È un limpidissimo e perfetto martedì sera, a Firenze si congela. Sto correndo sul Ponte Vecchio, ingombrata da un enorme piumino, una pruriginosa sciarpa di lana, un cappello che mi cade sugli occhi, dei jeans troppo stretti e dei guanti di pelle indossati per l’occasione che non mi permettono di cambiare la canzone che la riproduzione casuale di Spotify ha scelto per me. È uno struggente brano di flamenco che rende la mia traversata solenne, cinematografica… ridicola.
L’ingombro maggiore sono le emozioni che provo stasera. Sono tanto, tanto felice. Per mesi qualcosa mi ha impedito di andare al cinema: penso che non ci fosse spazio dentro la mia anima per quel tipo di riposo. La colpa voglio darla al capitale, sempre lui, che si ingegna nel tenerci occupati, allontanandoci da tutto ciò che richiede cura e tempo e ci impigrisce. Andare al cinema è un gesto di amore per sé stessi ma anche di cortesia per le altre persone, perché una sala completamente vuota non piace a nessuno: è noiosa. “Il paradiso sono gli altri” penso.
È passato un anno da quando sono stata accettata in un’università di New York e la partenza è prevista tra meno di un mese. Il mio corpo sembra realizzarlo solo adesso. Con un crescente groppo in gola, avanzo e fisso il mio sguardo su ogni angolino con morbosità. “Se adesso ti do tutta la mia attenzione, forse mi aspetterai?” Chiedo. I portici di Piazza della Repubblica non rispondono, sono immobili nella loro esistenza marmata, infastiditi dalla mia apprensione appiccicosa: “ma chi ti caca, sono qui dall’anno 1000 figurati se cambio” risponde Il Palagio di parte Guelfa, “hai ragione, scusa” taglio corto un po’ imbarazzata.
Eccomi in piazza, dove si respira un’aria da grande soirée come sempre. Il cinema Odeon a dicembre mi fa pensare a quei film ambientati nella Belle Époque, in cui signore e signori vanno agli spettacoli natalizi in teatri come questi, avvolti nei loro mantelli, stretti nei loro calessi. Mi chiedo se tutti i Cinema Odeon del mondo siano così eccitanti. Mi chiedo quanti Cinema Odeon ci siano effettivamente nel mondo e se qualcuno si sia mai preso la briga di contarli.
L’attesa in piazza è un momento sacro, in cui si capiscono le motivazioni che ognuno ha per essere lì. Incontro S. e D. che ricoprono il loro ruolo di coppia che va al cinema religiosamente. R. odia Lynch e spera di ricredersi stasera. A. è venuta per avere una scusa per bere dopo. N. sembra non sapere dov’è, M. sembra troppo concentrata o troppo distratta. E mi urla «vaffanculo» da lontano per qualche ragione. SC. Mi ha mandato un messaggio per dirmi che sta venendo in bici e che spera sia rimasto qualche biglietto [non li troverà e sarà costretto a tornare a casa]. AF. Invece mi scrive «ci vediamo all’uscita». Incontro C. in coda per comprare dei dolciumi, mentre io ordino uno sfarzoso spritz al bar del cinema. Mi sento come in uno di quei sogni in cui si è circondati da amici e conoscenti che appaiono fugacemente, specchio di chissà quale desiderio sommerso. Sono tutti bellissimi, li tocco per assicurarmi che non spariscano.
Ci sediamo in alto. In sala risuona la colonna sonora di Mulholland Drive, come per suggerire agli spettatori che sono già dentro al film, anche se non è ancora iniziato. Ogni volta che torno ho la bella sorpresa di ritrovare le poltroncine di quel particolare giallo ocra dorato in un posto in cui me le aspetterei rosse. La platea è una distesa d’oro. Il film inizia. È notte, c’è stato un incidente stradale e una splendida donna vestita di nero attraversa la strada. Sono presa da ciò che vedo e sento e volenterosa di capirci qualcosa stavolta, ma la mia attenzione si divide tra il film e le mie amiche vicino a me. N. si è addormentata, ha la bocca aperta come una bambina e le guance arrossate dal contatto con l’ushanka di pelliccia che si è tenuta in testa. A. si sta tappando le orecchie perché il rumore di qualcuno che mastica i popcorn dietro di noi la fa impazzire. Quando la biascicatrice seriale si placa iniziamo a scherzare sul film.
Quando appare la donna con la faccia nera strilliamo. Quando Betty e Rita fanno l’amore facciamo battute stupide. Quando Rita indossa una maglietta rossa con un cardigan nero ridiamo perché io mi sono vestita in quel modo stasera, per gioco. Quando Betty fa il provino con quel vecchio attore diciamo: «bleah» ma poi ci zittiamo, perché è una scena conturbante e troppo bella per essere disturbata. Poi Rita sveglia Betty nella notte e la porta al Club Silencio. Le due prendono posto e si stringono l’un all’altra nella sala buia e sconosciuta. Quando la Llorona inizia a cantare A. scoppia a piangere. Non l’ho mai vista piangere, e questo avviene in modo così improvviso che faccio la prima cosa che mi viene in mente e le stringo la mano forte forte.
L’altra notte ho sognato di entrare, un passo alla volta, in un pagliaio abitato da qualcosa di molto spaventoso, nonostante tutto il mio corpo tremasse. Questa sala, come il pagliaio, adesso è abitata dalle mie paure, perché in essa c’è tutto quel che amo e che conosco. Sento la mano calda della mia amica, portatrice di certezze, e penso al freddo che proverò quando avvicinerò la fronte al finestrino dell’aereo per guardare l’oceano di notte sotto di me. Betty infila la mano nella borsetta e con la punta delle dita scopre una misteriosa scatola nera, io intanto tocco con mano la certezza di avere tutto e tanto e con essa quella di poterlo perdere. È facile dire che è colpa del capitale se non sono venuta al cinema per tanto tempo, ma forse avevo anche paura di fermarmi e di provare ciò che sento ora, che mi sta facendo battere il cuore in questo modo. La scena finisce e io torno a concentrarmi sulla trama. «Ho capito la chiave di tutto, dopo ti dico» ci sussurriamo tra di noi con tono idiota e saccente.
All’uscita confrontiamo le nostre interpretazioni e ognuno crede soltanto alla propria, MC. mi conferma che la mia è quella giusta e io le credo. R. resta dell’idea che Lynch sia una palla. Ad A. è passata la voglia di bere e si lamenta di chi mangia al cinema. Mi congedo, improvvisamente vogliosa di solitudine. “Il paradiso va preso a piccole dosi” penso.

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