di Valerio Lento (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Preso da uno degli ultimi spasmi di motivazione, mi decisi a chiamare G, il collega che mi era stato indicato come “buon contatto” per quell’opportunità di lavoro. Aspettai il primo squillo del telefono per maledirmi: non potevo più tornare indietro.
Dopo i convenevoli, gli dissi che avevo studiato il progetto, che mi sembrava interessante e che avrei voluto saperne di più. Non chiesi quanto e se pagavano, con la speranza che fosse lui a cogliere il non detto. Non lo colse.
«Guarda, è un’iniziativa dell’Unione Europea, abbiamo diversi partner importanti, c’è Tim c’è la Rai… ormai lavoro tanto da non vivere più, poi da quando è scoppiata la guerra… ».
Guardai fuori dalla finestra e vidi il giorno annuvolarsi. Pensai che il senso di impotenza sarebbe scomparso se Marta fosse stata con me; che svegliarmi la mattina senza niente da fare non avrebbe arrecato angosce e che, di sicuro, mi sarei risparmiato quella telefonata.
«E poi, per dirti, la Lituania è già pronta a un’eventuale invasione e noi ci teniamo in aggiornamento costante con le autorità… ».
Chissà se scopa con qualcuno, la cara Marta. Ripensavo all’assuefazione che mi dava il suo profumo, così penetrante e sensuale, ai suoi sguardi attoniti, sempre a metà tra voglia e stanchezza, e sentivo le mani tremanti, vive.
«Ma lo sai che gireremo anche una serie tv? Verrà trasmessa in prima serata, pensa che fortuna! Un’occasione incredibile guarda… ».
Ero in affanno, respiravo a ritmo irregolare. Vedevo gli occhi suoi socchiusi, le labbra aggrovigliate dal piacere e scoprii che tanto può il pensiero da renderti sordo al suono più acuto e cieco alla luce più abbagliante, mentre di lei, lontana chissà dove, non c’era angolo, né scaffale, né libro nella stanza che non parlasse.
«Che te lo dico a fare, ormai tutti vogliono scrivere per noi, l’engagement è alto e credo proprio che sia una realtà destinata a espandersi. Tu scrivi ancora per il Corriere?»
«Sì sì…certo».
«Posso girarti del materiale se vuoi, che volendo puoi riciclarti per loro, ma possiamo anche vedere per una collaborazione. Passa dopo Pasqua che ne riparliamo meglio».
Era finita. E Pasqua era lontana.
«Grazie G, allora ci risentiamo. Saluta tutti».
«Un abbraccio caro».
Buttai il telefono su un divano e gettai il mio corpo sull’altro. L’immagine che avevo in testa mi percuoteva le tempie, rimbombava come un’eco. Voleva sprigionarsi e non avevo più la forza di fermarla. Lasciai che prendesse corpo.
C’era una volta un bilocale nella nebbia, un letto sfatto e noi due soli. Non esistevano orologi quel mattino, nessuno ci aspettava in nessun luogo. Tutto originava dai suoi occhi ed esplodeva nel suo seno. Nel buio, sotto le lenzuola, la vita sgorgava a fiotti. Un fiume placido di gemiti interrotti, fiati condensati e fantasie sussurrate ci condusse al tramonto di un sole mai sorto, alla fine del mondo che era quel giorno.
Era l’ultima volta e non lo sapevo.
Intanto, la mattina volgeva al pranzo e non avevo combinato nulla. Tutto restava fermo a casa mia. Sentivo la mente in fiamme e gli occhi umidi. Ormai sfinito, desideravo provare l’unico brivido possibile di quelle ore immobili. Allentai la cintura, mi sfilai i pantaloni e contemplai il vuoto.
Il senso di quel giorno fu nei due minuti che seguirono.

Rispondi