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The Holdovers | I popoli del nord

27 Febbraio 2024 di giovanni ceccanti

 

 

 

Il Professore amava i popoli del nord. Quando gli chiedemmo il perché di questa speciale predilezione, egli rispose, senza alcuna reticenza: «I popoli del nord sono irrimediabilmente, strutturalmente, incontestabilmente gentili».

Al che Guglielmo soggiunse: «E allora i vichinghi? E le terribili scorribande dei norreni? E Sweyn I il Barbaforcuta?»

Ma il Professore sapeva essere incrollabile. Fissava l’enorme carta geografica che aveva affisso in classe con gli occhi di chi guarda mungere la sua vacca più produttiva. La carta esibiva una prospettiva anomala del globo terraqueo, tutta penisole, fiordi e pezzi di ghiaccio, esasperando le proporzioni delle terre lungo il sessantesimo parallelo.

Noi, nonostante l’insopportabile pedanteria di Guglielmo, provavamo con tutte le nostre forze a immaginarci un popolo strutturalmente gentile. In cosa differiva dagli altri? 

Stringevamo gli occhi.

Il Professore ci parlava quasi sempre dei popoli del nord. Diceva che oltre a essere gentili erano anche pulitissimi. Avevano delle specie di cucchiaini per pulirsi le orecchie e per dire sabato dicevano il-giorno-della-vasca-da-bagno (laugardagur, sillabava, con una pronuncia perfetta).

Guglielmo roteava gli occhi e fingeva uno svenimento.

I popoli del nord non concepivano la medicina come noi. Se uno andava dal dottore col mal di testa c’era il caso che quello ti desse una supposta di glicerina o iniziasse a parlare del brutalismo sovietico. Concentrarsi troppo sulla cura di una malattia poteva favorire la malattia stessa. Dunque il diversivo, l’azione fuorviante, l’enjambement.

Probabilmente, aggiungeva il Professore, i dottori del nord non sapevano molto di medicina.

Se un bambino strillava, le madri del nord lo lasciavano fare, al contrario delle nostre, di madri, che, ahimè, cercherebbero invano di consolarlo. Questo perché una madre del nord sa perfettamente che dentro di noi tutti piangiamo, e che i bambini sono i soli a non averne vergogna.

Un’altra cosa che pensavano i popoli del nord: vivere situazioni drammatiche o tragiche non ci rende più saggi. Tutti, prima o dopo, attraversiamo le stesse tragedie, e non per questo c’è nulla da imparare. Anzi, la saggezza consisteva proprio nell’abilità di non imparare niente dalle cose che accadono a tutti.

In quel momento allora Guglielmo saliva sul tavolo per declamare il suo aneddoto preferito, la storia di Olaf I di Norvegia che durante una battaglia si era buttato in acqua per salvarsi ma visto che portava la solita armatura con le corna di stambecco era andato giù come un sasso e era annegato.

Proprio nulla da imparare, prof? 

Il Professore guardava Guglielmo digrignando i denti e lo spediva in punizione nell’aula della muffa.

Per i popoli del nord tutti affrontiamo la vita per la prima (e unica) volta. Di conseguenza, un ottantenne che si creda saggio non sarebbe meno ridicolo di un moccioso con la stessa prosopopea.

Il Professore provava profonda ammirazione per questi uomini dalle barbe color vinaccia e gli occhi di fiordaliso.

Capitava che, parlando dei popoli del nord, il Professore finisse per commuoversi – portava sempre un fazzoletto nella manica.

Una volta chiedemmo al professore se avesse mai visitato i popoli del nord. Il Professore rispose di no, che nonostante la sua delirante ossessione non c’era mai stato. 

Così, ad agosto decidemmo di fargli una sorpresa. Gli comprammo tutti insieme un biglietto aereo per le terre del nord.

E per un paio di settimane ci dimenticammo del resto del mondo. Lievi e spavaldi, lucenti e diamantini, viaggiammo insieme lungo le strade, sulle montagne e attraverso le città dei popoli del nord. Mangiammo il formaggio marrone tagliato a fette sottili sul pane appena tostato, ci spingemmo strisciando distesi fino al limitare degli strapiombi delle scogliere – il vento ci ruggiva in faccia goccioline di mare nebulizzato! – scovammo degli sconcissimi troll nascosti tra i cespugli, prendemmo il sole di mezzanotte sulle isole Lofoten ricoperte di stoccafissi appesi a seccare. 

Purtroppo, con nostra grande sorpresa, il Professore ne fu disgustato.

I popoli del nord, disse mentre era in volo e un’intera nazione sprofondava sotto di lui un centimetro all’anno, non sono affatto come mi aspettavo. Provo grande amarezza e delusione. Non mi sono sentito tanto stupido e inutile da quando mia madre ha seppellito il mio ciuccio in giardino per non farmelo trovare. 

Gli uomini sanno essere crudeli, concluse il Professore, cinquant’anni più vecchio.

Dal canto mio, quel viaggio mi ha cambiato la vita. 

Vivo ancora tra i popoli del nord, abito in una casetta blu con Björn e ogni sabato, cascasse il mondo, un bel bagno nella vasca non me lo toglie nessuno.

 

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Postato in: La sindrome del personaggio secondario Tag: pain, payne Fai un commento

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