di Pietro Lenarda
Non ricordo molto dei miei primi anni di vita. Di essi ho solo l’immagine di me che mi trascino da sola per la zona abbandonata del porto, mi nascondo sotto le barche rovesciate vestita solo di stracci e raccolgo quello che trovo per mangiarlo. Un giorno un uomo mi diede un po’ di riso e mi portò via con sé. Quell’uomo era Bin e da allora fui sempre al suo fianco, io come molti altri che aveva salvato e portato con sé via dalla città. Bin era un grande artista, rinomato e molto corteggiato e ci portò a conoscere il mondo: pareva che avesse una sua visione e noi vivevamo in quella. Quando arrivò il virus ci teneva per ore a discutere del futuro: «Siamo fortunati di vivere in questo momento, è il collasso del sistema che dentro di noi tanto attendevamo. Se prima vivevamo nella fine della Storia questa è la fine della fine della Storia: il sistema si è resettato e per noi è un nuovo inizio». Noi gli credevamo.
Ma dopo qualche tempo tutto il nostro Paese fu completamente isolato, nessuno si fece più vivo alla nostra porta, le mostre d’arte non si tennero più e poco a poco la fama di Bin scemò e tutti i più grandi artisti lo abbandonarono. Passarono gli anni, la città restava chiusa, tutto era bloccato, trovare cibo era sempre più difficile e cominciarono le rivolte. Eravamo ormai poveri senza soldi, senza lavoro e Bin decise che ci saremmo trasferiti in una casa abbandonata di sua proprietà che si trovava in quella che un tempo era stata una zona di vacanza, accanto a un enorme albergo ormai in disuso.
Arrivò l’inverno. Furono mesi orribili, schifosi. Appena venne il primo caldo si fece viva Jin. “Jin: la gran baldracca, la gran gatta morta” alla fine venne dalla grande città, da cui tutti noi eravamo scappati. Chissà cosa voleva quella grande artista da una banda di disperati come noi? La sua venuta fu accolta con iniziale diffidenza. «Quella ci porta i monatti», «Ci portano via tutti nei lazzaretti», ma Bin era di tutt’altra opinione.
Bin si era speso molto nel preparare il suo arrivo nella nostra piccola casa. Jin arrivò a notte fonda, bella e vestita con eleganza, dicendo che il viaggio era stato lungo e che era tanto felice di rivederci dopo tutto quel tempo. Annunciò infine che la società aveva bisogno che ci rimettessimo in forze e che tornassimo a creare per il bene comune. Bin prese le migliori bottiglie che erano rimaste, bevemmo tutti tanto. «Ti ricordi l’enorme scultura fatta di sterco che presentammo a Berlino? Ti ricordi il realismo-cinico?», «Si, mi ricordo» diceva Bin ridendo, «riuscivamo a fargli esporre letteralmente la nostra merda».
La mattina dopo Jin se ne andò di fretta sparendo nelle nuvole verso il basso. La sera cenammo come al solito in silenzio, Bin era di umore nero, la solita zuppa di patate e cavolo, ormai da mesi, la gettò via e se ne andò a dormire imprecando. Qualche giorno dopo io e Zeng facemmo un giro più lungo sperando di trovare qualcosa di commestibile, ma i droni incombevano e tornammo subito dopo aver raccolto poche radici. Seguirono giorni di disperazione, ognuno chiuso nella sua solitudine, non parlavamo, cenavamo in fretta e andavamo a dormire. Una mattina di aprile Bin ci svegliò all’alba, disse: «B”Basta oggi andiamo a pesca”»,, «”Ma ci sono i droni, e forse i guardiani dell’Hotel chiuso qui vicino!», «Ma chissenefrega» disse Bin. L’edificio ormai vuoto da anni stava sulla riva di un lago montano, prendemmo un motoscafo e dei ramponi e filammo al largo a gran velocità. Dopo qualche tempo, sentimmo i ramponi che avevano afferrato sul fondo qualcosa, qualcosa di grosso, che lentamente venne tirato in superfice. Avevamo preso una enorme creatura marrone, dal collo lungo, le pinne e tutto il resto. Bin era raggiante mentre guidava il motoscafo in mezzo a quelle acque scure, profonde non lo avevamo mai visto così gridava «Sì, si, si, cazzo». La trascinammo la nostra preda per ore attorno al lago, finché non stramazzò di fatica. La scaricammo con facilità sulla sponda: ormai era morta, scura, viscida. L’ avremmo presto tagliata a pezzetti e ci saremmo nutriti della sua carne.
Per giorni e giorni non mangiammo che quella carne. Il risultato fu che ci sentimmo malissimo e, chi per un motivo chi per un altro, sprofondammo in noi stessi, e fummo faccia a faccia con qualcosa che avevamo da molto tempo dimenticato. Mi pareva come se dei segnali emessi da sonde sonore mi attraversassero: era lo scandaglio di un sonar la cui fonte veniva dalla superficie e andava sempre più in profondità, dentro me. Per lunghissimo tempo queste onde non incontrarono nessuna resistenza, si diffondevano liberamente per un abisso senza confini. Era questo il vuoto di cui eravamo costituiti? Era così profonda e disabitata la mia interiorità?
Finalmente dopo molto tempo ci fu una risposta. Le onde risuonarono contro qualcosa, una struttura interiore abbandonata, come se fossero i resti di una antica civiltà sommersa. Le onde fecero vibrare quella struttura che diede in risposta un messaggio e il messaggio diceva più o meno questo: «Quando l’intero universo è ammalato non ti è concesso di desiderare il tuo stesso male, perché anche un solo dolore in più provocherebbe l’irrimediabile e la fine di tutto». Mi risvegliai da quei sogni di malattia. I compagni degli ultimi anni, con cui avevamo condiviso quell’esilio forzato, la fame, la paura, mi apparivano sempre più ignobili e futili.
Bin si era inselvatichito sempre più, quello che un tempo mi era parso un modello adesso sembrava solo un patetico individuo pieno di rabbia e frustrazione. Intorno a me vedevo solo cani e topi non esseri umani. Me ne andai una notte calda di agosto, era come se l’altezza e il fresco della cima della montagna solennemente mi chiamassero.

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