di Claudia Innocenti (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Un sabato di febbraio, ho lasciato il mio compagno davanti a una desolante partita della Fiorentina e sono andata al cinema per vedere “Cime Tempestose”.
Sono uscita dalla sala tutta un bollore, il che mi ha messo davanti a un’innegabile verità: avevo guardato un film erotico. Dalle mie letture liceali, ricordavo che il romanzo di Emily Brontë, a cui è liberamente ispirato il film, mi aveva trasmesso rabbia e frustrazione, non di certo erotismo. Nel dubbio, ho voluto rileggere questo classico da adulta. Che effetto mi avrebbe fatto?
Mi sono sentita euforica, libera, ma allo stesso tempo con “padronanza del mezzo”, come se guidassi la macchina per la prima volta in autostrada, ma con la patente da vent’anni.
Cerca di tornare dove sei stato bene, mi hanno consigliato una volta, e infatti da lì in poi ho deciso di intervallare, ogni tanto, la lettura di opere contemporanee con un testo classico, fosse anche solo per aggiornare ricordi e contenuti.
È così che mi sono trovata a cimentarmi con ”Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello.
Ero più o meno a metà del libro, quando è caduto il giorno del mio compleanno. Avevo organizzato una festicciola nel bar sotto casa e la serata era scivolata tranquilla, finché davanti alla torta di compleanno con sopra le mie trentasette candeline da spegnere, è successa una cosa incredibile.
Mi sono guardata intorno, riconoscendo ad una ad una le persone sorridenti intorno a me, pronte a cantare Tanti auguri, finché lo sguardo mi si è posato su un signore in fondo alla stanza. Stava seduto, appoggiato al tavolino con il gomito verso il muro, come se volesse sorreggerlo. Sulla settantina, indossava un borsalino scuro che mi rendeva ancora più difficile identificarlo. Baffi e pizzo bianco, l’occhio sinistro appena più piccolo del destro, mi guardava con una tale intensità, che a un certo punto è stato come se tutti gli altri fossero spariti. Solo allora ho capito chi fosse, e lui ha sorriso.
Ha cominciato a parlarmi da lontano, senza alzare la voce, così ho letto il labiale.
«Uno?» mi ha chiesto, alzando un indice verso l’alto.
A quel punto il sospetto è diventato certezza, era Pirandello. Urca, Pirandello al mio compleanno! Senza perdere altro tempo, ho risposto anche io solo muovendo la bocca, senza emettere suoni, che non sarebbero serviti data la distanza tra di noi.
«No Pirandello, non mi sento più una per me stessa. Mi guardo intorno e percepisco l’alleanza con le persone che mi stanno di fronte e accanto. La solitudine è finita quando ho iniziato a pensare agli altri come a una possibilità di incontro tra esistenze e mi sono resa conto che non sono solo io a sentirmi sola a volte, o una, o diversa, né tantomeno l’unica a sperimentare questa o quella sensazione. Niente più uno, Pirandello, ma molteplicità.»
Ho fatto un respiro, chiuso un attimo gli occhi e sorriso, pensando che mi avessero fatto uno spritz un po’ pesante, ma riaprendoli, ho visto che lui era ancora lì.
«Nessuno?» ha continuato fissandomi come prima. Mi sono guardata le mani, trovando in quell’attimo in più, la risposta.
«No Pirandello, nonostante le difficoltà, il mio io non si è dissolto, può darsi che ogni tanto mi sia persa, che mi sia sentita nessuno, ma non sono mai del tutto scomparsa… A volte ho tentato di ingabbiarmi in un’unica forma in questi trentasette anni, ma non ci sono riuscita, per fortuna. Ho vissuto tante vite, sono stata tante cose e non ne rinnego neanche una. Pensa… a volte mi sono addirittura sentita qualcuno per qualcun altro.
Quindi, niente più nessuno, Pirandello, ma qualcuno.»
A quel punto lui, impassibile, ha pronunciato un:
«Centomila?» con l’aria furbetta di chi pensa di averti colto in castagna finalmente. Ho spostato lo sguardo su uno specchio attaccato al muro che rifletteva la mia faccia un po’ in tralice, ma nonostante questo mi sono riconosciuta in un millesimo di secondo. So cosa rispondergli.
«No Pirandello. Non indosso più maschere, non mi vergogno più di nessuna parte di me, non voglio difendere niente di quello che sono con chi mi vede da fuori, e sai che ti dico? Il giudizio degli altri, è degli altri per l’appunto! Ora, davanti a questa torta mi vedo riflessa, intera, e sorreggo, proprio come lei, trentasette anni. Niente più centomila, Pirandello, ma intera.»
È partito il coro di auguri, ho socchiuso gli occhi e mi sono apprestata a far uscire un sibilo d’aria dalla bocca per spengere le fiammelle, realizzando che se un tempo ero triste in questi momenti, perché pensavo significassero l’avvicinarsi a una fine, ora nient’affatto: mi sto facendo cullare dal flusso della vita nel suo scorrere, e spero solo di continuare così ancora, per quanto tempo potrò. Ho fatto un cenno con la mano a Pirandello e con le labbra ho composto un saluto:
«Grazie per la visita!» lui si è alzato, si è sistemato la tesa del borsalino, mi ha fatto l’occhiolino e se n’è andato.
Con soffio lungo, ho spento le candeline.

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