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Rifkin’s Festival | Déjeuner sur l’herbe

17 Maggio 2021 di Leonardo Biancanelli

Davo fuoco al Déjeuner sur l’herbe di Manet, e mi tumefacevo dietro una manganellata in faccia data dalla guardia giurata del Musée d’Orsay, giustamente. Poi venivo ammanettato e sputavo in faccia a un gendarme. Poi venivo condannato e cagavo in mezzo all’aula del palazzo di giustizia. Poi venivo massacrato di botte in carcere e crepavo. Fine del sogno in 4:3.

Quarantanove film ha fatto, e continua a lamentarsi. «Pensa alle cose importanti della vita», dice. Eh sì, ma dimmele ‘ste cose, invece di mettere un cammeo di Cristoph Waltz: ho smesso di farmi le seghe sui volti due metri per tre delle star, e sulla moda, e sul potere; non mi fanno più godere, sono incazzato come una iena. 

Ho dato fuoco al Déjeuner sur l’herbe perché non è possibile che due dandy del cazzo stiano svaccati in ghingheri su un telo, con un cappello e delle cravattine, a mangiare e bere e stare tranquilli, e una disgraziata ‘gnuda stia lì, con lo sguardo vacuo rivolto verso di me. Ci credo che fanno un pic-nic quei due coglioni con i calzini in filo di scozia, c’avranno sei appartamenti in rue de Rivoli. 

Sembra che volersi bene sia una cosa da sempliciotti. È invece il menage, sono gli affaires, la liaison. È tutto un far saltare in aria matrimoni, stufarsi: e il pittore picassiano, e il vecchio amante alleniano sul filo del pédophile. 

Ho bruciato il Déjeuner sur l’herbe perché ho visto un film in cui c’è un intellettuale con un appartamento immenso nell’Upper East Side che si prende una sogliola alla mugnaia in un cinque stelle e c’ha i denti gialli, una buzza che non finisce più, gli calano le brache di sartoria, può andare a farsi visitare da un medico per una puntura di zanzara tre volte nel giro di cinque giorni, non fa nulla tutto il giorno, va a sentire un concerto di bonghi, e si compra un fedora di paglia in vacanza, un fedora di paglia si compra, e dice da subito che non riesce a scrivere un romanzo. Ma siediti e scrivi il tuo capolavoro testa di cazzo. 

Io vivo in un monolocale di 20 metri quadri a ottocentocinquanta euro al mese, che paga praticamente la mia ragazza perché non ho un centesimo ma non ho nemmeno la fame; mentre torno a casa sulla bicicletta che buco ogni mese su questo stramaledetto pavé di merda, sudato fradicio, dopo aver rischiato di essere schiacciato da un SUV Maserati Levante guidato da uno che guarda un porno sull’iPhone 12, un poliziotto a gambe divaricate di fronte a una transenna afferma «di qui non si può passare», e perché non si può passare? «perché si esce soltanto», dice, “ma come si esce soltanto, è una cazzo di via, una stra-da, che cazzo vuol dire si esce soltanto, mica siamo in uno Starbucks”, penso, poi mi dice, «guarda, ti capisco che vorresti andare a prendere una birra sui Navigli come tutti, e io verrei anche con te», allora gli dico che da qualche tempo ho iniziato a bestemmiare, che «altro che birra», sto cercando di tornare a casa nello stesso monolocale di cui sopra: a quel punto mi lascia passare, per fortuna sua; e ora scivolano via le parole del professore ordinario – quanto è tranquillo l’ordinario – in una lezione sulla grammaticografia cinquecentesca e sul fiorentino argenteo, lezione dell’università che frequento on-line a 27 anni, per vedere se riesco a diventare l’insegnante delle superiori che mi ero detto “non fare, se non ti interessa veramente dire qualcosa di serio a quei ragazzi, non farlo per portare a casa lo stipendio, mi raccomando” – io l’ho sofferta quell’istruzione svogliata, buttata lì – mentre scrivo un raccontino per fare palestra sulle riviste: la lezione ovviamente la dovrò recuperare; per lavorare mi chiamano il giorno stesso, e se á la Tiresia non riesco a prevedere la chiamata è affar mio e perdo il lavoro; e sono almeno sei anni che vorrei avere un bambino: sono fidanzato con l’unica donna della mia vita da dodici anni e dopo un po’ uno ci pensa, e ci pensa anche bene; ancora mi dà la paghetta mia madre per mangiare una pizza di merda, come cazzo lo faccio un figlio? 

Ce l’ho, io, il capolavoro, dammi il tuo tempo e le tue spalle larghe, pezzo di merda, che ti zittisco per l’eternità; ma guarda te se mi devo vedere un film così, mi devo anche sentir dire che quello è uno del Bronx: dal Bronx ci sei uscito un millennio fa, adesso vivi su Park Avenue, zitto devi stare.   

Ho dato fuoco al Déjeuner sur l’herbe perché se può lamentarsi Woody Allen e prendersi un’ora e mezza per farlo, più tutto il resto, in un XXI secolo in fiamme, allora forse in 5.000 battute, spazi inclusi, lo posso fare anche io. 

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Postato in: Lo sfogone, Oceani di autoreferenzialità Tag: bronx, Dejeuner sur l'herbe, Manet, Mort Rifkin, Pais Vasco, San Sebastian, Woody Allen Fai un commento

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