Signorinella, le aveva detto la prima volta sua madre, l’assorbente sporco bisogna arrotolarlo nella carta prima di buttarlo nel bidone. Aveva usato un tono deciso ma era una frase di cui non conosceva il senso perché non sapeva a chi appartenesse. Non era un’idea originale di sua madre e nemmeno della madre di sua madre, né tantomeno delle madri precedenti, tutte partorite per ordine, una pari l’altra a ripetere quel monito senza padrona, allungando la testa in avanti, piegando il sopracciglio, sgranando l’occhio come chi insegna e conosce le cose che stanno così da sempre, da prima ancora che la madre biblica, la primissima, Eva, la madre di ogni madre, nascesse e imparasse a sanguinare e a buttare via l’assorbente come si deve.
Sara chiude il bidone. Allo specchio sposta i capelli in avanti, per nascondere la faccia. Allora io vado, dice uscendo dal bagno ma sua madre non risponde. È stesa sul divano con il mento infilato nel collo, gli occhi appesi a Facebook, il dito forte sullo schermo e il lancio lungo, come a voler tirare i post da qualche parte nel salotto per scostare lo sguardo da: Israele rade al suolo un intero. Aquarius: you need vitamine. George, futuro re d’Inghilterra, sogna di fare il. Chi sarà il nuovo papa? Mamma non mi aspettare che torno tardi. She’s struggling with 2 ovarian. Quando Iannone arriva sudato non potete capire. Il nostro sistema, per quanto avanzato e tecnologico. Omofobia?. Mi passa a prendere Marika. Dog depression: reason:. Io vado, ciao-ciao ripete Sara e scuote la mano come si fa coi bambini per stupirli dei gesti che impareranno, mostragli l’incredibile potenzialità delle articolazioni. Fuori, oltre la porta è estate, il cielo è grigio. I gabbiani segnano dei cerchi con le ali, cercano rifiuti da aggredire. Il mare piatto, chiuso in bottiglia, è circondato da un nastro di vapore che si allarga fino alla città. C’è una quiete torbida che non lascia spazio ai sogni. C’è un silenzio incessante che non teme speranze. C’è un gran tempo da perdere se nessuno ti abbranca per il colletto quando ti senti vuota. Il cane scopre i denti, il muso tra le grate è un’immagine sfocata sulla cromatura della macchina. Al di là del finestrino brilla una sigaretta infiammata dal vento. Come sto?, chiede Sara. Bene, risponde Marika tenendo lo specchietto rivolto a sé. Alza il volume, mette in moto, ai lati della strada i tronchi si fondono per la velocità. C’è una canzone che trema nel cruscotto, dice: Sta uaglion che e illegal, Sta scennen a ngopp e scal, Corr comm a na Ferrar, Ten o cul criminal che fa bum, bum. Bum, Marika sbatte lo sportello, avanza per prima lungo la fila, all’entrata dove il buttafuori è elegante, riverente: ha un braccio dietro la schiena e s’inchina come un maggiordomo dopo che lei gli ha leccato la bocca. Le casse battono dentro i muri, nei petti. Ci sono splendidi sorrisi e seni spinti al collo. C’è un fischio, poi la pista è invasa dal fumo. C’è poco in cui credere se non senti la tua voce. A te che ti importa, Sara?, è la domanda che fa Marika per imporle la sua. Adesso, preparati: è un ordine che moltiplica le responsabilità nei confronti dell’imprevisto, la sproporzione della sorpresa. Marika le serra il polso, dice: Sara parla, presentati. Piacere, dice lei. Piacere, dice lui, sono Luca. Appare dalla nebbia come un incantatore, come il faro lugubre di un’isola inabitata. È un uomo alto, ha la pelle bianca, la faccia dotata di una naturale falsità. Se ride, la bocca si allarga senza piegarsi, le pupille sono così piccole che gli occhi non sanno guardare. Sventola una banconota fra le dita, le luci rompono a fette il fumo. Ti va un drink? Sì. Ci sono cosce che strisciano e schiere di bicchieri, i mozziconi spenti negli spicchi di limone. Soldi. Ne prendiamo un altro? Sì. Capelli bagnati, incollati alle tempie, poi un florilegio di urla, flash, battiti di piedi, nelle vene un ritmo comune. L’ultimo? Voci febbricitanti, voci di volti sfocati, voci ingoiate e risputate dal rombo delle casse, No, basta, una voce distinta che è un rifiuto ma anche un pretesto per uscire, Andiamo, invitarla a fare una passeggiata sulla sabbia fredda, dentro la sabbia i loro piedi affondano, Non cadere, attenta, dice, ma anche quella è una scusa per tirare, stringere fino a quando Sara può dar conto senza chiederne: Oh, è venuta la luna rossa, dice distratta, Sì, dice Luca, ma non guarda la luna impetuosa a due spanne dal mare, scarlatta e antica e vibrante, luna che sorregge il mondo e a cui si domanda la propria estraneità. Chi sono io, luna? Un punto anonimo, un niente nella camera nera dell’universo infinito. Senza di te casco giù. Non ti preoccupare, dice lui, Ti tengo io, e la spinge verso la cabina con le travi in legno smaltate, le braccia tese per lo sforzo. Attenta, vieni qui, l’odore di plastica dei materassini, la lingua impastata da un sapore umido, estraneo. Chi vuole baciarlo? Sara raspa nel buio, inciampa: Vieni qui, dice Luca, e preme le labbra contro le sue e lei pensa che non deve più calibrare i movimenti, pensa, quando le slaccia i pantaloni, che non c’è niente da chiedersi, Posso?, che bisogna stare bene, Sì, e chiedere e chiedere cosa poi?, Sara, si ripete di non guastare quel momento, mentre lui ritrae la mano dalle sue mutande, Sara, di essere libera, Sara, di essere felice, perché non me l’hai detto?
La faccia scardinata una fessura alla volta, la faccia finta che crolla. C’è quella vera, adesso, angosciata e feroce: Perché non me l’hai detto? ripete, gli occhi dardeggianti nell’oscurità, le dita tinte di un nero più profondo dello spazio sconfinato tra loro. Sara sta zitta, non sa ribattere. Mentre lui si allontana è senza parole, come la prima donna sulla faccia della terra.

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