Qualche sera fa, sdraiato nel letto, la mia veglia è sbiadita in un sonno placido mentre mi ripetevo in testa una frase uscita dalle labbra di un amico – Giovanni Stengel o Fernando Pessoa?
Una frase detta a voce non troppo alta, senza eccitazione, mentre camminavamo rasenti ai muri: “anche soltanto per ascoltare passare il vento vale la pena di vivere”. O forse di nascere, aveva detto, ora non ricordo esattamente, ma in ogni caso pare che sia difficile distinguere le due cose.
Come certi aforismi, anche questo si è riempito di senso soltanto al risveglio: avevo freddo, ho indossato una maglietta, un maglione, un paio di jeans, dei calzini di cotone – avrei preferito fossero di lana –, sono andato in bagno a pisciare, poi ho bevuto un tè, in piedi, guardando le nuvole autunnali pregne di pioggia, nuvole gravi, e ho pensato a tutta la mia vita mentre bevevo quel tè che via via diventava sempre meno caldo; intanto continuavo a guardare fuori dalla finestra. Avevo freddo. Mi sono bastati quattro minuti, ma era un pensare approssimativo.
Insomma, l’aforisma si è riempito di senso soltanto quella mattina. Sono uscito di casa e ho sentito il vento che entrava da tutte le aperture del cappotto, dal colletto, dalle maniche, e poi anche dalle caviglie.
Era la mattina del mio cazzo di compleanno.
Sentii chiaramente, però, il suono del vento e fu allora che pensai… cosa faccio, lo dico? Lo dico davvero? Lo dico: fu allora che pensai che anche soltanto per ascoltare passare il vento valga la pena di vivere, o di nascere.
CAPITOLO I
Nel boschetto di pini che ondeggiavano là in alto, incontrai un vecchio che con una pietra schiacciava pinoli. Aveva le mani nere per via della polvere delle pigne e mi domandò: «Di chi sei figlio, tu?».
“Di chi sono figlio, mi chiede” pensai, e non volli rispondere subito, perché poi non ci saremmo più detti nulla.
Cercai di guadagnare tempo passando con lo sguardo dalla punta delle mie scarpe alla pietra che si alzava e si abbassava di qualche centimetro sui gusci legnosi con un suono strano, secco e pieno allo stesso tempo.
Il vecchio continuava a schiacciare pinoli con le mani nere, e ogni tanto alzava gli occhi su di me per capire se fossi scemo. Lasciai passare ancora qualche istante e poi glielo dissi, di chi ero figlio, e lui fece un cenno con la testa e abbassò lo sguardo. A quel punto non avremmo avuto più niente da dirci, perché lui aveva scoperto quello che la mia famiglia si era portata con sé nelle tombe, e non c’era più nessun mistero che tenesse vivo il racconto. E, a meno che non mi fossi accovacciato accanto a lui, avessi preso una pietra, e avessi iniziato a schiacciare pinoli io stesso, non sarei servito a granché lì in piedi, con le mani nelle tasche.
Per un attimo pensai che avrei preferito essere figlio del vento che soffia e sparisce, che scoperchia i tetti e pulisce il cielo. Invece in paese si sa come mi chiamo. Magari alla fine del mondo il mio nome nessuno lo conosce: là, sì, il racconto potrebbe davvero servire a qualcuno o qualcosa. Oppure forse dovrei morire, allora servirebbe anche qui.
CAPITOLO II
Alla fine del mondo significa ovunque, su un pianeta con una forma come questa. Alla fine del mondo c’è sempre un tesoro di qualche genere, oro, diamanti.
Quando arrivai alla fine del mondo, mentre stavo appoggiato con la schiena contro il parapetto di un battello e sentivo un freddo rigido, vidi un branco di leoni marini sulle rocce: bestie immense che scoreggiavano e latravano e si azzannavano a vicenda, riempiendo di sterco e urina i bastioni di granito che sprofondano nel Golfo dell’Alaska.
E gli abeti per migliaia di chilometri, bruciati dalle radici fino alla cima, arsi dal fuoco immenso dell’iradiddio; i corsi d’acqua dove si infangano gli alci; i pioppi e le betulle, dai fusti bianchi come ossa e scheletri conficcati nella terra sabbiosa – fotografie di cimiteri in cui è facile perdere la bussola, e molto facile perdere il capo; e poi la torba soffice in cui essere sepolti.
Ero partito per trovare l’oro della vita: se ascolti quello che ti dice la gente, la gente ti dice che per trovare la vera ricchezza devi arrivare alla fine del mondo; in molti ci hanno provato e alcuni qualcosa lo hanno anche trovato. Spesso per arrivare al tesoro serve una storia: e allora si deve seguire un cangrejo, si deve seguire un leprecauno, o ancora si deve seguire un istrice.
Pare dunque che per El Dorado la guida sia un animale, un raggio di sole, un dio, un serpente, un pesce, ma difficilmente un uomo, che per un tesoro può far scivolare in silenzio una lama tra le costole mentre si dorme, persino mentre si è voltati a scrutare una porzione di prato.
Oppure si può seguire il vento che arriva anche alla fine del mondo: io dovrei saperlo, ci sono stato, e ci ho sentito il vento che passava sul letto di un fiume increspando l’acqua, che mi spostava le ciocche di capelli sporchi sulla fronte, proprio come ieri mattina.
Dall’altra parte del mondo il vento dipanava i nodi dei miei capelli intessuti dal sudicio, e io stavo con le mani immerse nell’acqua di un fiume. Ricordo che in quel momento vidi l’oro che cercavo, ma era lontano: dall’altra-altra parte del mondo sbrilluccicava un sorriso, galleggiava nell’atmosfera tiepida del luogo da cui ero partito.



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