di Enrico Marchi (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
C’è stato un periodo che avevo un chiodo fisso per i cetriolini sottaceto.
Non cetriolini qualunque: quelli grossi, compatti, che sembrano l’emblema di uno Stato che non esiste più, un prodotto con un passato, con la burocrazia stampata in etichetta e i caratteri stretti come numeri di matricola.
Avevo rivisto Good Bye, Lenin! e mi era rimasta addosso la nostalgia dell’Est, ma senza averne titolo, perché in DDR non avevo mai vissuto e di Stasi e Guerra Fredda, avevo letto solo sui libri.
Però, mi era presa così.
I colpevoli? I cetriolini e Yann Tiersen. Perché io, intanto che li mangiavo, ascoltavo la colonna sonora del film e, nella mia testa, attraversavo la Cortina di ferro.
E funzionava.
Così, ogni volta che andavo alla Coop, succedeva questa scena, sempre uguale. Facevo la spesa normale, da persona equilibrata. Riempivo il carrello di prodotti convenzionali: il latte, la frutta, il pane, la pasta, a volte il detersivo e, in perfetto stile da cittadino occidentale, che va di fretta, passavo velocemente la macchinetta Salvatempo sul codice a barre di ogni confezione.
Al terzo corridoio, però, dopo il reparto latticini, rallentavo, proprio fisicamente, come quelli nei film quando stanno per compiere un delitto.
Mi avvicinavo allo scaffale dei sottaceti con l’aria circospetta di chi non vuole dare nell’occhio, ma spera che qualcuno si accorga del suo gesto proibito.
Sul ripiano c’erano sempre solo due marche di cetriolini.
Due. Non di più.
Che già questa cosa mi sembrava molto da economia pianificata: poche opzioni, ma nette. Non sceglievi tra ventisette identità possibili. Solo due marche: una forse più seria, l’altra forse più torbida. E io stavo lì a valutarle, come se dovessi prendere una decisione geopolitica.
Quale barattolo è più autentico?
Quale salamoia ha più aneto?
Quale sarebbe stato meglio negli scaffali di un Konsum di Dresda negli anni ‘70?
Domande, che una persona normale non si fa davanti ai sottaceti. Io si.
Dopo questo esame, che durava anche troppo, controllavo la situazione.
Guardavo a destra. Guardavo a sinistra. Quasi temendo l’agguato della polizia morale della spesa:
«Di nuovo qui, lei?»
«Non le bastano i sottaceti che ha preso martedì?»
E finalmente arrivava il gesto.
Rapido.
Secco.
Con uno scatto fulmineo prendevo il barattolo, lo passavo al Salvatempo con un bip e lo nascondevo nei meandri del carrello.
Come uno, che ha una vita parallela.
Un attimo prima eri un cliente della Coop; un istante dopo eri uno che aveva appena comprato qualcosa di illegale in un sottopasso del porto di Danzica.
Mancava solo il tipo col giubbotto di finta pelle marrone, che ti guarda, fa un cenno con la testa: «Non qui, seguimi.»
Il fatto è che, in quel momento, ero felice davvero. Non una felicità con pretese esistenzialiste o da manuale d’istruzioni sul senso della vita. No.
Era: ho comprato il mio barattolo di cetriolini sottaceto grossi, adesso torno a casa, ne mangio uno, forse due, intanto preparo cena, ascolto Yann Tiersen, e per cinque minuti, mi sembrerà di stare in una cucina con poca luce, con la carta da parati verde sbiadita di un commie block grigio di periferia, da vero cosplayer di malinconia d’importazione: economico, un po’ ridicolo e incredibilmente su misura.
Forse era anche per questo che, in quel periodo, programmavo un viaggio nei Paesi dell’ex blocco sovietico.
Berlino la conoscevo, ma non mi bastava più. Troppo liscia, troppo riconciliata, quasi più europea di Milano.
Io cercavo un confine, un margine. Qualcosa di più opaco, di non raccontato. Passavo il tempo a guardare voli, coincidenze, mappe, immagini: tipo una stazione in stile brutalista con le pensiline arrugginite, un parcheggio di marshrutke pronte a partire verso destinazioni scritte a mano sul parabrezza, un albergo con moquette e tende pesanti o un mercato di periferia con qualche babushka seduta dietro cassette di frutta e bottiglie senza etichetta.
Pensavo che sì, era da quelle parti che volevo andare.
Non per vedere qualcosa in particolare, ma per stare dentro un’atmosfera che, dalla cucina di casa, mi sembrava ancora intera.
Naturalmente finiva che chiudevo lo schermo del computer senza prenotare niente. La cucina era sempre quella. La luce pure.
Sul tavolo restava solo il barattolo, mezzo vuoto e l’odore d’aceto sulle dita più lungo del necessario.
Forse sapevo già che, se ci fossi andato davvero, avrei trovato quello che si trova ovunque.
Delle strade. Dei bar. Della gente che vive, lavora, compra il pane e aspetta l’autobus scrollando lo smartphone.
Insomma, la realtà, più muta e meno simbolica di come la immaginiamo da lontano.
Poi finì anche quella fissazione.
Berlino tornò a essere un nome sulle mappe, Good Bye, Lenin! un DVD sullo scaffale e i barattoli di cetriolini un prodotto da supermercato.
Ma per un po’, non saprei dire per quanto, aveva funzionato.

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