di Fausto Meoli (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
«Ehi, che cazzo metti giù quei piedi».
Gridò Chester. Bell, sua moglie, non udì quell’imprecazione. Aveva le cuffie che le rimandavano Space Oddity di David Bowie e le nebbie di qualche sciottino di troppo. In bocca, le lampeggiava il braciere rossastro di una canna, da cui stava aspirando il fumo di hashish. Tenne ancora le sue due estremità fuori dal finestrino dell’auto, con un vento caldo che le solleticava i piedi bianchi. Si era fatta le unghie di un colore nero antracite. Due anelli erano alle dita del suo piede destro. Quello al secondo dito, era d’argento, in stile hindi, e il più importante. Testimoniava che era al suo secondo matrimonio. Correvano lungo quel nastro d’asfalto nero pece, sul far della sera, con la loro Dodge Challenger di colore rosso, provenienti da Las Vegas, dove avevano festeggiato, appunto, il loro primo anniversario di nozze. La loro home mobile li aspettava a Cheyenne nel Wyoming. In lontananza i primi bagliori gialli di un temporale in arrivo, squarciavano il cielo. Chester fece un gesto di stizza con la mano in segno di lasciar perdere. Pochi istanti dopo, lei si tolse le cuffie e disse «Ho voglia di pisciare, papi».
«Benvenuta fra noi, honey». Rispose lui . «Tieni duro. Una decina di chilometri e troviamo l’incrocio con la highway. Ci sarà di sicuro qualcosa e poi sta per piovere».
Raggiunsero l’area di servizio mentre cadevano le prime gocce. La toilette del distributore di benzina faceva veramente schifo. Puzzava di vomito e di acqua stagnante marcia. Vista l’urgenza, non era il caso di farsi degli scrupoli. Bell, si tirò giù gli shorts e le mutandine. Chiudendo gli occhi indirizzò il getto in quel cesso di water.
Julia, Morna e Joely: erano tre giovani ragazze sedute al tavolo di fondo del Trudy’s Dinner. Il locale si trovava dietro a quel distributore. Da circa un’ora stavano blaterando e cazzeggiando, con i loro discorsi, sui maschietti. Anch’esse indossavano degli shorts. I loro piedi bianchi erano appoggiati sul tavolo con un trionfo di colori delle unghie. Solo Joely aveva un anello al secondo dito del piede destro con inciso un piccolo serpente. Una bottiglia, piena a metà, di whisky marca Wild Turkey si ergeva nel mezzo del tavolo. Oramai tutte in preda alle stravaganze dell’alcool, avevano chiesto a Joely chi sarebbe stato il fortunato di quella sera per la sua snake-lap-dance.
«Deve essere un bel figo. Non come questi quattro omuncoli che ci sono adesso». Aveva risposto muovendo il culo sulla sedia con le altre due che urlarono di approvazione. Abrahm, il gestore del bar, ammirava le loro gambe e le teneva d’occhio. Chester entrò nel momento in cui nel juke box iniziò a suonare I Gotcha. Ho capito, un disco di Joe Tex. Vide i manifesti di film quali Zabriskie Point, Easy Rider, Punto zero e Rolling Thunder, appesi alle pareti. In quel posto gli anni settanta del Novecento sembravano non essere mai stati dimenticati. Chester era un bel giovane con la pelle di colore ebano scuro. Spostò le sue treccine rasta dietro la nuca e si sedette sullo sgabello del bancone.
«Lupus in fabula. Ecco quello che ci voleva. Un bel cazzone di colore», disse Joely alzandosi fra gli urli di gioia delle sue compagne.
«Ehi non è il caso» disse Abrahm a lei che si stava avvicinando.
«È sempre il caso che mi incita. Statti buono» rispose la giovane ragazza e iniziò le sue movenze erotiche da serpente fra le gambe di Chester sorpreso di quella strana ma piacevole accoglienza. Julia e Morna, si erano alzate e sbraitavano a sostegno, muovendo anch’esse le chiappe.
Bell entrò nel locale con i capelli e i piedi bagnati per la pioggia. Calzava delle infradito. In un primo momento credette di essere ancora in preda ai suoi disturbi di sostanze e bevute, vedendo quella che muoveva il suo culone nel bacino del suo secondo marito che la stringeva con determinazione sui fianchi. Chester cercò di allontanare Joely, ma quella continuava a dimenarsi. Intercettò lo sguardo della moglie che si stava avvicinando. Era pieno di ferrea rabbia, ben visibile nelle mascelle contratte. Bell si tolse le infradito e si aggiustò i capelli. Dette uno sguardo curioso ai piedi nudi di Joely che si muovevano. Quella ricambiò con un’occhiata di meraviglia. «I Gotcha. Ho capito. Ti ho beccato. Hai cercato di sgattaiolare via da me» dicevano ancora le parole di quella canzone. Bell iniziò lo stesso movimento dell’altra spingendo entrambe sempre più a fondo fra le gambe dell’uomo. Chester non sapeva cosa fare. Le luci fluorescenti del juke box si riverberavano sui volti di quei tre, avvinghiati proprio come serpenti. Le due donne adesso erano faccia a faccia. I loro fiati alitavano di misture inebrianti. Nel locale erano tutti in piedi e battevano il ritmo con le mani.
«Ma che cazzo di storia. Vediamo come va a finire» sussurrò Abrahm, con un gesto di disperazione.
Bell strinse la testa dell’altra fra le sue mani e le profuse un bacio in bocca. Le lingue si toccarono e si capirono. Chester, vide la moglie che afferrò le chiavi dell’auto che erano sul bancone. Le due donne si presero per mano e corsero fuori. Aveva smesso di piovere. Un arcobaleno si incurvava sopra la highway. L’ultima immagine fu quella della Dodge Challenger che scappava via, con i piedi di Joely che uscivano dal finestrino.
Si accesero le luci nel piccolo studio di prima proiezione di prova. Il regista si era addormentato. Nessuno osò interrompere il suo sogno.

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