• Chi siamo
  • Contattaci

In fuga dalla bocciofila

  • Home
  • Categorie
    • Anatomia di un fotogramma
    • Cartoline dal foyer
    • La scena tagliata
    • La sindrome del personaggio secondario
    • Lo sfogone
    • Oceani di autoreferenzialità
    • Recensioni vere
    • La recensione di Ferruccio Morandini
    • La vertigine della lista
  • Festival
    • Festival dei Popoli
    • Festival di Cannes
    • L’arte dello Schermo
    • Lo Schermo dell’Arte
    • Torino Film Festival
  • Haiku
  • Archivio
    • Indice Alfabetico
    • Archivio per mesi
  • Cerca

Good Bye Lenin | Il barattolo dell’Est

18 Settembre 2026 di Redazione

di Enrico Marchi (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)

 

 

C’è stato un periodo che avevo un chiodo fisso per i cetriolini sottaceto.

Non cetriolini qualunque: quelli grossi, compatti, che sembrano l’emblema di uno Stato che non esiste più, un prodotto con un passato, con la burocrazia stampata in etichetta e i caratteri stretti come numeri di matricola.
Avevo rivisto Good Bye, Lenin! e mi era rimasta addosso la nostalgia dell’Est, ma senza averne titolo, perché in DDR non avevo mai vissuto e di Stasi e Guerra Fredda, avevo letto solo sui libri.

Però, mi era presa così.

I colpevoli? I cetriolini e Yann Tiersen. Perché io, intanto che li mangiavo, ascoltavo la colonna sonora del film e, nella mia testa, attraversavo la Cortina di ferro.

E funzionava.

Così, ogni volta che andavo alla Coop, succedeva questa scena, sempre uguale. Facevo la spesa normale, da persona equilibrata. Riempivo il carrello di prodotti convenzionali: il latte, la frutta, il pane, la pasta, a volte il detersivo e, in perfetto stile da cittadino occidentale, che va di fretta, passavo velocemente  la macchinetta Salvatempo sul codice a barre di ogni confezione.

Al terzo corridoio, però, dopo il reparto latticini, rallentavo, proprio fisicamente, come quelli nei film quando stanno per compiere un delitto.
Mi avvicinavo allo scaffale dei sottaceti con l’aria circospetta di chi non vuole dare nell’occhio, ma spera che qualcuno si accorga del suo gesto proibito.

Sul ripiano c’erano sempre solo due marche di cetriolini.

Due. Non di più.

Che già questa cosa mi sembrava molto da economia pianificata: poche opzioni, ma nette. Non sceglievi tra ventisette identità possibili. Solo due marche: una forse più seria, l’altra forse più torbida. E io stavo lì a valutarle, come se dovessi prendere una decisione geopolitica.

Quale barattolo è più autentico?
Quale salamoia ha più aneto?
Quale sarebbe stato meglio negli scaffali di un Konsum di Dresda negli anni ‘70?
Domande, che una persona normale non si fa davanti ai sottaceti.  Io si.

Dopo questo esame, che durava anche troppo, controllavo la situazione.

Guardavo a destra. Guardavo a sinistra. Quasi temendo l’agguato della polizia morale della spesa:

«Di nuovo qui, lei?»

«Non le bastano i sottaceti che ha preso martedì?»

E finalmente arrivava il gesto.

Rapido.

Secco.

Con uno scatto fulmineo prendevo il barattolo, lo passavo al Salvatempo con un bip e lo nascondevo nei meandri del carrello.

Come uno, che ha una vita parallela.
Un attimo prima eri un cliente della Coop; un istante dopo eri uno che aveva appena comprato qualcosa di illegale in un sottopasso del porto di Danzica.

Mancava solo il tipo col giubbotto di finta pelle marrone, che ti guarda, fa un cenno con la testa: «Non qui, seguimi.»

Il fatto è che, in quel momento, ero felice davvero. Non una felicità con pretese esistenzialiste o da manuale d’istruzioni sul senso della vita. No.

Era: ho comprato il mio barattolo di cetriolini sottaceto grossi, adesso torno a casa, ne mangio uno, forse due, intanto preparo cena, ascolto Yann Tiersen, e per cinque minuti, mi sembrerà di stare in una cucina con poca luce, con la carta da parati verde sbiadita di un commie block grigio di periferia, da vero cosplayer di malinconia d’importazione: economico, un po’ ridicolo e incredibilmente su misura.

Forse era anche per questo che, in quel periodo, programmavo un viaggio nei Paesi dell’ex blocco sovietico.

Berlino la conoscevo, ma non mi bastava più. Troppo liscia, troppo riconciliata, quasi più europea di Milano.

Io cercavo un confine, un margine. Qualcosa di più opaco, di non raccontato. Passavo il tempo a guardare voli, coincidenze, mappe, immagini: tipo una stazione in stile brutalista con le pensiline arrugginite,  un parcheggio di marshrutke pronte a partire verso destinazioni scritte a mano sul parabrezza, un albergo con moquette e tende pesanti o un mercato di periferia con qualche babushka seduta dietro cassette di frutta e bottiglie senza etichetta.

Pensavo che sì, era da quelle parti che volevo andare.

Non per vedere qualcosa in particolare, ma per stare dentro un’atmosfera che, dalla cucina di casa, mi sembrava ancora intera.

Naturalmente finiva che chiudevo lo schermo del computer senza prenotare niente. La cucina era sempre quella. La luce pure.
Sul tavolo restava solo il barattolo, mezzo vuoto e l’odore d’aceto sulle dita più lungo del necessario.

Forse sapevo già che, se ci fossi andato davvero, avrei trovato quello che si trova ovunque.
Delle strade. Dei bar. Della gente che vive, lavora, compra il pane e aspetta l’autobus scrollando lo smartphone.

Insomma, la realtà, più muta e meno simbolica di come la immaginiamo da lontano.
Poi finì anche quella fissazione.

Berlino tornò a essere un nome sulle mappe, Good Bye, Lenin! un DVD sullo scaffale e i barattoli di cetriolini un prodotto da supermercato.

Ma per un po’, non saprei dire per quanto, aveva funzionato.

Condividi:

  • Facebook
  • LinkedIn
  • Twitter
  • E-mail

Postato in: campionato mondiale piazza edison Tag: campionato mondiale racconti piazza edision, Enrico Marchi, Good Bye Lenin Fai un commento

RispondiAnnulla risposta

  • Chi siamo
  • Contattaci

© 2026 · In Fuga dalla Bocciofila · Website designed by Alessio Pangos · Privacy Policy"In fuga dalla bocciofila" cerca di fare molta attenzione a non pubblicare materiali che possano ledere in alcun modo il diritto d’autore. Tutti i media [immagini, video ed audio] sono pubblicati a bassa risoluzione, in pieno rispetto del comma 1 bis dell’articolo 70 della Legge sul Diritto d’Autore che consente “la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. Chiunque ritenga che sul sito siano presenti testi, immagini, audio e/o video non opp​o​rtunamente licenziati, contatti i soci per chiarimenti.

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, o continuando con la navigazione acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui / CHIUDI
Privacy & Cookies Policy

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA