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In fuga dalla bocciofila

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Disclaimer | Un grido, roccia o mare

20 Maggio 2025 di Redazione

di Rebecca Moore

 

Io l’ho vista, sul ciglio della strada. E ho capito subito chi era e perché è potuto succedere quello che è successo. Non capita a tutti una cosa così.

Se ne stava lì con un impermeabile abbottonato e le sue belle scarpe, non faceva niente, ogni tanto camminava su e giù, ma non faceva niente. Non piangeva, non si disperava. A un certo punto è arrivata sua figlia, e i vicini, e poi è arrivato anche suo marito, con un cane al guinzaglio. E il cane piangeva, non smetteva di guaire, mentre noi tutti non piangevamo e tantomeno lei. Questo cane a un certo punto l’hanno portato via, per fortuna si sono resi conto di quanto fosse inopportuno.

Se ne stavano schierati, opposti a noi, dall’altra parte della macchina e del corpo, ed erano come in fila, in attesa di qualche messaggio, di qualche compito. Ho pensato di un perdono. Le vittime forse erano loro.

Diverse persone mi parlavano, ma io non sapevo chi fossero, ho cominciato a distinguerle poi, per i loro vestiti, che erano come delle divise, ma in realtà non capivo le loro parole, non sentivo niente, poi a un certo punto ho sentito un malore, è l’unica cosa che ho sentito, e mi sono dovuta appoggiare ad un cipresso. Ricordo che era polveroso e aveva uno di quei segni rosso bianchi, come una ferita, per indicare un sentiero. Sotto iniziava il bosco.

Quando sono arrivata ho potuto toccarlo, ma per poco, mi hanno detto di non toccarlo troppo, dovevamo aspettare l’ambulanza, dovevamo aspettare un sacco di cose. E tutto si era ridotto a questo: ad aspettare, e non sapevo che poi sarebbe sempre stato così, un’attesa, il momento di poter provare qualcosa di diverso dal dolore.

Allora per poco mi ci sono gettata sopra, gli ho levato del vetro dagli occhi, e loro mi hanno chiesto: è lui, lo riconosce? E io ho detto sì, è mio figlio, per l’ultima volta. 

Poi ho alzato la testa e ho visto il marito che prendeva la spesa dalla macchina, la macchina che aveva ancora lo sportello aperto, prendeva il giornale appena comprato e una busta, color rosa forse di un negozio di vestiti. Anche la macchina doveva esser lasciata così, ferma, colta nel suo ultimo momento.

Nei giorni seguenti c’è stata tutta la trafila. Non ne parlerò. Da allora è passato molto tempo. Forse dei mesi, forse degli anni. Quando poi mi sono sentita un po’ più in forze sono andata in paese e ho chiesto di lei.

Mi ero pentita – e mi era rimasto dentro – di non aver detto niente quel giorno, quel giorno lontano quel giorno vicino. Avevo avuto quell’ansia del perdono, ma non ci avevo capito niente. L’avevo sentita, mi aveva trafitta e mi ero lasciata trafiggere, ma non avevo capito se volevo parlarle oppure no. Ci avevano tenuti divise, io e lei, e allora non ho potuto parlarle, e così poi siamo rimaste – divise – per tutto questo tempo. Che cosa avrei potuto dirle? Ci ho pensato tanto, ci ho pensato poi per sempre, ma l’unica cosa che ora mi viene in mente è il perché non mi è mai venuta a trovare. Ma questo ha a che fare con il dopo, non con il prima.

In paese era come se mi stessero aspettando. Mi hanno raccontato tutto, anche se io già sapevo.

Della sua crudeltà, per esempio. Lei non risparmia nessuno, e nessuno si può permettere di ribattere o risentirsene. Ha un carattere difficile, mi hanno detto, imprevedibile. È capace di dirti delle frasi cattive, delle frasi taglienti, che ti ridicolizzano, e che sono dette apposta davanti a tutti, in un negozio magari, o in fila per la cassa, senza un motivo.

Una delle sue figlie non le parla più, mi hanno detto. Non le vuole parlare, dicono che sia leggermente impazzita, ma d’altronde è normale con una madre così. È terribile, mi hanno detto, a tratti brutale. È un miracolo che questa figlia non sia diventata schizofrenica, ma insomma, forse un po’ lo è. Per fortuna non le parla più.

E poi ormai sta perdendo i colpi, hanno aggiunto, ha una certa età, è distratta. Si scorda le cose, e quando le scorda ti tratta male; per esempio, se uno le dice un prezzo, il prezzo delle verdure che ha appena comprato, ma lei non lo ricorda, ti riempie di spergiuri, è addirittura capace di non pagare. Non è una donna che sente ragioni, che chiede scusa. Questo mi torna, ho detto io, lei non vuole pagare. Non è un caso quello che è successo, hanno aggiunto. Mi volevano aizzare e io ne sono stata contenta.

Mi hanno raccontato anche della sua casa. Ha una casa in fondo alla valle, una casa molto bella, con un bel giardino, ma che cosa se ne farà di questo giardino, senza una figlia, con un marito che tratta come uno schiavo. Non apprezza quello che ha, ha dimenticato la bellezza. Ed è proprio questa sua distrazione, hanno detto, la cosa peggiore, perché è una distrazione verso la vita.

Allora ho cominciato a pensare che Dio l’ha voluta punire per questa sua distrazione e che quel giorno non le ha fatto alzare il capo, le ha messo il sole negli occhi, non le ha fatto vedere mio figlio, dall’altra parte della strada, che tornava a casa in bicicletta. Ma poi ho pensato che questa versione dei fatti complica le cose; che non combacia affatto con quello che dovrebbe essere una punizione. Così lei può lavarsene le mani, è Dio quello a cui imputare tutto, punitivo e lontano, nella sua casa di vetro. Forse ora non credo più tanto in Dio, non so più cosa sia il giusto e lo sbagliato. Però credo nel Fato, nella sua oscurità; in questa c’è una forza nascosta, a cui ognuno prende parte, per il bene o per il male: e lei ha deciso di non vedere, di non sapere. Allora, se le auguro di non far mai pace con sua figlia, non mi sembra poi tanto eccessivo. Se le auguro di perdere anche l’altra, non mi pare un’attesa sconsiderata. Io le auguro tutto questo, e anche molto di più, ma non le auguro quello che è successo a mio figlio. Troppo veloce, cadere così nel buio. Le auguro di vivere con un grido, anche se non so se questo debba essere roccia o mare. 

Poi stamattina sono andata in paese a fare la spesa. Sono entrata all’alimentari, dove c’era diversa gente e una fila al banco. Ho perso un po’ di tempo, ho riempito il cestino con le sue cose preferite, come al solito, e poi ho aspettato che la fila diminuisse. Non avevo aspettative per la giornata, me ne stavo lì come sempre con il mio dolore.

A un certo punto ho sentito gridare. Non proprio gridare ma una commozione. Così mi sono affacciata e tutti erano in piedi intorno a qualcosa, che guardavano e nessuno parlava. Mi sono avvicinata. Da sopra la spalla di un uomo l’ho vista, piangeva. Era da quel giorno che non la vedevo, e trovarmela lì così, non più una fantasia, mi ha fatto un certo effetto. Da parole confuse ho capito che non trovava più il suo cane, evidentemente l’aveva portato con sé ma l’aveva lasciato da qualche parte, forse l’aveva dimenticato ma non si ricordava dove. Chiedeva aiuto, chiedeva se potevano aiutarla a cercarlo. Nessuno si muoveva.

Nel silenzio mi sono fatta spazio. Non so bene perché, in avanti mi ha spinto un pensiero, uno di quelli che girano intorno, sempre gli stessi. Così ci siamo ritrovate l’una di fronte all’altra. Quando mi ha riconosciuta si è fatta pallida, come di seta; con il suo impermeabile, il cestino in mano, il pane fresco appoggiato dentro. Ho sentito un leggero cambio di peso, come se avessi io in pugno la situazione. Così come quel cestino, quel pane, quell’impermeabile. Poi lei ha detto qualcosa, ma non ho capito cosa. Biascicava. Mormorava. Mi guardava disperata, ma io non le ho risposto; forse è stato per questo che si è arresa, gliel’ho letto negli occhi, si è buttata in terra come una stracciona e si è messa a piangere più forte. Io troneggiavo sopra di lei, tutti gli anni mi erano caduti addosso. Li potevo contare, li sentivo nella punta delle dita. Era il mio momento. Era il momento di macchiare il suo destino. Ho fatto un passo in avanti.

Ma poi, come dire, è successo qualcosa. Lei si era fatta piccola, i capelli radi sulla nuca, teneri, le orecchie lunghe e le gambe di lato. E allora cosa ho visto, ho visto un’altra donna, qualcuno che devo essere sincera non avevo mai visto prima. E quel grido, l’ho sentito, anche se devo ancora capire se è stato roccia o mare.

 

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Postato in: Categorie 1 commento

Commenti

  1. Davide dice

    13 Agosto 2025 alle 16:36

    Questo non racconto va in profondità e mi suggerisce la parola “confine”. Un evento accidentale, e due vite si incrociano fatalmente, risultandone entrambe segnate. Fra mare e roccia c’è un confine? O è semplicemente necessario stabilirlo? Il senso di colpa può essere diluito e stemperato con la consolatoria esternazione sociale, oppure rimanere tutto dentro con la forza erosiva di un mare oscuro, per essere lenito solo dalla dimenticanza, l’unico modo di difendersi e vivere. Il dolore della perdita è una roccia imperitura, immobile e ostinata.
    Il racconto vive di una estenuante tensione che forse solo il Fato risolverà per noi. Bello.

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