di Arnaldo Barella (Bastardi senga gloria)
«Ti hanno trovato addosso del sangue appartenente anche ad altri soggetti. Non solo quello della vittima. Ti va di dirmi di chi è?»
«Di porci, e di maiali… sgozzati, lo sapete».
Elia rispose senza alzare gli occhi, gesticolando con le mani verso il suo interlocutore. Era infastidito da quel genere di domande, per il fatto che chi le poneva, sapeva già la risposta.
«Io so che tu, negli ultimi due anni, hai fatto il macellaio, ma vorrei sapere da te alcune cose».
«Non so come rispondere» lo interruppe Elia secco e freddo.
«Ma se non sai neanche che domande ti farò».
«Mi manca il parametro, tu magari sei il poliziotto buono, e io risponderò a te in una certa maniera, ma se poi è l’altro il poliziotto buono? Non mi è possibile costruire una strategia così. E voi mi fregherete con estrema semplicità».
«Elia, non deve arrivare nessun’altro, e lungi da me dal volerti fregare. E poi non sono un poliziotto. Come ti avevo detto all’inizio, io sono il dottor Centoni, lo psicologo che ti è stato assegnato».
«Oh» Elia aveva alzato gli occhi per la prima volta, dall’inizio della seduta, ma il suo sguardo era disorientato, la sua mente in quel momento era anestetizzata. Si guardò intorno alla ricerca di qualche punto di riferimento, ma si trovò sperso in un ambiente asettico che infondeva in lui una sensazione di calma. Poi fece un gonfio respiro liberatore. Il suo tono di voce adesso era cambiato.
«Tra un po’, ci toglieranno davvero il lavoro. Ci costringeranno a vivere la totalità dei giorni che ci restano sulle piattaforme virtuali, una vita di riflesso in cui non si possiede nulla, dove non si è nessuno. Nel mondo in cui sono cresciuto io, si viveva una realtà fatta di spazi naturali e di vita autentica. Non si era costretti a vivere sui social. Adesso sento il bisogno di vivere nella realtà per sfuggire dal mondo virtuale. Sento vacillare la mia collocazione, respiro pixel e inseguo modelli posticci, ammalandomi e avvelenandomi con rapporti che non esistono se non in uno spazio di pochi bytes, edificato su esperienze condivise dalle nostre skin, acquistate per status all’interno di uno shop on-line. Marco Muschio, con le sue piattaforme virtuali, con i suoi pseudo-giochi stava rovinando l’umanità. Mi sento un fallimento, forse non ho fatto abbastanza per cambiare le cose o le ho fatte troppo tardi. Ma sono solo un ingegnere meccanico».
Questa apertura da parte di Elia infuse buone speranze nel dottor Centoni, che si stava appuntando tutto sul suo tablet. E poi lo incalzò per non fargli perdere il ritmo.
«Comunque, l’ingegnere è un mestiere di tutto rispetto, fatico a pensare che tu abbia trovato difficoltà nel trovare un qualsiasi tipo di lavoro, nel tuo ambito ovviamente. Quindi mi chiedo, perché il macellaio?»
«Perché in questo momento storico ho sentito il bisogno di stare il più possibile a contatto con la carne. Carne di qualcosa che prima era vivo, tessuti che posso toccare, fibre di esseri che erano viventi nella loro forma primordiale. Qualcosa di tangibile che mi rimandasse al reale. Persino il loro odore mi riportava alla vita terrena».
Il dottore lo fissò, occhi negli occhi, arricciando le labbra e annuendo con dolcezza.
«Capisco. E come ti fa sentire tutto questo?»
«Uno schifo, non cambia nulla. Mi sento tradito dalla società virtuale creata da Muschio. Tutti i miei rapporti, tutte le mie battaglie, fanno parte di una sfera effimera che svanisce appena si spenge il dispositivo a cui si è collegati. Ed ero rimasto intrappolato in un paradosso. Vivere un’esperienza di vita posticcia, o barcamenarsi in una realtà fatta di morte? Io adesso non lo so più. Quello che so è che lui doveva morire».
«Sai però che qualcuno prenderà il suo posto, che i suoi progetti verranno portati avanti dai suoi collaboratori e dai suoi successori».
«Lo so, ma dovevo pur cominciare da qualche parte. Per dare l’esempio».
Il dottor Centoni gli rivolse un sorriso imbarazzato, si trattenne dal voler sgretolare un’imponente costruzione che era il folle sogno di un uomo disperato.
«Vuoi dirmi qualcosa dell’arma che hai usato?»
«Non c’è molto da dire, non ci vogliono grandi abilità per prendere un osso di bistecca e farne una lama. Già nella preistoria andava di moda». Il dottore ignorò l’umorismo di Elia.
«Si ma tu l’hai progettato per uno scopo ben preciso, per eludere i metal detector, avvicinarti abbastanza a Muschio e colpirlo mortalmente». Elia lo guardò con finta aria da beota e gli rivolse un applauso schernitore.
«Sa quali sono le mie abilità, dottore? Sono quelle di aver avuto il coraggio di aver compiuto un gesto. L’aver innalzato un vessillo talmente visibile da chiamare a raccolta altre persone che vedono le cose come le vedo io. E radunare un popolo che abbia ancora un cuore pulsante. Una rete di carne con ancora un’anima attaccata».
«Si, ho sentito che si sono formati alcuni gruppi di tuoi sostenitori».
«E lo fanno egregiamente dottore. Sa cosa ho mangiato qui in carcere in questi giorni? Tacchini, conigli, rosticciane e persino la testa intera di un maiale. Quando hai i giusti contatti, mangi meglio che in un ristorante stellato».
Elia si alzò dalla sedia e si infilò la mano dentro i pantaloni.
«Mi fa piacere per te» disse il dottore con voce tremolante e seguendo ogni suo movimento con gli occhi sbarrati.
«Come le ho detto prima, dovevo pur cominciare da qualche parte».
Dai pantaloni tirò fuori una sorta di pistola grottesca assemblata con lo scheletro di coniglio, rinforzato con ossa di pollo. Al suo interno un congegno perfettamente funzionante creato con i tendini di tacchino e altre cartilagini. Puntò quell’orrendo congegno verso il dottore, premette un osso che faceva da grilletto e un molare di maiale si conficcò in mezzo agli occhi dello psicanalista uccidendolo. Elia si guardò attorno. Non c’era nessuno.
«È finito il livello?»

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