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In fuga dalla bocciofila

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A ghost story | Il pino

10 Giugno 2020 di Francesca Corpaci

Di fronte al palazzo dei miei
qualche giorno fa hanno abbattuto il pino.

Ma non me ne sono accorta subito.

Mentre suonavo alla porta
qualcosa era fuori posto e ho detto:
“Hanno abbattuto il pino”.
Tu hai risposto:
“Perché, c’era un pino?”

Sì, c’era un pino.
Un pino tristissimo
martoriato da secoli
di potature criminali
di gatti malati
di riunioni di condominio tematiche
e di stasi su una strada inquinata,
che se ha avuto anche un momento glorioso
con il cinema multisala
il negozio di scarpe dal doppio punto vendita
l’ipermercato, il bar e la fermata dell’autobus,
adesso è una strada come tante
sorta da un decennio
di edilizia selvaggia.

Il pino aveva dei proprietari:
una famiglia con un cane
nota in zona come “i sordomuti”.
Non ricordo di averli mai visti.
Non so se fossero sordomuti davvero.
C’è da pensare che non lo fossero
in effetti,
dato che i sordomuti non sono neanche mai esistiti.

Nel giardino dove era cresciuto
molti anni prima che noi nascessimo,
d’estate il pino faceva ombra
a una piccola piscina gonfiabile.
La piscinetta stava lì anche in inverno
non la toglievano mai, era piena di sporcizia.
L’ho guardata dalla finestra della mia stanza
finché la stanza non è stata più mia.

Adesso il giardino
e la casa annessa
sono stati venduti ad altre persone.
Persone non sordomute
persone che spazzano le foglie
e che hanno fatto abbattere il pino
utilizzando gli incentivi del comune.

Faccio uno sforzo mnemonico per capire
se della sua esistenza fisica sopravvivano prove
e penso che deve esistere per lo meno una foto
di quelle fatte a caso
per provare il rullino.
Decido allora che dopo pranzo
aprirò il cassetto nello studio di mio padre
e controllerò ogni fotografia
ogni negativo con l’ausilio di una lampadina
finché non avrò certezza che il pino
di fronte al palazzo c’è stato davvero.
Ma lo so che tra qualche minuto
mi sarà già passata la voglia;
avrò altro per la testa e poi
perché dovremmo avere una foto del pino
di quell’albero stentato
che è sempre stato quasi solo un tronco
e che commentavamo per sottolineare
quanto fosse inutile e brutto
quanto anche gli uccelli lo evitassero
e quanto ci facesse tremare
ogni volta che si alzava il vento.

Privo dell’ingombro di quei rami spogli
lo spazio tra i palazzi si è fatto più ampio.
I cortili, col sole
sono quasi belli
come può essere bella la periferia;
il capannone dell’autofficina
il parcheggio scoperto
i balconi striati di muffa
e poi le file di alberi lungo la ferrovia
le colline, sul fondo.

Forse l’evento del taglio del pino
avrà ripercussioni positive
sul valore commerciale degli immobili.
Forse alla fine non se ne accorgerà nessuno
come non me n’ero quasi accorta io
che ce l’ho avuto di fronte
per più di trent’anni.

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Postato in: Oceani di autoreferenzialità Tag: A ghost story, Casey Affleck, David Lowery, rooney mara, Storia di un fantasma Fai un commento

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