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In fuga dalla bocciofila

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S.T.Anonimi 1

14 Giugno 2016 di ferruccio mazzanti

Negli ultimi mesi, dopo che la mia famiglia mi ha sbattuto la porta in faccia, i miei amici non mi rivolgono più la parola, dopo che ho venduto ogni piccolo ricordo che mi apparteneva e la mia ragazza mi ha abbandonato, quando ogni singola cosa si è distrutta pur di mantenermi nella mia calda dipendenza, allora ho deciso di frequentare questo gruppo di sostegno che si chiama S.T.Anonimi.

Ci ritroviamo in un seminterrato e siamo centinaia di persone, ognuna seduta di fronte ad un piccolo, triste palco su delle piccole tristi sedie pieghevoli. Sorseggiamo caffè fumante e teniamo le mani incrociate sulla pancia. Quando qualcuno se la sente raggiunge l’ambone e si confida con noi. Ci racconta la sua storia di dipendenza.

Vado lì agli S.T.Anonimi cinque volte la settimana da ormai cinque mesi e da cinque mesi o forse più viene anche una piccola, graziosa ragazza dalla pelle verdognola e dalle occhiaie blu. Sono i classici effetti della dipendenza da S.T. oltre ad un certo tremolio delle mani e un uso ipersemplificato del linguaggio e la vista che cala (l’eroina ti fa cadere i denti, ma la S.T. ti fa calare la vista). Ci sta provando a uscirne, ma non le riesce, è un percorso lungo e difficile. Io mi riconosco in lei, sento che lei è la mia portavoce muta e silenziosa.
La ragazza rimane sempre in un angolo da sola a sorseggiare rumorosamente il caffè lungo dentro al bicchiere di carta. Non è mai andata a parlare all’ambone. Non chiacchiera mai con nessuno neppure quando ci sono i momenti di ristoro al buffet e tutti mangiano biscotti secchi e insapori. Non sapevo che tonalità avesse la sua voce fino alla scorsa sera, quando, dopo il discorso di un nerd con la maglietta di Alien, ha trovato la forza per alzarsi dalla sedia pieghevole e si è incamminata verso il piccolo palco malamente illuminato. Basculava deambulando come una marionetta svuotata, reggendosi con la mano sulle spalle del pubblico, livida nella sua solitudine, tramortita dall’astinenza, la pelle verde, i vestiti scelti a caso, i peggiori. Noi tutti la osservavamo, la nostra portavoce, e un crescendo d’ansia e stupore ci teneva incollati allo schermo.

Quando ha raggiunto l’ambone, ha preso il microfono in mano e ha cominciato a parlare:
“Quello che ho scoperto – ha detto con una voce diafana – dopo anni di dipendenza è che la S.T. deve essere osservata su tre livelli differenti: 1) una microstruttura, cioè ogni episodio ha un suo cronotopo peculiare che permette all’assuefatto di seguire le vicende singole, che si sviluppano e si concludono di volta in volta pur lasciando aperto un varco per gli episodi successivi. 2) Una mediostruttura, costituita da ogni stagione, ogni singola stagione ha una sua linea narrativa peculiare composta dai singoli episodi, che sono come dei mattoncini, devono essere concepiti come tali, al modo di Ėjzenštejn, ma tutti insieme vanno a comporre la mediostruttura. 3) La macrostruttura, ovvero quella narrazione composta dalle linee narrative messe assieme di tutte le mediostrutture, cioè di tutte le stagioni prese e considerate come un unico gigantesco organismo. La S.T. crea dipendenza se tutti e tre questi elementi sono ben coordinati tra loro. E’ un fatto di equilibrio tra le componenti strutturali. Certo, poi ci sono i personaggi, ci sono gli attori, c’è il montaggio, le musiche, la colonna sonora, la sigla iniziale (quella è fondamentale), ma la vera dipendenza è strutturale. Noi dobbiamo capire, noi dipendenti da S.T. dobbiamo capire che per liberarci da questa merda – a quel punto si è messa a piangere, gridando nel microfono, si è messa a piangere agitando il pugno verso il soffitto dello scantinato – che la vera arte, che il vero intrattenimento, dobbiamo capire che l’unico modo per uscire fuori di casa, per avere una pelle meno verde e meno occhiaie, dobbiamo capire che è una struttura amorfa, non schematizzata in modo così conformista. Noi Serie Televisomani Anonimi dobbiamo diventare più liberi e anarchici e svelare al mondo quale inganno, quale inganno”.

E noi della platea eravamo in piedi ad applaudire a quella piccola ragazza che era la nostra portavoce, anche noi, anche noi in lacrime!

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Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto, La nostra nave ha rotto tutte le tempeste: abbiamo conseguito il premio desiderato. Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta. Mentre gli occhi seguono la salda carena, La nave severa ed ardita. Ma o cuore, cuore, cuore, O stillanti gocce rosse Dove sul ponte giace il mio Capitano. Caduto freddo e morto. O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane. Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba; Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano; Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i cupidi volti. Qui Capitano, caro padre, Questo mio braccio sotto la tua testa; È un sogno che qui sopra il ponte Tu giaccia freddo e morto. Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate; Il mio padre non sente il mio braccio, Non ha polso, nè volontà; La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto. Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito, Esultino le sponde e suonino le campane! Ma io con passo dolorante Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

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Postato in: Cartoline dal foyer, Lo sfogone Tag: Alien, portavoce, S.T.Anonimi, Serie Televisive Fai un commento

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