Sono le dodici e zero tre di sabato due maggio e sono disteso sul divano. La lavatrice sta per finire il programma; lo so perché la centrifuga sta urlando.
Io credo che mi stia rimproverando per gli errori che ho commesso nella mia vita, e non credo siano tanti, perché sono soltanto dieci minuti che gira, eppure sembra che stia per scoppiare; forse gli errori che ho commesso nella vita sono pochi, ma sono molto gravi. Devo aver procurato del dolore agli altri.
Poco sopra all’ultimo ripiano della libreria, su cui per un intero anno non ho mai voluto sistemare nemmeno un libro, scorgo una mezzaluna di luce che colora di arcobaleno una porzione di parete grossa quanto un pugno.
Penso che finché queste piccole anomalie riusciranno a fissarsi nella mia retina, risvegliandomi da un torpore che mi bracca sempre più spesso, potrò considerarmi in qualche modo vivo.
Tra una settimana cambierò casa.
Ormai non sento più niente: prendo le scatole che mi servono dai cassonetti gialli; a volte devo staccare i piedi da terra e stare in equilibrio con l’inguine appoggiato sul bordo di lamiera – mentre percepisco la presenza di un’ombra che mi passa alle spalle e mi guarda con uno sguardo di rimprovero misto a disprezzo – e poi cercare con le mani quelle soltanto piegate e non strappate. Quando riemergo dal cassonetto il mondo è più chiaro, il sole è alto nel cielo e l’ombra non è più alle mie spalle. La vedo piccola e schiacciata sotto i miei piedi, e sento che vorrebbe dirmi qualcosa.
Non ci riesce.
Ho comprato, diversi anni fa ormai, il supporto per nastrare le scatole velocemente, sembra una pistola; appoggio il nastro sulla scatola e alla fine, quando chiudo e lo strappo, è come se sentissi partire un colpo. STOCK.
Sento di essere diventato un sicario di ricordi; e non lavoro per eliminare quelli degli altri, lavoro per eliminare i miei.
È capitato nei miei numerosi e frequenti traslochi che molte scatole le abbia lasciate indietro. Mi rimane la sensazione di averle perse, ma in realtà, se mi soffermo a rifletterci, so esattamente dove sono, soltanto non so cosa vi sia al loro interno. È come se avessi in mente la mappa del loro cimitero, ma le scatole si fossero già decomposte.
Fanno riferimento a ricordi che non stanno nella mia mente, ma nei loro supporti fisici. E io puntualmente li dissemino in giro per il mondo.
Ho perso tante cose nella mia vita.
Ogni tanto, però, capita che dei lampi del passato mi percorrano, a volte anche brutalmente data la loro precisione, e allora mi spavento, perché quasi sempre sono immagini legate a momenti commoventi, a cui ho cercato di aggrapparmi con tutto me stesso.
Mi spavento perché non ho potere sulla loro occorrenza nel mio presente, ma so che ne ho bisogno.
Come adesso.
Però quei lampi per fortuna continuano ad apparire, esattamente come continuano a stupirmi queste anomalie: ora un riflesso di arcobaleno grosso come un pugno, ora un’elica di foglia che viene sollevata da un vento primaverile.
Adesso sono le dodici e trenta. La lavatrice sta in silenzio da un pezzo e la parete è di nuovo completamente bianca.

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