Quando ho aperto la porta c’era una pellicola che mi osservava dal basso, coi suoi occhi tristi e tanta voglia di chiacchierare. Le ho detto: entra, mia cara pellicola, che la mia casa sia la tua casa.
La pellicola sembrava sconvolta. Le era successo qualcosa di indicibile. Quando ha provato a parlare, l’ho vista tremare tutta quanta, le si è spezzata la voce ed è scoppiata a piangere.
Le ho chiesto: ma cosa è successo, mia cara pellicola, che piangi così tanto? Lei ha scosso la testa e la mano, ha guardato verso il basso. Sembrava più piccola di quello che era.
Le ho chiesto: vuoi un bicchiere di qualcosa? Un bicchiere, dico un bicchiere di qualcosa? Ha continuato a scuotere la mano.
Le ho chiesto: posso abbracciarti? Ha tentennato un po’.
Ho abbracciato la pellicola. Era tagliente e violacea, piena di buchini sui lati, lunga quasi un chilometro, forse addirittura di più.
La pellicola continuava a sospirare. Io non sapevo che dire. La capivo, ma non sapevo come fare a consolarla. Come si consola una pellicola? L’ho guardata nella luce. Il negativo che sospira tra le mie dita. Le ho detto vieni qui.
Ho messo un po’ di musica: Foxes in fiction – Ontario Gothic nella speranza di farla rilassare. Le ho offerto una sigaretta. Ha gridato: ma sei matto? Le ho chiesto scusa. Mi sono sentito inadeguato. Le ho chiesto se se la sentiva di parlare. Ha scosso la testa. Vuoi qualcosa da be-be-b-b-b-b-be-be-r-r-r-b-b-b-e-e-e-er-er-er-bere? Bere? Bere? AAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
Cara dolce pellicola:
che fine hanno fatto i tuoi vent’anni?
Cara dolce pellicola:
in Ontario le ragazze copiano il tuo taglio di capelli.
E tu mi hai dato un bacio sulla guancia e hai sussurrato: corri, scappa, non ti voltare indietro.

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