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La strada dritta | Lascia che pruda

13 Novembre 2014 di giovanni ceccanti

Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale
Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare

T. Ferro

Quando lo sceneggiatore viene fatto accomodare è ormai completamente inglobato dal divano in simil-pelle nera dell’anticamera, le gambe accavallate, le mani unite come in preghiera.

Nei momenti di massima paranoia – come adesso – deve stringere un elastico di gomma attorno all’avambraccio quel tanto che basta a provocare un dolore appena sopra la soglia del fastidio, da lasciarsi un segno rosso. Un’alternativa è altrimenti evitare di grattarsi una zona della pelle che prude e prude fino a prudere terribilmente. Aiuta a decentrare l’attenzione da sé.

Le mattinate trascorse in produzione sono sempre caratterizzate dal passaggio più o meno rapido da una sedia all’altra. Nella stanza del produttore le sedie sono quattro sedie a sbalzo dall’evidente carica metaforica.

Dopo aver atteso un momento in piedi lo sceneggiatore si siede sulla seconda da destra, che squittisce brevemente. Solo allora il produttore gira la sua, una tipica sedia da ufficio con le ruote e i braccioli di plastica ruvida e la regolazione a sfiato dell’altezza.

Tiene in mano un iPad dal quale non ha distolto lo sguardo neppure un secondo, neppure per assicurarsi di avere davanti la persona giusta – una sciatteria che riporta paradossalmente lo sceneggiatore a concentrarsi su di sé.

«Ha letto Aldo Grasso, questa mattina?» mugugna con un tono grave, la testa china.

Sul vetro della finestra il sole fa restringere due macchie di condensa che lo sceneggiatore vuole attribuire alle narici del produttore.

«No? Non l’ha letto? Beh, neanche io l’ho letto. Ha letto forse la Aspesi? La Aspesi le piace di più? Dipollina forse? Maurizio Caverzan?»

Lo sceneggiatore realizza che il participio passato di prudere non esiste affatto.

«Vedo che lei è come me. A dei tipi come noi non interessa sapere cosa hanno da dire i luminari del settore, i grandi saggi, i critici dei miei coglioni; a noi interessa sapere cosa dice la gente. Noi facciamo un prodotto che è rivolto alla massa, ed è solo dalla massa che vogliamo sentire le critiche».

Il produttore scorre il dito sullo schermo dell’iPad, quindi si sgranchisce la voce e legge:

«“È un bel film, tante storie raccontate in una delle fiction Rai che più arrivano al cuore degli italiani, ripercorrendone la loro storia e facendoli emozionare, commuovere. Ne approfitto però anche per far notare alla produzione del film un dettaglio che ai più sarà sfuggito, ma non a me.”»

Ora il produttore sta guardando per la prima volta lo sceneggiatore.

«“Nella scena dove Gaetano riceve in regalo una radiolina tascabile (minuto 00:16:38 della seconda puntata), quella che Gaetano tira fuori dal pacchettino è una radiolina che è stata prodotta ben 10 anni dopo (!) l’epoca in cui si costruiva l’Autostrada del Sole e di cui parla il film. Anche in altre fiction Rai (p.es. in Raccontami) fu fatto lo stesso identico errore. Consiglio la produzione di curare anche questo aspetto, apparentemente superfluo ma che comunque non sfugge a chi quegli anni li ha vissuti o a chi conosce la materia come il sottoscritto che con le radioline ci lavora.

P.s.: ma alla fine la ragazza gliela dà o non gliela dà? Un saluto, DonLurio57”».

È solo a questo punto – mentre il produttore si alza con fragore dalla sedia indicando la porta, mentre la segretaria annuncia che c’è Beppe Fiorello sulla 2 e un vago prurso balena la mente dello sceneggiatore che ormai ne fa un punto di orgoglio di controllare – è solo a questo punto che lo sceneggiatore riesce a sentire una musica, la musica che ha sempre suonato nell’ambiente e che lui non riusciva a sentire per via della paranoia e dell’ansia, una canzone di Tiziano Ferro che parla di una coppia e di come è dura lasciarsi, nanananana.

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Postato in: Recensioni Tag: beppe fiorello, fiction, giovanni ceccanti, la strada dritta, radiolina, rai, tiziano ferro Fai un commento

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