“Oggi andiamo al cinema” dico alzando la testa dal computer. Intorno a me ci sono solo galline, intente a becchettare per terra. Mi alzo, passo di fronte al pagliaio, cammino scalza sul prato e vado verso un gruppetto di alberi dove B. sta facendo qualcosa, una delle sue attività che prevedono strumenti e oggetti di cui non conosco il nome. Si ferma, mi guarda.
“Oggi andiamo al cinema” dico.
Si toglie i guanti lentamente. Ci mette un’eternità.
“Ah, sì buona idea, a quale vuoi andare?”
In una casa di campagna c’è sempre qualcosa da fare. Non fai in tempo a potare gli ulivi che sono già ricresciuti, e nel frattempo c’è qualcosa da piantare, qualche gallina o calamità naturale a cui star dietro. Ogni attività esterna alla casa e alla terra che la circonda è uno spreco di energia che potrebbe essergli dedicata, e B. ci si allontana poco volentieri. L’idea del cinema però lo persuade: forse lo legge come un segno che mi sto adattando alla vita di campagna, il che significa andare meno a Firenze, cosa che a B. in questo momento va a genio per la ragione che ho menzionato sopra.
Intendiamoci, io amo stare qui: da quando B., che è il mio uomo, si è trasferito definitivamente in Val D’Elsa, in una grande casa colonica situata tra un bosco e un paesino di qualche anima, facciamo un po’ e un po’. Percorriamo la superstrada Firenze-Siena in entrambe le direzioni, più volte a settimana, 50 minuti che sembrano 10 o 500 a seconda del nostro stato d’animo. Qui in campagna lavoriamo, stiamo in silenzio, avvistiamo animali selvatici, a volte mettiamo la musica altissima perché tanto non disturbiamo nessuno. Andiamo a feste e cene in colline vicine, dove facciamo tardi a giocare a giochi da tavolo. Stiamo bene.
Un giorno forse mi trasferirò qui, e avrò sempre meno bisogno della vita di città, ma ancora ci sono legata. Mi serve truccarmi e indossare bei vestiti un po’ scomodi per andare da qualche parte la sera. Voglio camminare per il centro, andare a yoga, ai vernissage, alle presentazioni di libri, ai dj set. Fare gossip, percepire il senso di possibilità e quello di fastidio, vedere chi c’è, cosa succede…insomma, cose di città.
La settimana scorsa ad esempio B. è sceso a Firenze perché avevamo dei biglietti scontati per lo spettacolo di Luca Guadagnino al Teatro del Maggio. Li avevamo perché B. ha affittato le stanze della sua casa di città a un Ballerino russo e un’architetta francese che hanno lavorato allo spettacolo. Quando mi vesto per andare a teatro, penso sempre a Peter Pan, quando all’inizio della storia i genitori dei bambini Darling si preparano per uscire: “Cara, dove sono i miei gemelli?” chiede il padre in modo solenne e borghese. Quella scena è la mia prima immagine della vita di città, opposta alla vita sull’Isola-che-non c’è dove si indossano cappelli strani e nessuno si prepara. Un po’ come in Val D’Elsa.
Comunque ci siamo fatti belli (“Cara, dove sono i miei gemelli?” Mi ripetevo in testa), e siamo andati al Maggio con degli amici. Lo spettacolo era “The Death of Klinghoffer”, testo storicamente divisivo, che parla di quando il fronte per la liberazione della Palestina dirottò una nave da crociera per qualche giorno. Uccisero il signor Klinghoffer, un innocente, un ebreo americano paraplegico.
Durante la pausa ci siamo affrettati a fumare, bere un caffè, commentare in modo sconclusionato lo spettacolo con chi incontravamo. Al bar del teatro ho salutato la mia professoressa di lettere del liceo, e ho visto una bellissima ragazza giapponese. B. mi ha indicato uno strano signore inglese con un cappello a cilindro e degli occhiali da vista spessissimi: “Un cappello a cilindro! Amo la città!” ho esclamato entusiasta tirandogli la camicia, mentre facevamo avanti e indietro nell’androne. Pochi giorni dopo ho incontrato quello strano signore col cappello a cilindro a una festa, e lui mi ha proposto di fare da dj alla sua festa di compleanno, al suo “Palazzo”. “Vedi perché dobbiamo frequentare la città?” dico a B. mentre taglia della legna. E lui, con la calma consueta: “Aiutami qui, grazie”.
Dopo lo spettacolo al Maggio, siamo andati a bere una cosa e a chiederci da che parte sta Guadagnino. Lo spettacolo intendeva trascendere la colpa dell’una o dell’altra parte per parlare di umanità, ma con noi non ha funzionato: “Secondo me dà ragione ai sionisti” diciamo al terzo bicchiere. Poi per qualche ragione finiamo a parlare di Michael Jackson, chiedendoci se fosse un pedofilo o meno. Far tardi, spender soldi in alcol parlando di sionismo e pedofilia, cose di città.
“Che andiamo a vedere?” chiede di nuovo B.
Segue un silenzio. Un uccellino canta. Non ci ho pensato. Il punto con i cinemini di campagna è che ogni cittadina ha il proprio. Scegliere che film vedere significa scegliere quale collina attraversare, quale uscita prendere.
Ci sediamo al tavolo dell’aia e consultiamo Valdelsacinema.it, che contiene le programmazioni di tutti i cinemini della Val D’elsa, da Colle fino a Tavarnelle. Vasta selezione di film: danno il Diavolo Veste Prada 2 nuovo fiammante, un classico di Verdone restaurato, il biopic su Michael Jackson e Il Caso 137, un dramma realista francese sugli abusi della polizia durante le proteste dei Gilets Jaunes nel 2018. “Perfetto, a me va di ridere stasera. Voto Michael Jackson, così capiamo se era un pedofilo” fa B.
Ma a me non va, e poi il film è finanziato dalla sua famiglia.
“Cosa vuoi di più di un Verdone restaurato?” rifiuto.
Sospira: “Ok senti, mi va benissimo il Diavolo Veste Prada 2.”
Ma in cuor suo sa già che film ho scelto.
“Insomma Viola vuole vedere un film francese palloso a Certaldo” racconta B. a D. Siamo al bar del paese qui vicino. Il nostro amico D. si è presentato a casa (in Val D’Elsa si fa così) proponendoci o meglio imponendoci di andare a fare aperitivo. D. sta qualche collina più in là, e farebbe di tutto pur di non scrivere la sua tesi di dottorato, anche andare al bar del paese. Lui studia i sogni, ma questa è un’altra storia. Siamo in questa pineta a bere uno spritz gigantesco, come li fanno da queste parti, e io sono preoccupata che non si faccia in tempo per il cinema. Sbotto: “Ma la mia rubrica non può riniziare con un film di Verdone! Ho l’ansia da prestazione. Non scrivo un “Cinemino” da anni, e ogni racconto si rifà fedelmente alla mia esperienza di scegliere il film, la sala, raccontare quel che ho fatto prima e dopo essere andata al cinema…ci tengo a far passar bene le sale delle Val D’Elsa, la provincia, le campagne, i borghi, le aree interne, la vita lenta…” mi guardano preoccupati.
“Dobbiamo andare a fare la spesa” fa B.
Si alza: “Prendo un altro spritz.”
Siamo al supermercato e io scalpito: “B. non posso scrivere della Pam di Poggibonsi, dobbiamo fare qualcosa di epico e di tipicamente da campagna prima di andare al cinema sennò non avrò nulla da scrivere. Il film inizia alle 21.15”. “Prendi due confezioni di macine per favore” risponde. è così dannatamente lento e calmo.
Dopo questo interminabile pomeriggio, torniamo a casa al tramonto, mangiamo di corsa pane, verdura e uova delle galline. Mi metto il rossetto sbafandomelo e saltiamo in macchina verso Certaldo.
Attraversiamo la zona industriale di Poggibonsi, uno strano interregno: passiamo qualche vivaio, la sala da Bowling, dei posti dove vendono materassi e il sushi bar. C’è anche un Mac Drive, dove siamo andati una volta a mangiare patatine nel parcheggio che si affaccia su campi coltivati. “Il film inizia tra 5 minuti, arriveremo in ritardo, possiamo ancora tornare a casa e guardarlo in streaming. E poi nel racconto scrivi che l’hai guardato al cinema”, “Non posso B. è arte” dico a denti stretti. Sono tesissima, per nessuna ragione.
A Certaldo troviamo subito parcheggio. Ci sono due vecchiette su una panchina e un gruppetto di adolescenti in piazza. Io corro verso il Multisala Boccaccio immaginando il peggio, o forse sperando nel peggio, in qualcosa che renda epica questa gita. Arrivo al cinema trafelata. B. che ha camminato, arriva nel mio stesso momento.
Il Boccaccio è un grande edificio di mattonelle rosse nel cuore di Certaldo Bassa, quella parte del paese cresciuta nell’800 dopo l’arrivo della ferrovia, e porta ancora la vecchia insegna di quando era un teatro.
Ha due sale: in una il nostro film e nell’altra il film su Micheal Jackson che inizia alla stessa ora. B. mi guarda profondamente negli occhi sperando che io cambi idea: “possiamo ancora scegliere, Viola”.
In sala per il Caso 137 siamo io, B. un signore sulla cinquantina, e quello che B. riconosce come il proprietario del mitico bar 429, un bar tabacchi tra i campi lì vicino. La sala si estende in largo, è dipinta di rosso, con un bel parquet, ha una certa eleganza. “Poltroncine comode direi” sussurra il mio ragazzo tastando i braccioli di velluto blu. Gli stringo la mano in segno di apprezzamento e amore, ha capito che stiamo facendo una cosa seria. Non seria quanto Il film comunque: il caso 137 è giusto, coraggioso, lucido, grigio, essenziale.
La protagonista interroga le famiglie dei manifestanti aggrediti dalla polizia che vivono: “nella provincia di Parigi”. Per i parigini, la Francia al di fuori della loro città è tutta provincia. Penso a quando vivevo a Parigi e non mi interessava uscire da lì, come se oltre il 21esimo arrondissement non ci fosse nulla che valesse la pena di vivere. Al massimo ero andata fino a Montreuil per un cinemino, vi ricordate il Mélies?
Fu bello quando i Gilet Jaunes iniziarono a manifestare in città, portando le loro lotte e malcontento di campagna. Era uno schiaffo ai ricchi Parigini spocchiosi. Ma era anche strano, perché il loro era un movimento popolare e trasversale, con dentro componenti di sinistra radicale ma anche di destra, estrema destra, non votanti e persone poco politicizzate. Era il popolo reale, non quello idealizzato. Cerco di articolare un pensiero ma non riesco perché dall’altra sala si sentono i bassi di Beat It di Micheal Jackson. “Pareti sottili” sussurra B.
Appena partono i titoli di coda, il signore sconosciuto, il proprietario del bar e B. si alzano senza cerimonie. Chissà che votano loro. Chiedo a B. se vogliamo fermarci a bere qualcosa prima di tornare a casa, per parlare del film come faremmo in città, ma la piazza è deserta. Tornando mi chiede: “Sei contenta, ora che hai scoperto qualcosa che sapevi già? Che la polizia è corrotta? Che Certaldo ha un cinema?” ridacchia, mi innervosisce. Parcheggiamo la macchina nell’aia, B. indica il campo sorridendo: “Ecco qualcosa di cui puoi scrivere”. Il campo è pieno di lucciole, fino a ieri non c’erano. Rimango a guardarle estasiata, senza pensare a niente, mentre B. sale a fare una tisana. Questo è molto meglio di un cappello a cilindro! Mi addormento tranquilla: “Cinemini” può ripartire da qui.


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