove si mangia da dio, compro un tappeto usando il contactless tra le esclamazioni di stupore dei venditori, con questa magia tecnologica mi sono guadagnato il loro rispetto; si fa per dire.
A El jem c’è un anfiteatro molto ben conservato grande quasi come il Colosseo, bellissimo, e c’è anche un bel baretto azzurro dove sorseggiare il tè insieme a dei granitici vecchietti eleganti nei loro vestiti scuri. 
Il paesaggio è un miracolo, olivete e mandorli innevati crescono dalla sabbia.
 Al casello un ragazzo ci regala qualche mandorla, buonissime, freschissime,
«Merci» ringrazio io.
«No no, no merci, salam, islamic!» fa lui minaccioso. Ma vaffanculo. 

Ruminiamo le mandorle in silenzio, le olivete innevate di fiori che sfilano lungo il finestrino, la buccia delle mandorle ci si infila tra i denti e si attacca alla gola, tossicchiamo entrambi, sempre in silenzio, io provo la tecnica di sminuzzare i pezzi di buccia in parti più piccole per poi ingoiarle, sono sicuro che il mio socio sta provando lo stesso: le leccornie della sua terra nascondono insidie anche per i suoi stessi abitanti… Ogni volta che lo sento tossicchiare a mezza gola penso che siamo complici, nella stessa situazione.
È sera, passiamo vicino a una casa francese diroccata, salmastra, malinconica, e parte lo svarione: 
“Mi troverete qui, fanciulla tunisina, con un vestito di seta disfatto, a ricordare le feste che furono, ero giovane, ai tempi del dominio francese:
«Ho una fantasia tarlata», picchietta il Fidelio di Berlioz, i baci di don Ramon rimbalzano dietro gli occhi e le orecchie,
«bastardo, quante cazzo di cose mi ha detto e io gli ho creduto. Lui è chissà dove a fare danni e io qui, nella malattia madreperlacea di questa casa, un amore che filtra la vita di malinconia come la tenda filtra la luce»”. 
«Votre femme en Italie est…» La mia guida mi chiede qualcosa in francese, io non ho capito bene, biascico qualche risposta, fischi per fiaschi ma almeno tagliuzziamo insieme le mandorle. 
Vabbè lasciamo stare, arrivo in hotel, ho il wifi, instagram, reels: “I rondoni e le balene dormono con un emisfero del cervello alla volta, i primi per continuare a volare, le altre per continuare a respirare”. Chiudo e si va a nanna.

È mattina, non ho Dinar, il tassista rifiuta il mio powerbank come pagamento e mi offre la corsa, molto gentile, prendo l’aereo e si parte.
Nella cabina una vecchia prega, suonano molte sveglie, l’inconfondibile trombetta della cavalleria americana e un gallo chicchirichiii! Molti bambini piccoli, ti giri intorno e c’è immancabilmente qualcuno che ti sta guardando. Gli arabi hanno facce di assassini diceva De Andrè e quanto cazzo ha ragione, però è proprio la loro faccia, appena ci parli sfoderano un sorriso largo largo e stringono gli occhi in maniera dolcissima, come dei bambini. Comunque dove ti giri c’è sempre, immancabilmente qualcuno che ti sta guardando e posso dire? Che meraviglia, che rilassatezza: così tanta vita che finalmente, semplicemente non deve essere spiegata, elaborata, analizzata, se ne viene travolti e inevitabilmente si sta al gioco; è una bella sollevazione di responsabilità. Non c’è nessun motivo perché quel tizio mi stia guardando se non per la più umana delle caratteristiche, semplicemente, guardare. 
Arrivo, mi manca la mia ragazza. Litighiamo. Ci perdoniamo. È stato un bel viaggio.

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Postato in: Categorie, Lo sfogone Tag: corso zucconi, hammamet, viaggio a tunisi 2 commenti

Commenti

  1. Riccardo dice

    24 Febbraio 2026 alle 18:25

    In fuga dalla bocciofila sipuò rischiare di cadere nel Curling, specie dopo le Olimpiadi. E sarebbe la fine! Le bocce sono un antichissimo gioco cristiano, vecchio come il mondo, mentre il curling è protestante, dei popoli del nord, ci vogliono laghi ghiacciati e queste stones pesano un botto circa trenta chili. Vi immaginate uscire per andare a giocare.
    Otto stones 240 kg. Ci vuole un bue muschiato. Spingi la pietra e il tuo compagno gli corre davanti. Spazzola freneticamente il ghiaccio, lo vedi da dietro sembra si faccia una sega con due mani. Mentre alla bocciofila di corre dietro alla boccia e si instaura un rapporto mistico . Un misto di bestemmie a mezza bocca, di esortazioni, di insulti, di complimenti come fosse la donna di cui sei innamorato e le chiedi un ultimo sforzo per scacciare la nemica da vicino al pallino. Ho cominciato a giocare a bocce da bambino piccolo, a Palazzolo sul Senio, ai confini con la Romagna.
    Mi affascinava. Giocatori di mezza età, rigorosamente col cappello di feltro in testa , maniche della camicia arrotolate e gilet, spesso aperto.
    L’accento era meraviglioso , come la corsetta dietro alla palla “Mo dai fai la brava, vai vai, ti venga un cancher, Madonna insaponata…..”.
    Il racconto di Corso è senza fiato, vertiginoso, irriverente, scritto con il cuore in gola, divertente. Complimenti.
    Siamo alla quinta generazione di scrittori

    Rispondi
  2. allanamiento dice

    18 Aprile 2026 alle 15:00

    la meloni…si e suicidata politicamente stile craxi?

    Rispondi

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